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Bertold Brecht rimane un personaggio sopravalutato e di certo non era un coraggioso, un temerario. Gli “esteti armati” alla Von Salamon, Lawrence o D’Annunzio erano ben altra gente. Eppure il tristo aedo della defunta DDR, ogni tanto, qualche frase riuscì ad azzeccarla. Nel terribile 1929, l’anno della grande crisi, in “Happy end (o forse no)” di Kurt Weil l’occhialuto commediografo marxista inserì il celebre interrogativo «Che cos’è una pistola, in confronto a un’azione? Cos’è l’effrazione di una banca a paragone del fondare una banca?». Le risposte, con buona pace del Brecht, divennero reali, solide, autentiche sotto altre bandiere e altri cieli. Di certo — come racconta con maestria e levità Giorgio Ballario nel suo nuovo, intenso libro — Albert Spaggiari non avrebbe avuto dubbi a proposito.

Tutto iniziò nei Cinquanta, in quell’Indocina, allora francese, straziata dall’ultima grande guerra coloniale dell’Europa. Tra i tanti volontari — compreso un giovanissimo Alain Delon — venuti a difendere la “perla dell’Impero” dal comunismo viet vi è anche un ragazzo di Nizza, segaligno e irruento: Albert Spaggiari, Bert per gli amici.

Coraggioso e determinato, il nizzardo combatte nei ranghi dei paracadutisti coloniali, il ferro di lancia del corpo di spedizione. Si fa onore ma le illusioni non tardano a svanire. Molti anni dopo racconterà la sua esperienza indocinese in un libro impietoso e disincantato, Il faut pas rire avec le barbares. Smobilitato dopo un “incidente” giudiziario — la causa? Un bordello ad Hanoi incenerito dal fuoco — , Spaggiari ritrova una Francia travolta e spezzata dalla questione algerina. L’antica colonia è in piena ribellione e Charles De Gaulle, tornato al potere sulla punta delle baionette, decide, con tante ragioni e troppo cinismo, che la partita è perduta. Peccato che un milione di europei d’Africa — i pieds noires —, i tanti musulmani fedeli alla Francia e i reparti d’elitè dell’esercito non si rassegnino all’ennesima ritirata. È la guerra civile, il putsch d’Algeri, il terrorismo dell’OAS, l’implacabile repressione gaullista. Bert si lancia nella lotta armata a fianco dei “proscritti” dell’Organisation Armée Secréte e alla fine viene arrestato. Risultato, quattro anni di galera in cui salda amicizie che si riveleranno preziose.

Finalmente libero, si ritrova spaesato nella Francia avida e godereccia del boom economico. Certo, Bert non è un asceta e trova il modo per godersi la sua fettina di benessere nella Nizza gaudente del tempo. S’inventa fotografo, frequenta il potere destroso locale (dai potenti Medecin al già rampante Estrosi), viaggia e si sposa. Ma si annoia. Tanto, troppo. Ad entusiasmarlo non bastano le frequentazioni con gli attivisti della destra radicale e nemmeno gli scontri del joli mai ’68. La noia, le cafard lo tormenta, si sente già vecchio, inutile.

Un giorno, l’idea. Folle, assolutamente folle. Una grande rapina, anzi la più grande rapina del secolo. Proprio nel centro di Nizza. Obiettivo il mitico caveau della maestosa e imprendibile agenzia della Société Générale. Per settimane, mesi Spaggiari studia meticolosamente l’operazione e decide di passare per le fogne, les égout. Servono però dei complici affidabili, dei veri professionisti del crimine. Chi se non i gangster marsigliesi?

Come racconta Ballario — ottimo scrittore e, a tempo perso, grande giornalista di “nera” — Bert riunisce un manipolo di veri “duri” (almeno all’apparenza) e riesce nell’impresa impossibile. Il 19 luglio 1976, sfondata la stanza blindata e forzate le cassette di sicurezza, il commando svanisce nel nulla portando con sè un bottino valutato prudentemente in 30 milioni di euro attuali. Sulla parete del caveau una scritta: Sans haine, sans violence et sans arme. Senza odio, senza violenza e senza armi.

