Dal “fratacchione” affibbiato ad un perplesso Fabio Fazio ai “cinghialotti” che corrono privi di qualsivoglia eleganza, dalla promessa di vietare le feste di laurea a colpi di lanciafiamme alla minaccia di chiudere ermeticamente – come? con i vigili urbani? – i confini regionali: da marzo in qua è stato davvero difficile per gli osservatori meno addentro ai “misteri deluchiani” distinguere le esternazioni del governatore della Campania da quelle del suo imitatore Maurizio Crozza. Del resto Vincenzo De Luca in queste settimane di crisi sanitaria ed economica ha messo in scena, con la consueta abilità di attore consumato, tutto il suo repertorio tradizionale, fatto di attacchi a testa bassa contro il nemico di turno – fossero i podisti o i campani di ritorno dal Nord o il governatore lombardo Fontana, poco importa – e di battute da osteria lanciate in diretta tv. Il tutto accompagnato dal consueto piglio decisionista che non ammette replica, utilissimo ad instillare nell’osservatore/ascoltatore la convinzione che non esistano alternative credibili alle scelte adottate dal governatore.

Dinanzi alle esitazioni di Giuseppi e del suo governo – cui poco sembra aver giovato il consiglio di centinaia di esperti – Vincenzo De Luca ha avuto gioco facile ad ergersi a paladino del rigore, dell’abolizione delle mezze misure pur di salvaguardare la salute pubblica. Bravissimo come sempre ad annusare l’aria e con essa le paure e le aspettative della maggioranza della popolazione, il governatore campano è presto riuscito a far dimenticare di essere stato uno tra gli ultimi a sposare la linea del blocco delle attività, tanto da non aver rinunciato – a scuole già chiuse – allo svolgimento di un maxi-concorso per l’assunzione di personale nelle amministrazioni locali della Campania. Uno dei provvedimenti più sbandierati da Vincenzo De Luca – in campagna elettorale da almeno un anno –  prima dello scoppio della pandemia.

Pandemia che gli ha offerto l’occasione di conquistare la scena mediatica, non solo a livello campano ma nazionale, tagliando di fatto fuori ogni possibile avversario in vista del voto per le regionali che si sarebbero dovute tenere questa primavera ed ora slittate forse a luglio, forse in autunno. Compreso che il blocco era la soluzione auspicata dai più, De Luca si è fatto paladino dell’intransigenza, arrivando ad imporre ai campani misure più stringenti di quelle volute dal governo nazionale, a fronte tuttavia di un quadro sanitario – in termini di diffusione del virus – infinitamente meno grave rispetto a quello delle regioni settentrionali.

A dispetto dell’apparenza, però, le decisioni del governatore campano non sono state poi così granitiche. Su tutte l’ordinanza con cui si vietava l’asporto a ristoratori e pizzerie: sono bastate dodici ore di proteste perché l’inquilino di Palazzo San Giacomo facesse marcia indietro. Idem per la decisione di autorizzare un minimo di attività motoria – leggasi passeggiate – per i campani: dopo aver previsto sole due fasce orarie, al mattino ed alla sera, e aver constatato l’inevitabile affollamento delle strade principali, il governatore ha liberalizzato le passeggiate, riservando la fascia mattutina ai podisti. Ovviamente dopo aver minacciato in diretta tv fuoco e fiamme contro “gli irresponsabili” che si erano affollati in strada. L’importante, in fin dei conti, è poter scaricare su qualcun altro – gli “irresponsabili”, il governo, gli esperti – ogni responsabilità nel caso in cui la situazione in Campania dovesse peggiorare.

