Leggendo qua e là ci si può imbattere in storie sbalorditive, che stupiscono perché ancora poco conosciute e non divenute oggetto della sceneggiatura di qualche film d’avventura.

Questa è la vicenda umana di Harukichi Shimoi, nato in Giappone nel 1883, ed innamoratosi perdutamente già in giovane età della nostra letteratura. Figlio di un’antica famiglia di samurai , ammiratore di Dante, Petrarca e Leopardi, riuscì a trasferirsi in Italia , dove ottenne nel 1912 la carica di docente in giapponese presso l’Istituto orientale di Napoli. Imparò ben presto la nostra lingua, ma sarebbe meglio dire il dialetto napoletano. Nella città partenopea si sentì subito a casa, d’altra parte il Vesuvio non era molto diverso dal Fujiyama, sempre di un vulcano si trattava. Qui nel 1920 fondò una rivista letteraria , chiamata Sakura, che in giapponese significa “fior di ciliegio”, un simbolo di bellezza e rinascita, ove si cimentava in propri scritti ed in traduzioni e volgarizzazioni della poesia del Sol Levante. Riuscì a far pubblicare cinque numeri, poi scoppiò la Grande Guerra e a Shimoi venne molto naturale decidere di arruolarsi nell’esercito italiano: così insistette con il generale Caviglia, che conosceva, per andare al fronte nei reparti più avanzati. Shimoi era alto un metro e mezzo e questo facilitò l’arruolamento, vista la analoga statura del re Vittorio Emanuele III, ed addirittura trovò posto negli Arditi, in prima linea. Si ambientò subito così bene che iniziò ad insegnare l’arte marziale del karate ai suoi camerati.

Durante l’esperienza di guerra assisteva ogni giorno allo sfilare delle truppe nelle trincee, nella nebbia della prima alba, ed al rientrare dei superstiti all’imbrunire, i corpi talvolta martoriati dalle fatiche e dalle ferite. Gli apparvero così, tragicamente reali, le raffigurazioni dell’Inferno dantesco, che tanto lo avevano colpito nella lettura della Divina Commedia. Quelle immagini di guerra egli tradusse in componimenti poetici.

Ma un poeta giapponese alto un metro e poche spanne, che parlava napoletano, che combatteva negli Arditi ed insegnava il karate, non poteva passare molto inosservato. Così un giorno Gabriele D’Annunzio volle conoscerlo. Il Vate, vanamente inseguito in quegli stessi giorni da un Hemingway allora infatuato di lui, incontrò, pare in trincea, il nostro Shimoi , che un poco si emozionò. I due si abbracciarono e così poi scrisse D’Annunzio: “Vidi a un tratto due lacrime vive sgorgare dai tuoi sconosciuti occhi di straniero. E subitamente ti riconobbi fratello, e il cuore mi si aperse. Ora ti dico che nessun poeta della tua stirpe compose mai strofa più celeste del tuo pianto.”

Il nostro Harukichi fu tra i primi ad entrare a Trieste, il 3 novembre 1918, con una cinquantina di fiamme nere. Poi venne il tempo della spedizione di Fiume e D’Annunzio, appena poco più alto del giapponese, volle Shimoi tra le sue guardie del corpo. In quel crogiuolo di generosa umanità che erano le truppe dei legionari, tra idealisti, futuristi, arditi, improvvisati corsari , anarchici e puttanieri , Harukichi era forse quello che aveva le idee più chiare. Un giorno il Vate si alzò in piedi nella mensa e lo presentò a quelle confuse truppe: ” Vogliamo salutare a questa mensa di guerra un messaggero del Sol Levante !” Da quel dì, Harukichi Shimoi divenne il Camerata Samurai.

Ma presto a Fiume le cose si complicarono ed il generale Caviglia, proprio colui che lo aveva raccomandato, ebbe l’ordine regio di porre d’assedio la città istriana. Shimoi però , che era un legionario sui generis, ottenne il salvacondotto che gli permise di passare tra le linee degli assedianti e raggiungere Milano, dove conobbe Mussolini. Divenne l’intermediario tra l’attuale Vate ed il futuro Duce, che si stimavano e detestavano allo stesso tempo, in un rapporto così conflittuale , che Shimoi sentiva uno , il poeta, chiamare Mussolini “’nu cafone” e l’altro, il politico, definire D’Annunzio “’nu pagliaccio”.

