Sulla vicenda controversa che riguarda la tragedia umana di Vincent Lambert, sembra che tutti abbiano le idee molto chiare, sia da una parte che dall’altra: chi è favorevole “a staccare la spina” (o meglio, a interrompere alimentazione e idratazione), e chi invece si batte perché Lambert continui a vivere. Ciascuna delle due fazioni è profondamente convinta di essere pienamente nel giusto e che l’altra parte rappresenti il male assoluto.

Personalmente non riesco ad avere convinzioni incrollabili su una questione del genere, ma piuttosto ho molti dubbi. Intanto il caso Lambert spacca in due una famiglia, con la volontà della moglie, suo nipote e sei fratelli decisi a interrompere la cura, mentre i genitori – ferventi cattolici – fermamente contrari. Chi ha ragione e chi torto? È evidente che l’affetto per il figlio dei genitori che lo vogliono salvo, è genuino e lodevole. Ma altrettanto ha diritto d’esser rispettato il sentimento degli altri familiari che – motivati da una diversa sensibilità – ne chiedono la sospensione delle cure. Non sono persone “malvagie” o “indifferenti” che non vedano l’ora di togliersi di torno un familiare paralizzato sul letto. Quello che li spinge a chiedere di interrompere ciò che considerano un’inutile agonia, è un sentimento di pietà verso le sofferenze del malato, dove per sofferenza non s’intende necessariamente il dolore fisico, bensì, anche lo strazio di vivere in una condizione al limite dello stato vegetativo. E qui ovviamente, sono doverose le distinzioni tra “eutanasia” e “accanimento terapeutico”, e tutte le eventuali sfumature intermedie che possono esserci tra le due pratiche.

La vicenda “Lambert” è diventata all’improvviso il simbolo di una contrapposizione ideologica che semplificando brutalmente potremmo rappresentare con il confronto tra il fronte progressista e quello conservatore. Ma la questione è in realtà molto più complicata, perché anche nel versante liberalconservatore ci sono “segmenti laici” che hanno sensibilità diverse rispetto a quelli più cattolici. Esemplare fu il caso di Indro Montanelli che pur conservatore e contrarissimo a matrimoni gay e droghe libere, si dichiarò favorevole all’eutanasia. Il grande giornalista si disse provocantemente tentato di convertirsi al paganesimo, di fronte all’idea cattolica, seconda la quale, se una persona soffre, deve accettare che quella sia la volontà di Dio. Più in generale, nel centrodestra ci sono persone “laico – liberali” che sono aperte all’idea di una legge sul “fine vita”. Ma anche sul versante di centrosinistra, non mancano settori cattolici che sono viceversa contrari. Vi è quindi una trasversalità che spacca e scompone i due fronti.

Tra le innumerevoli questioni etiche, quella del “fine vita” è forse la più spinosa; l’unica in grado di provocare in me un’incertezza, un dilemma, anche all’interno della mia stessa coscienza. Da uomo di destra, sono fermamente convinto che la vita vada difesa dal suo concepimento fino alla fine naturale. Da semplice essere umano, scevro da retoriche, mi domando se non sarei anch’io tentato di morire in caso vivessi in uno stato semivegetativo.

Al momento Vincent Lambert è salvo perché la Corte d’Appello di Parigi ha ordinato la ripresa dell’alimentazione e dell’idratazione, fino a quando una commissione dell’Onu non deciderà a fondo sul suo caso. I genitori sono felici e appare una grande vittoria del fronte cattolico e conservatore. Certamente senza questo colpo di scena, in Francia si sarebbe consumato il primo caso di eutanasia, di fatto, non consentita dalla legge francese. Una buona notizia festeggiata con giubilo da genitori e da parte del mondo pro-life che si era nobilmente mobilitato nel disperato tentativo di fermare medici e tribunali, decisi a lasciar morire Lambert in base alla legge Claeys-Leonetti del 2016 che – pur proibendo l’eutanasia e il suicidio assistito – prevede però l’interruzione delle cure in caso di “accanimento terapeutico” contro il volere del paziente o in seguito a una “decisione collegiale”, rappresentata qui dalle testimonianze della moglie. Ed è proprio questo il punto più dibattuto: qual è la vera volontà del povero Lambert?

Secondo le dichiarazioni della moglie del paziente, divenuta tutrice legale e schierata da anni dalla parte del far morire, Vincent si era detto contrario all’idea di un mantenimento in vita in uno stato prolungato di estesa dipendenza. Ancora una volta la questione dovrebbe essere quella di esaudire la volontà dell’individuo (nel caso specifico, il malato Lambert), che non è in grado – viste le sue condizioni – di decidere per sé. Invece, egli diventa oggetto di scontro ideologico fra diverse fazioni, dove “altri” decidono per lui: lo Stato, la Chiesa o i giudici. Sul versante etico – cattolico ad esempio, se desiderare la morte è un peccato, il peccatore in questione ne risponderà davanti a Dio, ma la società gli deve lasciare la possibilità di scelta in base al suo libero arbitrio.

Naturalmente però, le motivazioni dei pro-life sono ragionevoli e lodevoli, perché non possiamo ignorare che la società stia pericolosamente scivolando da tempo, verso un modello nazi-liberista, dove i malati sono percepiti come “improduttivi” e quindi “superflui” rispetto alla società consumista globalizzata. Il pericolo che “la pietà nei confronti di chi soffre inutilmente”, nasconda in realtà una pelosa concezione eugenetica di soppressione e di selezione della specie atta a edificare una società più efficiente, è troppo presente, ed è un dovere etico opporsi a questo disegno.

D’altronde lo vediamo in tutte le questioni eticamente sensibili, come per esempio l’aborto, diventato oramai da tempo un metodo anticoncezionale e che proietta sulle gravidanze l’idea che siano un freno o un ostacolo all’efficienza produttiva. Le persone sono così d’improvviso disumanizzate e concepite secondo una visione utilitaristica come dei puri mezzi di produzione e consumo all’interno del sistema economico, e, dove le nascite e i decessi sono sempre più strappati dal suo ciclo naturale. La vita “utile” per la società moderna non prevede la difesa della vita dal suo concepimento fino alla sua fine naturale. Si tratta quindi di una contrapposizione tra due opposte visioni della società: quella materialistica e quella invece “spirituale”, un’antitesi della quale nessuno di noi può essere esonerato dal compiere la sua scelta.