Un atteggiamento istrionico che è la delizia degli imitatori – probabilmente il governatore campano è quello che ha indirettamente prodotto più vignette, parodie e meme sui social di chiunque altro in questi mesi -, ma che nasconde ben altro rispetto ad uno stile demagogico che, da sempre, è la cifra utile a decodificare l’esperienza di governo deluchiana. Su tutto ci sono le difficoltà in cui versava il governatore alla vigilia delle elezioni regionali: il quinquennio di amministrazione che sta per chiudersi non ha brillato per  risultati, con le tante crisi campane che restano tali. Ad iniziare da quella dei rifiuti: certo, oggi non c’è l’immondizia in strada, ma la quasi totalità delle ecoballe è rimasta dov’era e il sistema funziona a costi altissimi e solo grazie alla possibilità di smaltimento fuori regione. Anche in campo sanitario il quadro non è roseo: la Regione stenta a raggiungere i livelli essenziali di assistenza previsti dalla normativa nazionale (a fine 2019 sulla base dei dati relativi al periodo 2010/2017 uno studio pubblicato da Il Sole 24 Ore la colloca all’ultimo posto), a dispetto del miglioramento degli ultimi anni. Il lungo periodo di commissariamento, con De Luca nello stesso tempo governatore e commissario (un doppio ruolo “salvato” a livello governativo grazie all’intervento della Lega, un dato su cui molto ci sarebbe da riflettere) e il rientro alla gestione ordinaria non sembrano aver giovato più di tanto al sistema sanitario campano, soprattutto sul fronte delicatissimo della rete ospedaliera. Quella territoriale, semplicemente, è inesistente. Sul piatto, poi, c’è un rapporto non sempre equilibrato con le strutture private convenzionate.

Il quadro economico campano è, poi, estremamente complesso, caratterizzato da punte d’eccellenza e sacche enormi di precariato e lavoro nero, quando non direttamente criminale. La stessa pseudo-crisi dei braccianti di questi giorni (per cui si è ritenuto di “importare” circa 20mila lavoratori stranieri) nasconde, in molti casi, semplicemente uno sfruttamento selvaggio della manodopera: più che mancanza di aspiranti lavoratori agricoli, c’è il rifiuto di salari da fame. Eppure proprio l’agricoltura, con un vero e proprio boom di aziende giovani ed innovative, rappresenta uno dei settori più dinamici dell’economia campana, nel solco di un ritorno alla terra delle giovani generazioni che sta consentendo una radicale trasformazione del settore nel segno della qualità e del rispetto dei luoghi.

Insomma, all’appuntamento con le urne Vincenzo De Luca non sembrava presentarsi con il vento in poppa. Anche perché i rapporti con il suo partito – il Pd – e con i pentastellati alleati al governo a Roma non sono proprio idilliaci. Con i 5 Stelle in particolare il governatore ha un pessimo rapporto, tanto a livello locale che nazionale. Certo, sulla scorta dell’esperienza romana anche in Campania si è provato a tessere un dialogo tra le parti, ma con non poche difficoltà, tanto che i grillini avevano posto come condizione un passo indietro di De Luca. La risposta è stata immediata: la direzione regionale democrat ha indicato nel governatore uscente il candidato naturale (ed unico) del centrosinistra. Certo, a favore di De Luca gioca – come sempre – un centrodestra che in Campania sembra incapace di trovare un’intesa su uomini e programmi, tanto che l’unica cosa che la coalizione ha prodotto è stato un incomprensibile ed inconcludente tira e molla sul nome di Stefano Caldoro quale possibile sfidante del governatore uscente.

A por fine a tutto ciò ha provveduto, poi, la pandemia. E si torna al punto da cui abbiamo iniziato: De Luca sa bene che la partita si giocherà tutta sull’onda dell’emotività e così parte lancia in resta. Accanto agli show televisivi ci sono i bonus promessi in abbondanza – 600 euro l’ammontare di quelli governativi, mille per quelli regionali -, le misure di sostegno per le imprese che valgono 2mila euro. E gli investimenti in sponsorizzazioni sui social. Perché non c’è solo Salvini con la sua “bestia” a conquistare consenso sul web. L’unico nemico di De Luca è il tempo: il governatore sa bene che il consenso dell’opinione pubblica in un momento di crisi è volubile, già l’unanimismo intorno alle sue scelte non è più quello che si registrava all’inizio della crisi. E così preme per elezioni a luglio. Con listini bloccati, così da eliminare anche la campagna elettorale. Per motivi sanitari, ovviamente.

A luglio, ovvero quando – si spera a Palazzo San Giacomo, sede dell’amministrazione regionale – gli effetti devastanti sul piano economico ed occupazionale della crisi sanitaria non saranno ancora esplosi in tutta la loro gravità. Dopo in Campania non ce ne sarà per nessuno. Anche se vestito da fratacchione ed armato di lanciafiamme.