Ma il connubio Shimoi-D’Annunzio produsse altre epiche gesta, come la progettazione della trasvolata Roma – Tokyo nel 1920. Il poeta voleva rivivere le emozioni dell’impresa del sorvolo di Vienna di qualche anno prima, ma per motivi di salute dovette rinunciare all’imminente raid. Fu così che con il contributo organizzativo di Shimoi, il 11 febbraio 1920, dall’aeroporto di Centocelle , presso Roma, alcuni velivoli , tutti italiani ,si librarono in volo diretti in Estremo Oriente. Dopo 26 tappe, alcune con esito tragico, un solo pilota riuscì a compiere tutto intero il tragitto ed ad atterrare a Tokyo : si trattava di Arturo Ferrarin, che entrò nella leggenda dell’aviazione civile, con un’impresa di risonanza mondiale.

Nel 1922 Shimoi partecipò alla marcia su Roma e si legò sempre più al fascismo ed a Mussolini.

Nel 1928 si tenne a Roma una manifestazione che per la prima volta promosse lo sport del judo in Italia; il grande successo dell’evento fu dovuto al fatto che tra i patrocinatori c’era proprio Shimoi che tradusse l’intervento del famoso maestro Jigoro Kano, presente quel giorno sul tatami, il tappeto da gara .

Nel 1930 organizzò la prima esposizione di pittura giapponese a Roma.

Negli anni successivi Shimoi tornò in patria, dove divenne un ambasciatore culturale del fascismo, che però riteneva un fenomeno totalmente italiano, non esportabile in altre realtà, ed i fatti gli diedero fatalmente ragione. Egli riteneva che i valori più autentici del primo fascismo fossero molto vicini ai princìpi del Bushido, il codice degli antichi samurai ; questi i sette punti a cui dovevano sottostare i cavalieri del Sol Levante :

  • Rettitudine, intesa come onestà e senso di giustizia.
  • Coraggio.
  • Solidarietà, nel senso della pietà nei confronti del più debole; se uno è forte deve esercitare il suo potere per il bene comune.
  • Rispetto, anche nei confronti di un nemico, degno di considerazione per essersi messo in gioco.
  • Sincerità, la mia parola è già una promessa.
  • Onore, la ricerca della perfezione; meglio morire che cadere in disgrazia.
  • Lealtà, fatta un’azione se ne diventa responsabili.

Nel 1928 Mussolini inviò una colonna commemorativa di epoca romana, presa dal palazzo di Gneo Pompeo, con una targa inneggiante allo spirito del Bushido, ancora rintracciabile ad Aizu , in Giappone; questa recava la scritta: “SPQR: nel segno del littorio, Roma, madre di civiltà, con la millenaria colonna testimone d’eterna grandezza, tributa onore imperituro alla memoria degli eroi di Biaccotai ( i samurai ndr,).

La Seconda Guerra Mondiale trovò Shimoi nella sua patria. La figlia invece rimase in Italia e sposò un corrispondente di guerra suo conterraneo; in un’occasione ospitò per alcuni giorni la Petacci nella sua casa sul lago di Garda.

Il 15 luglio 1945  il governo Parri dichiarava guerra ad un Giappone prostrato, giusto tre settimane prima della bomba di Hiroshima; la “nuova” Italia aveva posto la viltà a valore fondante.

Shimoi nel dopoguerra venne epurato, fatto credere pazzo, un po’ come Ezra Pound in Italia.

La sua ultima dichiarazione conosciuta fu per Indro Montanelli, corrispondente in Giappone, di cui divenne amico: “ So che Mussolini dal 1935 in poi s’inscimunì ‘nu poco e si mise intorno i peggiori elementi che giravano nel partito. So che corse appresso a Hitlér e alle fimmine. So che l’aquila che portava sul berretto gli mangiò il cervello. Adesso penserete che questo povero vecchio di Harukichi Shimoi sia ‘nu poco scemo. Hanno tentato di dirmelo gli inglesi e gli americani con le loro radio e i loro giornali ma io gli ho sputato in faccia. E’ per questo che mi vogliono epurare, mi epurino pure, io ‘ccà sto!”

Harukichi Shimoi si spense il primo dicembre 1954.