Spente le luci, dispersi i tifosi, raffreddati i sentimenti cerchiamo di ragionare sui risultati (e i significati) delle elezioni francesi. Tutto è andato come previsto. Macron ha vinto con largo margine e si è presentato davanti al Louvre, una location toponomastica inedita per gli schemi politici transalpini (Bastiglia per la sinistra, place de la Concorde per la destra). Presto il vincente entrerà in carica, cercherà di formare un governo e una maggioranza, poi incontrerà Angela Merkel riaprendo — per necessità, real politik e un tributo al gollismo — il dialogo franco-tedesco. Marine Le Pen, con oltre undici milioni di voti, è battuta ma non doma. La signora ha spaccato la Francia e, intanto, si prepara a ribaltare il partito (ormai decotto) mentre la nipotina Marion (l’idolo dei “puri e duri”) si sfila proprio alla vigilia delle legislative, il vero traguardo dell’ipotesi “mariniste”.

Intanto, fuori dal cortile dell’Eliseo, si contano i cocci. I partiti storici (repubblicani e socialisti) sono crollati, frantumati; la sinistra ultrà di Mechelon è, per il momento, fuori gioco; gli altri (centristi e frattaglie varie) poco contano. La partita, ora, è tutta tra il neo-presidente e Marine. Una questione di numeri. Per governare, veramente, servono deputati, maggioranze solide. Per opporsi, seriamente, servono deputati e alleanze altrettanto solide. Appuntamento a giugno. Allora, vedremo quanto pesano En Marche — un “non partito”, creato in laboratorio in tempi rapidissimi dai circoli tecnocratici e lib-gauche — e i frontisti e dintorni. Due idee apparentemente “forti” di sviluppo, di futuro per un’elezione ancora tutta da giocare. Con realismo e freddezza. La strada è lunga. Molto lunga. E terribilmente complessa. Ecco perchè non ci interessano i lamenti dei destristi transalpini e nostrani sul solito “destino cinico e baro” (più cazzate assortite, vedi i commenti sui social…) e ci annoiano i salmi dei sinistrosi sul “trionfo” del “Bene totale” sul “Male assoluto” e altre sciocchezze.

Su Macron torneremo presto, ma, intanto, riflettiamo sulla sconfitta del Front. Andiamo per ordine. In pochi anni Marine è riuscita a risollevare e rilanciare un partito vecchio, isolato, sputtanato e forgiare uno strumento abbastanza efficace. Dal congresso di Tours 2011, con sana cattiveria la signora ha saputo archiviare ricordi sterili e logore (e talvolta gloriose) bandiere, pensionare personaggi datati (compreso l’ormai imbarazzante Jean Marie) e chiudere (piccolo avviso per i lepenisti nostrani) ogni conto con il “romanticismo fascista”, con l’OAS, Ordre Nouveau e altre nostalgie militanti. Nel 2017 alla presidentessa i “centurioni” d’Algeria e gli attivisti del GUD d’Asssas non servono più. Punto. Del resto, Marine, come il babbo, proviene da un filone storico tutto transalpino che affonda le sue radici nell’Ottocento. Il risultato è un cocktail multicolore: un goccio di bonapartismo sociale (quello di Napoleone III, le “Saint Simon a cheval”), un bel terzo di Boulanger, due terzi di Poujade, una lacrima di Maurras e una di Proudhon. Poi qualche aggiunta (quando serve) di De Gaulle. Niente Petain, Doriot e tanto meno di Cèline o Drieu. Su queste coordinate la Le Pen junior è riuscita aggregare attorno a se intelligenze “non conformiste” (Phillippot in primis) per, poi, sfondare con forza nei territori storici della sinistra tradizionale con un messaggio post-ideologico.

Un’operazione riuscita. Ma per vincere e governare la seconda potenza economica europea non basta rappresentare la collera — vera, autentica, giustificata, onesta — dei ceti perdenti, degli esclusi, dei poveri traditi dai socialisti e dai comunisti, umilati dalle élites. Certo, è bello sventolare le bandiere davanti alle miniere chiuse, è bellissimo farsi applaudire dagli operai in sciopero, è meraviglioso diventare l’eroina degli “orfani della globalizzazione”. E poi? Le gauche lepenisme (lo “sfondare a sinistra”, l’antica illusione tardo-missina), è un dato importante ma, come confermano i numeri, insufficiente, limitato.

Per quanto in declino la Francia è una Storia, una Nazione, uno Stato, una potenza nucleare. Al tempo stesso la Francia è un sistema malato controllato da un’oligarchia cresciuta nelle “Grandi Scuole” — un circuito finanziario, politico, culturale, mediatico chiuso quanto trasversale —, difesa dalle banche, dal complesso industriale-militare, dal mondo intellettuale e universitario, dalla burocrazia. Il suo cuore è nelle città, nelle metropoli. Nella capitale. Come nel 1789, come nel 1848, nel 1851, il 1944 le periferie, la provincia, il contado nulla o poco contano (l’unica eccezione fu il 1871, con l’annientamento della Commune parigina).

