Nel 2007 in viaggio di nozze girai praticamente tutta la Grecia in automobile, mi colpirono due cose: in primis naturalmente le bellezze storico-paesaggistiche e poi la mole di opere pubbliche in cantiere, un quantitativo di lavori per strade ed autostrade da lasciare esterrefatti. Infrastrutture finanziate dall’Unione Europea per portare Atene nel club di quelli che contano, o almeno così avranno fatto credere. Se quello che si vedeva ad occhio nudo era così imponente figuriamoci le risorse che non si vedevano e che arrivavano, figuratevi le promesse, i proclami e c’è chi dice le strizzate d’occhio di fronte ai bilanci da truccare perché non in regola. Dopo otto anni dei sogni ellenici sono rimasti i soliti scontri nel centro di Atene, il piano di austerità e la tragicommedia del referendum dall’esito tanto scontato quanto inutile.

La Grecia paga e si allinea a Bruxelles alla faccia del tifo da stadio dei sostenitori nostrani di Tsipras contro lo strapotere tedesco. Alla fine prevale il disagio, il disagio di chi non si riconosce nella falsa contrapposizione fra socialisti e popolari europei entrambi “moderati” al servizio dell’estremismo monetarista. In Europa come in tutto il mondo occidentale non comanda la politica, il primato non è del popolo ma di oligarchie finanziarie che detengono il 90% della ricchezza monetaria e la usano, non per produrre ricchezza volta a far crescere l’economia reale, ma per muovere capitali con rapidità, speculando sull’oscillazione dei titoli privati e pubblici (debiti non più sovrani). I politici sono solo i valvassori di questi signori, i parlamenti contano poco o nulla e guai ad alzare la testa contro lor signori si rischia la scomunica a reti unificate, a multinazionali schierate, dove non arrivano le bombe intelligenti arriva l’intellighenzia al soldo del potere. Se non sei allineato, ti danno del pericoloso, guerrafondaio, sterminatore, omofobo, per scoprire poi, sotto sotto, che i maggiori alleati dell’oligarchia del nuovo ordine mondiale sono proprio i più pericolosi guerrafondai e sterminatori in circolazione. D’altra parte un motivo ci sarà se l’Occidente voleva dichiarare guerra a Putin anziché all’Isis.

Dicevo prevale il disagio, il disagio di chi non si riconosce nemmeno nel “marxista eccentrico” Varoufakis o nel suo successore Tsakalotos, il marxista ortodosso convertito assieme a Tsipras sulla via di Berlino ai dogmi della religione mondiale monetarista. E’ imbarazzante solo immaginare che la soluzione alla crisi del modello economico attuale possano venire da dottrine economiche vecchie e stantie. Non sarà lo statalismo a liberarci dal gioco tecnocratico-finanziario, perché la presenza ingombrante dello Stato nell’economia non serve più a garantire la redistribuzione della ricchezza ma al contrario, attraverso tasse e gabelle insopportabili ed inique, serve a garantire proprio la tenuta finanziaria dell’attuale modello di sviluppo. Per garantire i vantaggi di pochi che speculano sui debiti sovrani servono sempre governanti asserviti che aumentano le tasse dei molti che vivono del lavoro delle proprie mani: Governo Monti docet.

Non saranno i marxisti di ieri e di oggi ad offrici una soluzione convincente perché non convince l’idea che palesi inefficienze della pubblica amministrazione, palesi incongruenze di un intero “sistema paese”, pensioni d’oro, pensioni baby, strutture statali sovraccariche di dipendenti in eccesso, diseconomie, corruttela e clientelismo possano essere avallate dal principio che i debiti contratti non si pagano e punto. Chi fa i debiti deve essere anche nelle condizione di ripianarli sia esso greco, italiano, tedesco o francese, non può affermarsi il principio dell’irresponsabilità propria a causa della prepotenza altrui.

Occorre una exit strategy che conduca i popoli europei e con loro l’umanità fuori dalla crisi globale che viviamo. Crisi economica, politica e soprattutto antropologica. Serve riconoscere il fallimento del pensiero unico monetarista senza cadere nel pantano statalista e neomarxista. Serve un progetto politico possibile e credibile che sappia coniugare il superamento dell’attuale modello di sviluppo fondato sullo sfruttamento dei popoli con la necessaria capacità di ristrutturare le politiche sociali degli Stati, aggredendo le inefficienze e valorizzando gli investimenti strutturali.

Serve l’affermarsi di una nuova idea politica, un nuovo progetto capace di coniugare giustizia sociale ed efficienza, competitività e bene comune. Serve una forza politica che sposti l’asse del ragionamento dal profitto alla persona, che dia dignità ad ogni uomo ed a tutto l’uomo. Serve una rivoluzione antropologica per riscoprire il valore intrinseco del lavoro e dell’impresa in alternativa allo sfruttamento ed al parassitismo che sono le due facce della stessa medaglia. Servono Nazioni capaci di riformarsi per essere più autorevoli e capaci di battere i pugni sul tavolo imbandito dei commensali del potere globale. Servono uomini politici capaci di costruire un’alleanza fra i popoli che non si arrendono alla morte della sovranità, schiacciata dal giogo del potere finanziario. Serve un’altra Europa capace di ripartire dalle comuni radici cristiane per riedificarsi attorno ad un progetto politico, ancor prima che economico e monetario.

Serve una proposta nuova che sappia coniugare rinnovamento e tradizione e chissà che non arrivi proprio dall’Italia. Sarà un’utopia oppure un sogno? Da convinto realista propendo per la seconda ipotesi, anche perché sognare non costa nulla, anche nell’era della tecnofinanza.