Oggi Romano Prodi, dalla prima pagina del Corriere, propone una ricetta non nuova, per lui e per l’Italia: “lo Stato diventi azionista per difendere le imprese”. Come non avessimo già patito sperperi di danaro pubblico, assunzioni immotivate, scandali e corruzioni, clientelismo, fallimenti rifinanziati all’infinito. Come se la gestione assistenzialista ed irresponsabile, di gente messa lì dal politico cui garantire il tornaconto economico e di potere, senza alcun interesse a proteggere e moltiplicare ricchezze che non sarebbero loro, non avesse fatto danni a sufficienza.
Come se, davvero, le tasse di chi lavora nel privato dovessero tornare ad alimentare aziende da riempire di nullafacenti, amici, portaborse, amanti o cugini di chi li assume coi soldi degli altri. Come se non sapessimo che tutte, tutte, tutte le esperienze del passato più o meno recente si sono risolte in fallimenti, quattrini gettati al vento, eserciti di persone da continuare a mantenere, svendite per qualche lenticchia all’imprenditore (?…) amico e foraggiatore.
Come se non fossimo consapevoli che – sugli innegabili successi delle uniche due partecipate di un certo pregio – è meglio non approfondire modi e maniere, che altrimenti ne andrebbe disposta l’immediata chiusura in ossequio alle più elementari norme del codice penale, e tutti i membri della governance andrebbero associati alle patrie galere senza capi di imputazione. Presi e chiusi in cella, finché a loro non viene voglia di raccontarci perché è giusto che si trovino lì.
No grazie, un’impresa serve a creare ricchezza, e lo stato – questo stato – ha ampiamente mostrato non solo di non sapere da che parte si cominci, ma pure di non esserne interessato. Perché la creazione di ricchezza porta benessere collettivo nel medio periodo, ma la gestione assistenziale ti garantisce voti per la prossima elezione. Dopotutto, con tutto il vociare a destra (si, ahimè, pure qui) e manca, il vero crinale sta qui: chi crede nella responsabilità e nella capacità individuale, ed auspica un sistema privo di vincoli che ne limitano lo sviluppo; e chi pensa che tutti si debba essere sottoposti ad un dirigismo che non ha mai saputo mostrarsi illuminato ed efficiente. E che penalizza, additandolo alla pubblica gogna, chi mostra di avere qualità superiori alla media.