Su questo terreno Marine Le Pen ha perso la sua sfida per le presidenziali. Perchè? Qualche domanda e qualche (provvisoria) risposta.

  1. La proposta socio-economica del FN era debole e non ha convinto i ceti medi, le categorie produttive. L’uscita dall’euro per tornare al franco rappresenta una forzatura agli occhi dei risparmiatori, degli imprenditori, di chi crea ricchezza sociale. Di chi rischia e lavora. Di chi viaggia e investe. L’euro va assolutamente ridiscusso, rivisto, ma è ormai la moneta di tutti. Indietro non si torna.
  2. L’Europa a trazione germanica non piace a nessuno, forse nemmeno ai tedeschi. Ma la libera circolazione di merci e persone all’interno del continente è un dato consolidato. Certo, la UE va rivoluzionata, cambiata, resa finalmente democratica e rappresentativa (magari su una formula confederativa), ma immaginare di tornare alle vecchie, care frontiere non ha senso. Mezzo secolo fa, un visionario lucido e geniale come Jean Thiriart annunciava come l’avvento degli imperi continentali e tecnologici avrebbe ridotto le “piccole patrie” a semplici francobolli. Per quanto strutturata la Francia (lasciamo stare l’Italia e il resto d’Europa) non può più bastare a stessa. Luigi XIV, i due Bonaparte, persino lo stesso De Gaulle sono il passato.
  3. Il Front è una sigla vecchia, usurata. La Fiamma convince (forse) solo i militanti. Giustamente Madame Le Pen vuole oggi cambiare veste e indirizzo e, sfruttando la frana dei Repubblicani, aprire una politica delle alleanze e aggregazioni. Bene. Sarebbe stato meglio se lo avesse deciso lo scorso autunno, quando è nata l’ipotesi Macron (una risposta tempestiva ed efficace dell’oligarchia). La signora, purtroppo, ha tardato e ha condotto una campagna elettorale su Fillon, “il vecchio”, sottovalutando il “nuovismo” di Macron, un prodotto fumoso ma sospinto furiosamente dai media e dall’establishment. Nella seconda fase (vedi il dibattito televisivo) non è riuscita a cambiare senso di marcia, usare nuovi linguaggi, dimostrare autorevolezza. Peccato. Ma la colpa non è solo di Marine. Anzi. La candidata ha fatto un vero miracolo avendo alle spalle (salvo il suo laboratorio privato) un personale politico inadeguato e senza esperienza di governo, una struttura territoriale striminzita, pochi soldi e tanti rancori familiari.
  4. Qualche giorno fa su Destra.it, Augusto Grandi (un grande analista….) sottolineava il silenzio se non l’ostilità degli “intellettuali anti sistema” francesi e dei media filo destristi (Le Figarò, Valeurs Actuelles etc.). Tutti venduti? Tutti comprati? Tutti complici? Oppure il risultato di una quarantennale indifferenza frontista verso chi scrive, elabora, pensa? Nella sua lunga campagna Marine ha incontrato pescatori, immigrati, contadini, operai, pensionati, massaie, ma mai ha cercato un confronto con uno scrittore, un giornalista, un pensatore. Eppure, da Zemmour a Onfray, da Houllebecq a de Benoist e Raspail nel “mondo delle lettere” vi sono dei non allineati, degli anticonformisti con cui discutere e ragionare sul “suicidio francese”, su “le gran retournement”. Un’occasione perduta.

Sulla base di queste riflessioni veloci una, altrettanto rapida, conclusione. Ovviamente provvisoria. Per vincere e governare (in Francia come in Italia) non basta una presenza forte e una brillante capacità dialettica. Non bastano nemmeno il coraggio e l’impegno personale o sventolare — nel terzo millennio… — le bandiere di una perduta “sovranità”. Per essere potente e convincente la critica al sistema non può limitarsi nell’agitare paure, timori, rabbie. È necessario, invece, inquadrare la deriva della democrazia liberale occidentale — riprendendo, magari, il buon Toqueville che, due secoli fa, tutto aveva previsto… — e costruire un progetto alternativo e credibile al totalitarismo “soft” delle élites globaliste. Servono allora analisi serie (leggere il mondo per quello che è e non per quello che vorremmo fosse), elaborazioni veramente innovative in campo economico, sociale e culturale. E ancora, alla luce opaca della rivoluzione tecnologica in atto, trovare la capacità di rapportarsi con le forze centrali (non solo centriste, anzi) della società reale e individuare un percorso aperto. Il resto, nell’Esagono come a casa nostra, è sogno, fantasia, forse poesia. Alla fine, solo tempo perso.