C’erano una volta redazioni piene di fumo e idee, popolate da lynotipisti, correttori di bozze, praticanti, giornalisti. La colonna sonora era il ticchettio delle macchine da scrivere, il trillo dei telefoni e le urla del direttore o del capo redattore. Un piccolo mondo chiuso e fascinoso su cui troneggiavano alcuni “maestri”, irosi quanto eccentrici. Era il giornalismo “vecchio stile”, un ambiente fortemente maschilista e picaresco che aveva come motto — gli stipendi erano buoni, talvolta ottimi — “scrivere è sempre meglio che lavorare”…

Poi, dagli anni Ottanta ad oggi, tutto è cambiato e lentamente il giornalismo si è trasformato in un mestiere normale, persin banale. Di quel tempo lontano rimangono in circolazione alcuni “monumenti” come Livio Caputo, Giampaolo Pansa, Enzo Bettiza, Vittorio Feltri e pochi altri. I giovani di allora, come chi scrive, sono solo dei testimoni (a volte un po’ irriventi, ma come non sorridere nel ricordare manie e tic dei nostri stravaganti e geniali “mentori”?)

Per comprendere cosa fosse il giornalismo italiano — e quanto contassero allora le “grandi firme” — bisogna leggere la bella biografia che Roberto Alfatti Appetiti ha dedicato a Nino Longobardi, “il Re del giornalismo che prese a pugni i potenti”. Con passione e sana levità, l’autore ripercorre la lunga ventura professionale ed umana di Longobardi, penna acuminata e “gentiluomo di fortuna”, bastian contrario per scelta e bon vivant per nascita e indole. Per di più orgogliosamente destroso e solitario. Dunque oggi dimenticato.

Come Montanelli, Longanesi e Flaiano, anche Longobardi amava l’Italia (in modo viscerale) ma detestava gli italiani e, soprattutto, i loro vizi, le viltà, il conformismo. Un paradosso? Come più volte mi raccontò Mario Cervi, per quel segmento generazionale — una compagine di “promesse” sbocciate tra i GUF e i Littoriali, il “Popolo d’Italia” e le federazioni del PNF e sfiorite crudelmente tra i monti dell’Albania, la Russia, El Alamein, l’otto settembre ’43 e il 25 aprile ’45 — la “morte della Patria” fissò il divorzio definitivo dalla moltitudine dei plaudenti neodemocratici. Il tutto senza alcuna nostalgia “ducesca” (ma Mussolini rimase per tutti il Duce. Punto e basta…)  ma con assoluta  irriverrenza verso l’Italia democratica. Da qui il senso della distanza di Montanelli e dei suoi amici e colleghi dalla retorica repubblicana e antifascista. Questioni di sentimenti e di carattere.

Longobardi non ebbe il tempo di combattere una guerra perduta, ma si ritrovò, lui figlio del fascistissimo podestà di Torre del Greco, dalla parte dei vinti. I “vincitori” gli fecero subito schifo. Poi l’incontro a Roma con Flaiano e Longanesi e la “finestra” del “Messaggero” , allora uno dei quotidiani più innovativi e autorevoli della Penisola. Da quella tribuna, tra il 1953 e il 1973, Nino pubblicò pezzi straordinari, intrisi di cinismo e passione, senza risparmiare niente e nessuno. Nel suo mirino entrarono le “contesse che difendono i lupi indossando pellicce di giaguaro” e i palazzinari romani, deputati d’ogni colore e le compagnie petrolifere, Dario Fo e i primi euroburocrati, gli antifascisti fasulli e i tromboni nostalgici. I potenti. Tanti nemici, tanto onore….

Un’attività frenetica — Longobardi era un finto pigro e un vero scialacquatore… — a cui si aggiunsero sceneggiature per Cinecittà e libri importanti come “Diario di un ex fumatore”, editato da Volpe, e “Il figlio del podestà”, una briosa semi-autobiografia pubblicata da Rusconi in cui traspare la delusione (amara, ma senza acrimonia) per il Ventennio e tutto il fastidio verso i voltagabbana, gli ignavi, i furbi.

