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Neanche il tempo di archiviare l’estate del tormentone di J-Ax e Fedez che già l’antica frase torna alla sua versione originale. Quello appena trascorso è stato infatti il weekend del “vorrei ma non posso” di Stefano Parisi e di Matteo Salvini.

Avrebbe voluto, Parisi, lanciarsi in grande stile verso la leadership di un centrodestra rinnovato, post-berlusconiano, moderato, liberal-popolare (come lui ama definirlo anche se non si è ancora capito cosa sia). Avrebbe voluto ma si è ritrovato la sala piena di vecchi arnesi della seconda repubblica, qualcuno forse addirittura “a sua insaputa”. Avrebbe voluto ma è stato costretto a richiamare l’ormai stucchevole “sogno del ’94” per trasformare gli strali di Brunetta e soci del venerdì nell’abbraccio mortale del sabato.
Avrebbe voluto ma ha dovuto accettare di fare la faccia feroce per il No al referendum, talmente poco credibile che sul suo palco hanno sfilato persino i fautori del Si e nei commenti del giorno dopo non c’è stato un osservatore che non abbia rimarcato che in fondo, se potesse, Parisi voterebbe Si.

Nelle stesse ore avrebbe voluto, Salvini, celebrare sul pratone di Pontida la definitiva consacrazione della Lega Nord come soggetto nazionale, capace di archiviare il folklore padano, saldamente ancorato ai partiti “populisti” europei, autonomo da Forza Italia.
Avrebbe voluto ma si è trovato a dover assecondare gli umori dei militanti ultra-padani armati dei soliti pessimi striscioni “I-taglia di merda” e a parare le bordate del vecchio Bossi.
Avrebbe voluto ma ha dovuto registrare il forfeit di Marion Le Pen. Avrebbe voluto ma nella foga di smarcarsi da Parisi ha subito fissato una cena da Berlusconi, in barba alla tanto sbandierata autonomia.
Avrebbe voluto ma le dichiarazioni sopra le righe contro Ciampi sono diventate il clou, per certi versi persino provvidenziale, di una Pontida che rischiava di far emergere tutte le contraddizioni di una Lega che mastica si contenuti identitari ma non riesce a digerire fino in fondo che la loro declinazione oggi non può che essere nazionale.

Questi due “vorrei ma non posso” rilanciano la necessità e la concreta possibilità, il sogno e il bisogno, di una Destra più grande e più forte, in grado di dare forma e rappresentanza politica a quel “populismo identitario” che solca l’Europa, la Russia e l’America e che in Italia – come ha ben ricordato Giorgia Meloni – viene arginato dal finto cambiamento a 5 stelle.

Perché essere “populisti”, nel tempo in cui i sedicenti “popolari” hanno divorziato dal popolo per sposare le banche, non deve essere un’onta ma un titolo di merito, da difendere anche riabilitando una parola demonizzata per ignoranza.
Ed essere “identitari” non vuol dire essere settari, isolati e ripiegati su sé stessi e sulla liturgia della propria parte politica, ma al contrario dare voce all’identità più profonda della propria comunità.

Guardiamo ai tanti che non votano più, reduci dalla diaspora della destra e dalle delusioni della sinistra, a cui dobbiamo offrire chiarezza, onestà e serietà.
Guardiamo alla piazza del Family Day, ancora in cerca di una seria rappresentanza politica.
Guardiamo al civismo di destra, che è proliferato dopo la dissoluzione del PdL e che va riportato in un percorso comune superando personalismi e velleitarismi.
Guardiamo all’Italia che produce, sedotta e abbandonata dal Cav, dalla Lega e ora anche da Renzi.

La prima battaglia comune per il No alle sciagurate riforme di Renzi. Il passo successivo allargare i confini per una nuova e più grande Destra di popolo.