Il 5 luglio, abbiamo corso un grave rischio per la libertà d’espressione nel nostro continente, infatti il Parlamento europeo ha discusso e votato la legge sulla riforma del copyright (diritto d’autore) sul web e social network, che prevedeva l’introduzione di una “link tax” e un controllo preventivo dei contenuti caricati online, bloccando quelli che avessero violato il copyright. Detto in parole povere: se la legge fosse passata, non sarebbe stato più possibile condividere sulla propria bacheca Facebook, articoli, fotografie, video o citazioni, perché dei filtri digitali automatici sarebbero intervenuti per censurare il contenuto.

Per adesso la legge, per fortuna, non è passata, perché la maggioranza parlamentare europea ha respinto la proposta. Personalmente ho dato il mio piccolo contributo votando come tantissimi internauti una petizione online che invocava la difesa della libertà web e chiedeva formalmente alle forze politiche di impegnarsi in tal senso. La Lega e i 5 stelle, sono state tra le forze politiche che si sono opposte alla legge liberticida. Il pericolo però, è solo rinviato, perché a settembre si ridiscuterà nuovamente e si cercherà di far passare questo scempio, ecco perché non dobbiamo abbassare la guardia e continuare la lotta.

La ragione ufficiale di chi chiedeva di approvare la controversa legge, era quella di proteggere il “diritto d’autore” dei vari contenuti; la reale motivazione però era ben altra. In primo luogo a guadagnarci sarebbero stati i colossi, i grandi editori, a discapito dei piccoli emergenti che quasi sempre hanno bisogno anche di una libera diffusione per farsi conoscere e poter quindi crescere. Ma soprattutto, il rischio più grosso, sarebbe stato quello di perdere quella libertà di espressione e di condivisione dell’informazione che contraddistingue da sempre la rete.

Intendiamoci, che il web abbia dei problemi, è vero: su Internet si possono trovare anche contenuti immorali e diseducativi, e talvolta, criminosi. Disinformazione (fake news), volgarità, pornografia, dilagano. Sono poi frequenti i casi di persone che scaricano film e canzoni, danneggiando così i mercati cinematografico e discografico. Può essere che oggi il web sia ancora in una fase anarchica e che richieda di un intervento da parte delle istituzioni per stabilire delle regole per disciplinarlo e correggerne le derive. Ma la legge che si voleva far passare aveva mire ben più fosche.

In primo luogo non è possibile intendere il diritto d’autore in modo così restrittivo: da anni l’Occidente si sgola nell’elogio imprescindibile della liberaldemocrazia, e poi contraddice se stessa mettendo in pericolo lo spazio virtuale che più contribuisce alla libertà di pensiero e parola. Non si può, per intenderci, bloccare YuoTube solo perché consente la diffusione online di canzoni, brani musicali, o frammenti celebri di film e trasmissioni TV, solo per difendere il copyright. Che ci piaccia o meno, oramai questo è il mondo nel quale siamo abituati a vivere: Internet e Facebook non avrebbero senso se non si potesse più postare video, canzoni, articoli e celebri citazioni di aforismi o frammenti di autori letterari e saggisti.

Certo il mondo esisteva anche prima della nascita di Internet e dei social; non è indispensabile per la nostra esistenza, ma pensare di tornare indietro sarebbe anacronistico e arcaico. La rivoluzione digitale ha imposto un cambiamento epocale del mondo e dell’esistenza, un cambiamento certamente non solo positivo, anche negativo (come tutti i cambiamenti), ma che deve essere governato e non annullato. Il danno ideale e anche economico che la collettività globale avrebbe subito da una legge così restrittiva, sarebbe stato enorme e avrebbe anche sancito un principio paradossale, tanto che, per alcuni giorni, Wikipedia si è autocensurata in una sorta di “sciopero”, in segno di protesta contro l’eventuale approvazione della legge, diventando così impossibile accedervi.

Nel giro di pochi giorni, è stato un bombardamento di e-mail e petizioni da parte di numerosissimi internauti che hanno invaso i parlamentari europei, allo scopo di persuaderli a non uccidere lo spirito di libertà della rete. È curioso che in un mondo come quello occidentale moderno, dove tutto è consentito, dove è “vietato vietare”, rovesciando valori etici e tradizioni millenarie in nome di un astratto principio libertario e relativistico, i parlamentari europei delle forze politiche più asservite ai poteri forti, si fossero accaniti contro l’unico principio inviolabile del liberalismo, quello relativo alla libertà di pensiero, di parola e dì’informazione, che trova nel web, la sua massima espressione.

Come si spiega? È semplice: il primo articolo in assoluto che ebbi modo di scrivere (per Il Giornale del Ribelle), aveva come tema proprio il web, nel quale argomentavo le potenzialità e i pericoli insiti in Internet e nei social. La mia tesi era che sulla rete si sarebbe potuta consumare la battaglia tra popolo ed elite, in quanto Internet era usata dagli uni per contestare il sistema e dagli altri per controllare e addomesticare le masse. Personalmente sono convinto che nelle intenzioni iniziali, Internet e social, fossero stati concepiti oligarchicamente per canalizzare e orientare il consenso in favore della finanza internazionale e al potere globalista, ma come avevo ipotizzato, il giocattolo si è rotto tra le mani dei burattinai; da qualche anno, nulla sta andando come avrebbero voluto i poteri forti; tre esempi: la Brexit, la vittoria di Trump in Usa e il trionfo grillo-leghista in Italia. C’è forte vento di populismo, sovranismo, antiestablishment, protezionismo economico. La “società aperta” contemplata da Popper, sta implodendo: tornano i confini intesi sia come “limite” per i flussi immigratori, sia per proteggere l’economia delle nazioni dal liberismo selvaggio e dall’internazionalismo finanziario.

L’Ue, ha perciò capito che i mezzi di comunicazione non sono riusciti a frenare l’avanzata del nazionalpopulismo, anzi, l’hanno favorito, e sono corsi al riparo, cercando di mettere un bavaglio al web che è di per sé difficilmente governabile. Quindi il loro vero obiettivo non era difendere il diritto d’autore, ma limitare fino all’inverosimile la libertà d’espressione, perché avrebbero favorito l’ascesa delle forze antisistema. Il populismo non è il meglio che possiamo augurare per la civiltà occidentale in declino, ma è attualmente l’unica risposta possibile all’oligarchia economista. La battaglia è dunque tra populismo e oligarchia. Anche per questa ragione, ma soprattutto perché il principio di libertà d’espressione deve essere sempre sacrosantamente difeso in nome di tutti, che questa battaglia la dobbiamo continuare fino alla fine, perché a settembre proveranno nuovamente ad approvare la controversa legge liberticida e noi dovremo farci trovare ancora più risoluti nel respingere l’assedio, in nome della libertà.