Al momento in cui scriviamo, non sappiamo come evolverà la crisi siriana, innestata dalla “fake new” del gas usato dall’esercito di Assad contro i ribelli. Però alcune considerazioni è necessarie farle, se non altro a futura memoria, come suol dirsi:

  • La cosa singolare è che la storia dell’uso dei gas sia stata diffusa nel momento esatto in cui le milizie ribelli stavano per arrendersi a Duma, una località nei sobborghi di Damasco. Ed erano milizie sostenute proprio dagli USA, il che è sintomatico della rabbia che è esplosa a Washington;
  • Questa notizia è stata diffusa da siti e ambienti notoriamente ostili a Assad senza alcuna verifica sul posto né se questi gas siano stati veramente usati né chi li abbia impiegati. Ricordiamo che nel passato accuse di questo genere fatto all’esercito regolare siriano si sono verificate false perché i gas erano stati usati dai ribelli;
  • L’indignazione espressa dal governo americano su questo episodio bellico appare del tutto parziale e ipocrita visto che analoga indignazione non è stata espressa per le decine di morti e le migliaia di feriti provocati dall’esercito israeliano, anche con l’uso di “cecchini”, contro i palestinesi disarmati che dimostravano per ricordare settant’anni di occupazione delle loro terre contro i deliberati dell’ONU;
  • Il possibile attacco militare si scontrerebbe certamente con la reazione russa che ha già dimostrato di saper ben difendersi e di tutelare i suoi alleati, con il rischio del divampare di una guerra mondiale.

Questi sono i dati oggettivi. Ma quali sono le vere motivazioni, al di là della propaganda e della ricerca di falsi “casus belli”?

Gli USA stanno progressivamente perdendo influenza in tutte le aree del mondo, dal Pacifico al Mediterraneo, dal Sudamerica all’Africa. La loro incapacità culturale di comprendere gli assetti mondiali, unita all’influenza di fortissime e determinanti lobby quali quella israeliana e quella dell’industria militar-industriale già a suo tempo denunciata da Eisenhower, non gli permette di comprendere che l’unico modo che essi hanno per impedire alla Cina di dilagare dall’Asia all’Africa influenzando in parte anche l’Europa e il Sudamerica, è quello di permettere alla Russia – liberata dal comunismo, preoccupata dalla pressione cinese, basata su solidi valori nazionali e religiosi – di stabilire una stabile alleanza politico-economica con l’Europa occidentale per ridurre l’attrazione asiatica sempre presente a Mosca e costituire basi difensive nel Mediterraneo.

Del resto, quali influenza gli Usa hanno più nel Vicino e Medio Oriente? La Francia gioca ruoli autonomi nel Nordafrica occidentale (il Maghreb), l’Inghilterra si è di fatto ritirata, l’Egitto sta ritrovando il suo ruolo allacciando rapporti anche con l’Italia, la Turchia si sta alleando alla Russia, la Serbia idem, l’Iran rimane stabile con la sua dirigenza sciita, l’Iraq – dopo l’inutile guerra contro Saddam – è governata da sciiti. Resta l’Arabia Saudita, che non riesce a vincere la guerriglia nello Yemen, e Israele.

In questo quadro, la Siria è il Paese che determinerebbe il definitivo assetto indipendente dell’area, sostenuta da una collaudata alleanza pluridecennale con la Russia.

Gli USA, dinanzi questa situazione, dovrebbero casomai indurre l’Unione Europea ad avere rapporti stabili con la Russia per stabilizzare anche l’area mediterranea. Ma, invece, soprattutto per colpa degli immigrati ex-polacchi e ucraini, il nemico è la Russia: un nemico che però nessuno è riuscito a vincere negli ultimi secoli, e che ha un forte ascendente sui popoli europei.

Detto questo, però, abbiamo la sensazione che il presidente Trump, pressato dagli ambienti militari e dai consiglieri politici legati alle lobby israeliana e antirussa, stia facendo – come si dice a Napoli – “la faccia feroce”. Ricordiamo che il precedente attacco missilistico alla Siria fu una sceneggiata concordata con la Russia, ricordiamo che lo scontro con la Corea del Nord si è liquefatto con lo scioglimento delle nevi delle Olimpiadi invernali, ricordiamo che le repressioni turche dopo il fallito colpo di Stato del 2016 organizzato dagli Usa furono subite passivamente, ricordiamo che i curdi siriani, sostenuti dagli Usa, sono stati abbandonati all’invasione di Eldrin da parte delle truppe turche senza alcuna reazione.

Può darsi, e ci auguriamo, che sia così, ossia una mossa di politica interna e di un atteggiamento mediatico. Ci domandiamo anzi perché nella cosiddetta “democrazia” americana, che democrazia invece non è essendo solo un’oligarchia occulta, su vicende di queste dimensioni e dalle conseguenze che potrebbero essere drammatiche, non si confronti nelle assemblee parlamentari e all’ONU, altro presunto tempio democratico, analizzando gli eventi, accertando la verità dei fatti, trovando soluzioni diplomatiche.

In caso contrario, se si procederà a colpi di messaggi sui missili pronti per essere inviati, è possibile che la Siria del 2018 diventi come la Spagna del 1936: uno scontro tra Potenze in una guerra civile, peraltro già vinta da Damasco, per dimostrare chi ha le armi più micidiali.

In tutto questo, un Paese come l’Italia dovrebbe alzare forte la voce per dire agli Stati Uniti di non usare le basi in territorio italiano per le sue guerre, e porsi come intermediari per la pace. Ma purtroppo non abbiamo più un Craxi ma abbiamo invece una Mogherini alla Commissione Europea.

Le elezioni hanno inviato in Parlamento una maggioranza certamente non ostile alla Russia: il centro-destra e gran parte del movimento 5 Stelle. Ci auguriamo che essi vogliano esprimere una posizione univoca, alta e forte contro queste minacce di guerra – che non sappiamo quali sviluppi potrà avere – ed imporre ad un governo dimissionario la più assoluta neutralità chiedendogli di assumere invece iniziative come mediatore di pace.

Un’ultima cosa. Nel 2013, quando iniziò la crisi siriana e si prospettava una situazione simile con lo scoppio di una guerra aperta, il Papa indisse a Piazza San Pietro una veglia notturna di preghiera per la pace. Che ebbe un certo effetto, visto che quelle minacce non si realizzarono. Aspettiamo di vederne un’altra in questi giorni.