Per un breve tratto, Nino divenne un personaggio, temuto e adulato. Il presidente Saragat, uomo non eccelso ma, visto l’attuale inquilino del Colle,  nemmeno mediocre,  lo volle spesso al Quirinale per discutere e cercare di capire un’Italia che stava cambiando.  Poi il ’68, la contestazione, l’autunno caldo e gli anni piombo. Come racconta Alfatti Appetiti, per un personaggio del genere non vi poteva (e non vi fu) posto nel “Messaggero”, normalizzato da Eugenio Cefis nel 1973 per conto del centrosinistra e del PCI. Longobardi era un giornalista troppo libero, troppo strambo, troppo anticomunista. Fuori.

Da qui la seconda vita professionale di Nino su “Vita”, un piccolo quotidiano romano in cui Marcello Veneziani (non a caso prefatore del libro) fece le prime esperienze, e poi l’invenzione di TeleVita, con un programma di rottura: “I pugni sul tavolo”. L’anticipazione di “Sgarbi quotidiani”.

Ancora una volta fu un successo di pubblico, Roma, tutta Roma, impazziva per le sue denunce contro il malaffare, i corrotti, Giulio Argan (l’inetto sindaco comunista ed ex fascista), la partitocrazia. Sempre contro i potenti.

Per l’antico inviato del “Messaggero” TeleVita divenne una tribuna potente e un possibile trampolino verso il Campidoglio o Montecitorio. Longobardi, troppo orgoglioso e individualista, non seppe o non volle approfittarne. Anzi. Dopo aver rifiutato il capolistato per le comunali romane nelle file del MSI, si lanciò malamente in politica creando un suo movimento — un contenitore pasticciato e inutile — per restare poi coinvolto, come un qualsiasi borghese piccolo, piccolo, nello scandalo della P2 di Licio Gelli, una combricola di affaristi, gallonati, burocrati e (tanti) giornalisti.  Perchè Longobardi, uomo avvertito e intelligente, cadde in quella melma?  Per problemi di soldi, a causa di contatti o amicizie sbagliate. Chissa? In ogni caso, fu un errore pesante su cui l’autore, per gentilezza o troppa empatia con il personaggio, ha preferito non approfondire.

Nino seppe però rinventarsi un’altra volta. Da solo, con le sue forze e i suoi pochi amici. Altro che massoneria, grembiulini, compassi e poteri occulti. L’uomo non era un Maurizio Costanzo qualsiasi. Dopo il capitombolo con il “venerabile” d’Arezzo, Longobardi si rimise in campo e fondò “Italmondo”, un’agenzia di informazione, con cui seguì, nel segno del socialismo tricolore, le stagioni migliori di Bettino Craxi e la parabola dirompente di Francesco Cossiga, e anticipò, inascoltato, il fenomeno Berlusconi. Passaggi, accostamenti e innamoramenti che fecero arrricciare il naso a qualche lettore di destra, indignarono i leghisti (puntualmente ridicolizzati) e spaventarono più volte De Mita (uno dei bersagli preferiti). Ma Longobardi delle critiche se ne fotteva altamente: rimase sempre fedele a se stesso, alle sue idee, a quella destra improbabile che, tra una sigaretta e l’altra, intravide e sognò. Ad una certa idea d’Italia.

Quando, nel 1990, decise di trasformare l’agenzia in una vera e propria rivista volle aggiungere alla testata il sottotitolo Il giornale degli italiani e il logo rettangolare della bandiera nazionale. Perchè? Longobardi rispose «Non mi sembra un nome anacronistico, perchè la Patria è innazitutto un luogo ecologico, le radici della terra dove si è nati».

Ecco, questo era Nino Longobardi, nato a Torre del Greco il 15 ottobre 1925, scomparso a Roma il 25 novembre 1996. Un giornalista di razza, uno sfrontato epicureo, un italiano disperato e serio.

 

 

 

Roberto Alfatti Appetiti

NINO LONGOBARDI

Il Re del giornalismo che prese a pugni i potenti

Historica, Roma 2016

Ppgg. 228, euro 16.00