Qualche mese fa, incontro una collega che mi rivela di essersi casualmente trovata a leggere un mio articolo su Destra.it ; le era , sembra, piaciuto e addentrandosi nei commenti, mi promette di regalarmi un libretto trovato chissà dove, forse ad un mercatino ; si tratta di “Vita di Arnaldo”, scritto dal fratello Benito Mussolini nel 1931, nell’apice del successo politico del fondatore del fascismo. Quando me lo consegna, ancora ben conservato, noto che era edito da Hoepli e venduto al costo di una lira.

La lettura mi riserva piacevoli sorprese ; di Mussolini abbiamo una lunga, approfondita ma sempre interessata storiografia su gli ultimi anni della sua vita, quelli meno autentici per svelare la sua personalità, ormai sfregiata da avvenimenti tragici, in cui depressione, delusione, sfinimento ebbero il sopravvento.

Il libello, appare subito dalla lettura, quasi uno sfogo di Mussolini a voler tornare negli anni belli della sua infanzia, a rivisitare la sua famiglia, molto unita ma anche tribolata da tristi avvenimenti. Non a caso comincia a scrivere “Vita di Arnaldo”, il giorno di Natale del 1931, anno X E.F.. Racconta subito il giorno della morte della cara nonna, Marianna Ghetti, ricordata per la sua grande sobrietà , abituata “ a non voler mai sedere a tavola con noi, a consumare i pasti frugalissimi che consistevano per tutta la settimana, in una minestra di verdura a mezzogiorno e in un piatto di radicchi di campo , alla sera, mangiati nello stesso piatto in comune.” Era settembre ed il giorno dei funerali i due bambini, Arnaldo e Benito, “fanciulli non più ignari del dolore e della morte” , vengono mandati dalla zia Francesca, contadina, al suo podere.

La famiglia Mussolini viveva in un appartamento a Palazzo Varano, al secondo piano, in due stanze e per entrarvi bisognava passare dalla terza stanza che era la scuola. I due fratelli dormivano nello stesso letto, costruito dal padre, in ferro senza materasso e col saccone di foglie di granturco. Nell’altra stanza dormivano il padre, la madre e la sorella Edvige.

“D’inverno faceva freddo nella nostra casa affumicata e solo la neve ci dava un po’ di gioia. La miseria attorno a noi era grande. Ci si prestava il pane, l’olio, il sale. Un avvenimento che rimase scolpito nelle nostre memorie e che più volte- di poi- ho ricordato ad Arnaldo, fu la partenza degli emigranti per il Brasile. Scene di commozione e di lacrime. Ricordo , nella sera, lungo la scala malamente illuminata dai lumi a petrolio, scendere i partenti, con le spalle cariche di grandi sacchi, mentre i parenti dalla ringhiera continuavano a gridare i loro addii. I più non sono tornati. Molti sono morti nelle fazendas di Minas Geraes.”

“L’estate era la nostra stagione. Finite le scuole, l’aula della scuola di mia madre veniva sgomberata per accogliere il grano trebbiato dalla macchina comperata per primo da mio padre. Si andava a caccia di nidi e di frutta. Si spiava il primo frutto maturo ; il fiume era la nostra meta preferita. Arnaldo rivelava fin d’allora il suo temperamento. Egli era infinitamente più tranquillo di me e più buono. Mentre, spesso, i miei giochi con i compagni finivano in lotte furibonde, io non ricordo ch’egli ne abbia mai provocate. Era mite e riflessivo. Mi tratteneva, consigliava, mi aiutava, poi, a rimettermi a posto, per presentarmi al babbo senza pericolo di buscarne. Mentre traccio queste linee, rivedo il fiume, il torrente, la strada, i casolari, il campanile di San Cassiano, i miei coetanei, il “callarone” che dalla provinciale saliva a Varano…”

Già dai ricordi dell’infanzia si nota come Arnaldo fosse per Benito più di un fratello, ma anche il confessore, il custode dei suoi impulsi più sanguigni, l’elemento equilibratore, la persona a cui confidarsi lontano dagli adulatori, il consigliere disinteressato, l’uomo ricco di umanità e di saggezza.

“il 1905 è l’anno della nostra grande tristezza : il 19 febbraio morì nostra madre. Ero soldato a Verona : ebbi appena il tempo di rivederla, ma forse non mi riconobbe : Arnaldo non arrivò in tempo.” Il fratello infatti si trovava a lavorare in Svizzera.

Alla fine d’ottobre del 1922 Mussolini affida al fratello Arnaldo la direzione del Popolo d’Italia , con questo commento :” Così io lasciavo il giornale da me creato e che io amavo sino alla passione, perché era nato nella miseria e nella calunnia, perché aveva convogliato verso l’intervento le masse più diverse del popolo italiano, perché durante la guerra- specie dopo l’ottobre del 1917- era stato la fiamma della speranza per milioni di combattenti e di italiani.”