Per i flics lo schiaffone è pesante. Intollerabile. Acciuffare gli autori del colpo diventa un imperativo per ogni uniforme transalpina. Messi sotto pressione i soliti infami e grazie a qualche botta di fortuna (i marsigliesi si rivelano subito dei pasticcioni), gli investigatori arrestano dopo qualche mese Spaggiari che tutto nega e nulla sa. Poi, improvvisamente, Albert inizia a chiacchierare con il giovane giudice che lo interroga, ammette la sua presenza e parla, parla, parla. Di nulla o meglio di sè stesso. Nessun nome, nessun indirizzo. Affabulato dal personaggio, il magistrato si lascia trascinare dai racconti dell’ex parà e abbassa la guardia. Il 10 marzo 1977, Bert balza dalla finestra del tribunale, si scaraventa su una macchina e poi salta su una moto che lo attende in strada. Un rombo e via. Dopo la grande rapina, la grande fuga.

Spaggiari, già famoso, diventa una star assoluta. I media lo paragonano subito ad Arsenio Lupin o a Papillon e i francesi, più o meno apertamente, tifano tutti per lui.

Per l’evaso inizia così una lunga latitanza tra vari continenti che si protrarrà sino alla morte nel 1989. Un percorso agrodolce, ingentilito dalla presenza amorevole di Emilia De Sacco, una donna eccezionale conosciuta in latitanza, e agevolato dalla complicità cameratesca degli ex OAS e di pochi veri amici, tra cui spicca Tomaso Staiti, allora brillante deputato del MSI ed eterno cuore ribelle. I due s’incontrarono casualmente in Brasile e, inevitabilmente, simpatizzano subito. Nel segno del sagittario, il loro segno zodiale, e di un “certa” visione del mondo…

Tom, nell’intervista a Ballario, descrive così l’amico: «Era un soldato perduto di quelli descritti così bene da Jean Larteguy nei suoi libri sull’Indocina e l’Algeria. Di lui mi colpì il fatto che era una persona totalmente disinteressata al denaro, amante del beau geste, con uno spiccato senso dell’ironia e disposto a qualsiasi cosa pur di aiutare un amico».

Già, Spaggiari di quel colpo eccezionale trattenne per sè solo una minima parte — i marsigliesi oltre che ciarlieri erano tipi molto avidi — e dispensò con generosità la sua parte. Persino il proprietario della vettura su cui atterrò nell’evasione ricevette un rimborso.

Ma la latitanza costa. Se poi ti chiami Spaggiari, tutto triplica e quadruplica. Il “ladro gentiluomo” , presto a corto di liquidi, s’inventa scrittore di classe e pubblica tre libri: Il già citato Faut pas rire avec les barbares, sull’Indocina, e poi la storia del colpo e la sua autobiografia romanzata, Les égouts du paradis e Le Journal d’une truffe. Tre successi pieni sia di pubblico che di critica. Da qui i film, le interviste, le apparizioni televisive. La celebrità, un po’ di soldi, le cene clandestine a Parigi con gli editori, i giornalisti, gli intellettuali non conformi come Alain de Benoist e Marc Eduard Nabe.

Poi la malattia. Incurabile. Tom Staiti aiuta l’amico sino all’ultimo. Con discrezione e tenacia. Quando la fine si avvicina lo raggiunge nel suo rifugio italiano sotto le Dolomiti ed aiuta ad organizzare  l’ultima beffa. Il 9 giugno 1989, Emilia carica il corpo piagato e senza vita e attraversa la frontiera. Lo distende sul letto dell’abitazione materna. Bert è tornato a casa. Libero. Sans haine, sans violence et sans arme.

 

 

Giorgio Ballario

VITA SPERICOLATA DI ALBERT SPAGGIARI

Idrovolante editore, Roma 2016

Ppgg. 303, euro 15.00