Il nuovo anno scolastico, la cui apertura è ormai alle porte, vedrà di fatto la scomparsa della bocciatura per profitto insufficiente. Almeno alle scuole elementari e medie (o almeno in quelle che una volta – sembra secoli fa – si chiamavano così). La riforma avviata dal governo Renzi e completata dall’esecutivo Gentiloni prevede, infatti, che “le alunne e gli alunni della scuola primaria sono ammessi alla classe successiva e alla prima classe di scuola secondaria di primo grado anche in presenza di livelli di apprendimento parzialmente raggiunti o in via di prima acquisizione”. Solo “in casi eccezionali” e con parere unanime degli insegnanti sarà possibile bocciare. Ovvero, basterà l’opposizione di un singolo docente per scongiurare la bocciatura.

Discorso simile per la scuola media. “Le alunne e gli alunni della scuola secondaria di primo grado sono ammessi alla classe successiva e all’esame conclusivo del primo ciclo” anche nei casi di “parziale o mancata acquisizione dei livelli di apprendimento in una o più discipline”. In questo caso di potrà arrivare alla bocciatura solo a seguito di “un’adeguata motivazione”.

Insomma, non studiare, dunque non raggiungere un adeguato livello di preparazione e apprendimento, non è più indispensabile per essere promossi. Sorge, però, spontanea una domanda: a cosa serve quindi andare a scuola? La risposta che forse ancora arriva istintiva ai più – imparare – evidentemente non è quella giusta. Almeno non più. Se si può proseguire nel percorso di studi a prescindere dalla conoscenza delle materie previste dal cursus studiorum è evidente che “sapere” non conta.

Né, parimenti, appare corretta la risposta secondo cui la scuola sia utile a formare la coscienza civica dei futuri cittadini. Perché, anzi, è proprio qui che la riforma apre il vulnus più profondo nel tessuto sociale della comunità. Trasmettere ai giovanissimi studenti che si può andare avanti negli studi – come nella vita – a prescindere dalla serietà e dalla continuità dell’impegno necessario ad assolvere al proprio dovere (per uno studente studiare, lapalissiano … o forse no?) è proprio il peggior messaggio possibile. Ed è proprio questo che la riforma fa.

E a chi obietta che, a rigor di norma, la bocciatura non è vietata in casi eccezionali, basta contrapporre una dose, minima, di sano realismo: già oggi bocciare significa farsi carico di tonnellate di scartoffie e, probabilmente, dover subire un ricorso al Tar da parte delle famiglie degli studenti la cui preparazione è stata giudicata inadeguata. Dunque è misura cui si fa ricorso con estrema parsimonia. Ma un domani, molto prossimo, in cui addirittura sarà necessario trovare una motivazione “adeguata” quale stoico professore si impegolerà in una simile fatica? E quanti? Uno su cento? Uno su mille? E poi, altro punto centrale, qual è una motivazione “adeguata” a bocciare uno studente? Il non aver studiato, risponderebbe il senso comune. Ma evidentemente non è così per il ministro (sì, ministrO e non ministra). Dunque la ricerca di una motivazione “adeguata” rischia di tradursi in una moderna – e miserevole – ricerca del Santo Graal, ma priva del fascino trasmesso dai testi di Chrétien de Troyes.

Meno aleatoria di questa “mistica” ricerca è la conseguenza che facilmente si intravede all’orizzonte per questa scelta che è poco definire sciagurata: aumentare la deresponsabilizzazione dei ragazzi, alimentare la convinzione che nella vita tutto è dovuto, anche un titolo di studio, è che nulla va conquistato. Il modo migliore per crescere generazioni fragili, incapaci di reggere alla prova della vita. Che tutto è tranne che una passeggiata in riva al mare. Ma forse generazioni deboli, ergo estremamente malleabili, non dispiacciono troppo agli attuali decisori.

Insomma, quella dei governi Renzi e Gentiloni più che una “buona scuola” sembra essere una “scuola comoda”. Comoda per chi di studiare proprio non ha voglia, ma non per questo intende rinunciare ad un diploma. Chissà, magari un giorno potrà tornare utile per diventare ministro della Pubblica Istruzione in un futuro governo a guida Pd.