Nelle pagine successive viene illustrata parte dell’attività del nuovo direttore, sempre fedele e leale al fratello, che dettava i capisaldi del suo modo si intendere l’informazione :” Il notiziario non bisogna temerlo : bisogna che sia ricco , abbondante, nuovo, originale, e che, possibilmente si riferisca alla parte migliore dell’umanità, a quella che pensa, che vive, che si anima per le cose belle, che si eleva al di sopra delle mediocrità, che si esalta nella purezza dei pensieri e nelle opere buone. Si potrebbero abolire le cronache dei suicidi e le cronache nere che si riferiscono ad esseri inumani ed abbietti.”

Ma nell’agosto del 1930 si compie la tragedia che segnerà gli ultimi anni di vita di Arnaldo e forse di tutta l’Italia : il figlio Sandrino muore adolescente di una forma di leucemia, dopo un lungo calvario.

Il padre , distrutto, scrive una specie di testamento spirituale in nome del figlio: ” Ma da quel cimitero umile tu vuoi che una luce continua si diffonda, una luce di fede e di bontà. Tutto il tuo soffrire si deve trasformare in opere di bene. Solo per questo, forse, Iddio ha permessa la tragedia che mi ha stroncata la vita.”

I due anni successivi della vita di Arnaldo, vengono descritti dal fratello Benito come tormentati. “Il dolore lo aveva maturato prima di ucciderlo. Negli ultimi tempi, i nostri incontri, la nostra intimità, veniva interrotta da lunghi silenzi. Ci aggiravamo per Villa Torlonia, senza fare parola. Ma avevamo entrambi lo stesso pensiero : Sandrino.”

Il giorno 14 dicembre 1931 Arnaldo giunse a Roma. “Venne a Villa Torlonia quasi tutti i giorni. Mi diede l’impressione di un uomo affaticato, ma nello stesso tempo di un uomo che voleva reingranarsi nella vita. Venerdì 18 dicembre facemmo l’ultima passeggiata ad Ostia. Era una giornata fredda ma solatia. Lo invitai a montare con me sulla moto. Sorrise. Alla sera pranzò da noi. Sabato mattina partì col rapido. Alla sera gli telefonai per domandargli notizie sulla conferenza del Ministro Giuliano alla Scuola di Mistica fascista. Domenica sera 20 dicembre, fra le 19 e le 20, gli telefonai ancora per avere notizie sulla giornata del nuovo Segretario del Partito a Milano. Mi rispose che tutto era andato bene e soprattutto la rivista malgrado la giornata rigidissima. La voce era un po’ stanca. La Morte era nelle vicinanze, in attesa.”

Così scrisse il fratello Benito in sua memoria :” Egli fu un “buono”. Questa virtù della “bontà” era innata in lui. Buono, il che non significa debole, poiché la bontà può benissimo conciliarsi con la più grande forza d’animo, col più ferreo adempimento al proprio dovere. La bontà non è soltanto questione di temperamento, ma di educazione. E ancora essa- negli anni maturi- è il risultato di una visione del mondo, visione nella quale gli elementi ottimistici superano i pessimistici, poiché la bontà non può essere scettica, ma deve essere credente. Arnaldo era quindi portato alla bontà da questo triplice ordine di elementi, non mai da un calcolo politico o da una ricerca di popolarità. L’esercizio della sua bontà era estremamente riservato. Chiedeva di non fare pubblicità. Implorava- specie negli ultimi tempi- che tutto si svolgesse in silenzio.”

Benito Mussolini rimase solo, profondamente solo : perse quel contatto umano a cui si appoggiava nei momenti difficili. Tempi tremendi arrivarono : se Arnaldo gli fosse stato accanto un’altra Storia sarebbe stata scritta.

 

 

 

“NUVOLE” di Arnaldo Mussolini

Ho visto stamane ridente

la terra.

Ho aspirato l’acre odore ferrigno

delle zolle riarse

imbevute

della pioggia feconda !

Le piante

sembravano uscite

da un lavacro

di festa

nella gloria del sole

e tendevano

i rami, le vette, gli steli

verso il cielo

a ringraziare e benedire

stracci di nuvole

fuggenti

ad irrorare

altre terre lontane !

Così io vorrei un mattino

svegliarmi improvviso

sentirmi leggero

perdute le scorie

della materialità

sentirmi vicino agli esseri cari

librato lo spirito

ai lidi immortali !

Non credere al male

gioire ascendendo !

Abbracciare nell’impeto

i fratelli che soffrono

coloro che sperano,

credere nella forza che domina

nel pensiero che illumina

il mondo.

Tendo lo spirito in alto

come gli steli e le piante

verso i cieli!

Ma i desideri dell’anima

fuggono anch’essi

come le nuvole

verso lidi lontani.