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L’Italia è un Paese ben strano. Vanta, a proprio millenario, un “presidente del Consiglio”, capace solo di recitare gli spartiti preparati per lui dalle tante “officine” a sua disposizione, di regalare umilianti mancette elettorali ai ceti bisognosi (30 – 50 euro lordi mensili !) e di varare, alla vigilia del referendum, disposizioni per il recupero degli edifici di culto danneggiati dai terremoti, così da consolidare il favore della Chiesa di Roma, già del resto acquisito nonostante le leggi contrarie alla famiglia e alla morale varate.

Vanta sempre il nostro caro e tartassato Paese di ospitare 3 Papi: il primo, l’emerito, è il più silenzioso ma è il solo felicemente operoso, il secondo, quello argentino inanella errori su errori (l’ultimo, immeritato spazio conferito alla morte del dittatore cubano), il terzo, quello milanese, recuperata la ribalta, si ripete nel suo unico lato costruttivo, quello calcistico.

Mentre si commemorano due giornalisti, Marco Borsa “democratico” oppositore dell’inesorabile fascistizzazione della stampa, e Marcos Ana, l’autore spagnolo di 96 anni, dei quali 23 trascorsi nelle carceri franchiste, la stampa non si accorge della “renzizzazione” dilagante, della nascita di un “pensiero” unico di un risorto “Minculpop”, testimoniato dall’acquisizione nelle file dei “plauditores” di “Libero” renziano becero ed isterico (v. v. la campagna contro l’Europa e la lite da ballatoio contro Brunetta).

Appare singolare e ancora una volta strana la posizione della carta stampata in grado di presentare nello stesso articolo tesi distinte e separate. Venturini, ad esempio, nell’editoriale “Elezioni e rischi. Gli esami che agitano l’Europa” avverte che nella stessa data del referendum italiano si avvierà “una stagione elettorale europea capace di sancire la morte dell’Unione e lanciarci nel mondo inesplorato di quella stanchezza sistemica che ha già eletto Trump e fatto vincere la Brexit?”.

Cosa si intende dire con la frase “stanchezza sistemica”? Si vuol preparare una denunzia e rimpiangere quel sogno irrealizzato fatto di gioia, di gaudio e di “resurrezione dei morti”, in caso di successo della Clinton, del sì in Italia e di sconfitta della Brexit.

E’ stato richiamato in servizio della causa un politologo, accantonato meritatamente da tempo, Francis Fukuyama, che in una delle sue tipiche “sentenze” inappellabili ed indiscutibili ha stabilito che “la minaccia più grande viene dall’interno: sono i populismi e i nazionalismi”.

Venturini diviene obiettivo nel momento in cui esamina esattamente e non grossolanamente il futuro, come è tipico del governo. Sostiene ed avverte che di fronte al futuro in costruzione a Parigi con la destra moderata di François Fillon e un rinnovato consenso in Germania alla Merkel non deve perdere di vista “la prova suprema che attende tutto l’Occidente e il ruolo che potrà svolgere l’Europa. Washington e le capitale europee, chiunque stia a palazzo Chigi continueranno a chiederci quel che ci hanno sempre chiesto: stabilità, conti in ordine e riforme strutturali” . E il controllo diventerà ancora più minuzioso e più severo dopo aver ottenuto che la ricostruzione post terremoto avvenga con i fondi strutturali europei ,30 milioni in 7 giorni, poi finanziamenti fino al 100%. E’ difficile credere che Renzi possa continuare con le marchette e mancette tipiche del suo operato e con il farsesco annunzio di un nuovo contratto degli statali, di là da venire e dalle mille contorte articolazioni.

Per tornare a Venturini sembrano saggie le considerazioni sul futuro dell’Italia in una Unione Europea fondata sui “cerchi concentrici”. In questa ipotesi – e l’opinione del giornalista è sensata e fondata – “nulla assicura che l’Italia possa far parte di un gruppo ristretto centrale che non identificherebbe più , come di fatto avviene oggi, con l’Eurogruppo. L’Italia del debito pubblico, della crescita anemica [testimoniata da calcoli statistici compiacenti], della scarsa competitività [delle industrie immeritatamente coccolate nel seno della tanto vicina Confindustria], del crimine organizzato e soprattutto dell’instabilità politica [da battere senza soffocare o isterilire, come avviene oggi, la democrazia in Italia], rischia di non risultare più indispensabile al motore europeo”. Riconoscendo che gli schieramenti in campo sono “entrambi suscettibili di innescare processi destabilizzanti”, osserva – ed il concetto dovrebbe essere esaminato da quanti, elettori del centro e della destra, per perbenismo, per moderatismo, per amore delle pantofole o per autolesionistico rifiuto della sinistra, cadranno domenica nella trappola del sì – che “guardare oltre urne nostre e altrui per gestirne le conseguenze” è “l’arduo esame l’Italia non sembra voler affrontare “. Sarebbe meglio forse dire “potere” affrontare per la pochezza della classe politica e di maggioranza e di minoranza.