La morte si è portato via, mentre combatteva contro il cancro, Eduard Limonov, lo scrittore russo più controverso del nostro tempo. Aveva 77 anni. Era nato a Derzinsk il 22 febbraio 1943. Si è spento in ospedale a Mosca nella serata del 17 marzo. La sua è la biografia più eccentrica di un scrittore contemporaneo. Per farsene un’idea è necessario leggere il lungo e pregevole ritratto che nel 2011 gli ha dedicato Emmanuel Carrère, Limonov (Adelphi) che è anche un romanzo, come è stata la sua vita, mangiata a morsi, con voluttà e disgusto a tratti. Poeta, autore di romanzi auto-biografici, guerrigliero nella guerra dei Balcani  al fianco dei serbi, fondatore con il filosofo Aleksandr Dugin  del Partito nazional-bolscevico, nemico di Putin , leader del blocco politico L’Altra Russia, si è definito sempre come un nazionalista moderato, socialista “della linea dura”, attivista dei diritti costituzionali.

Il Partito nazional-bolscevico ha come perno  ideologico la costruzione di uno stato che comprenda tutta l’Europa e la Russia, così come l’Asia centrale, sotto il dominio russo (euroasiatismo ). ma  il gruppo non è mai riuscito ad ottenere il riconoscimento  ufficiale di  partito politico.  Esso si ispira alle teorie di Dugin (poi uscito dal partito fondando il Partito eurasiatico), secondo il quale è necessario salvare una parte dell’eredità bolscevica-sovietica o nazional-comunista, correlata alle idee della Nuova Destra e a quelle di un grande europeista degli anni Cinquanta e Sessanta, Jean Thiriart. Un’ideologia che  suscita  un certo  interesse in Europa, con particolare riguardo in Italia e in Francia.

“Il carcere per me è stato come un monastero. A me è piaciuto starci, è un luogo in cui l’uomo si incontra con il caos ultraterreno. In carcere sono diventato più intelligente e saggio. C’erano persone che ogni giorno facevano un segno sul muro, contavano i giorni per uscire. Io ho avuto un altro approccio, e l’avrei avuto anche se mi avessero condannato a 15 anni, ne sarei uscito morto, ma non importa. Ho detto “adesso vivo qui”, e mi sono messo a vivere, anche in carcere”. Così parlò  Limonov in una intervista rilasciata a Bruno Giurato per l’ “Inkiesta”, nel 2018.

Ed in effetti lo scrittore russo, prodotto  delle contraddizioni e dei deliri contemporanei,  stava a suo agio in nessun altro luogo che non assomigliasse ad un carcere o ad un monastero. Meglio se il monastero fosse anche un centro di detenzione dove scontare una pena. Ne sarebbe stato felicissimo Limonov per gettare dalle sbarre palate di sterco contro la sua contemporaneità che l’ha adoro  per quanto lui la schifasse.

Uno scrittore? E cos’altro? Un leader politico mancato, non certo portando sugli altari uomini come i rivoluzionario-conservatori tedeschi Niekisch o i fratelli Strasser, raccogliendo pochi voti di sbandati attratti dal suo anticonformismo che si sostanziava in una formuletta ormai stantia: non esistono più la destra e la sinistra, ma soltanto il popolo contro le élites. Sai che scoperta.

La verità è che Limonov, geniale quanto si vuole, non ha mai scritto un libro che rivelasse davvero il suo genio politico, oltre le indiscutibili doti letterarie. A meno di non volerlo considerare una sorta di Charles Bukovski in sedicesimo, per il quale la pornografia può essere declinata anche politicamente.

Deve tutto non alla sua arte (discutibile) ma  Carrère, attraendo una destra piuttosto confusa e facendo inorridire la sinistra in via d’estinzione.

Le sue esperienze omosessuali, da marito infedele e poi divorziato, bigamo, poligamo e quant’altro, tra New York e Parigi dove ha vissuto, scrivendo romanzi auto-biografici che hanno riscosso successo in Francia, con molto sesso a buon mercato ed altrettante scurrilità quasi fosse un dovere decantare il suo mal di vivere per sentirsi contro questa società da nichilista “duro e puro”: tutta qui la sua esistenza di intellettuale e politico, entrambi irrisolti, ancorché dotato di una certa genialità.

Gli piacevano Stalin e Evola, Bakunin e Mishima, Mussolini e Lenin, la banda Baader Meinhof e i Sex Pistols. Scriveva sul quotidiano che aveva fondato, “Limonka”, dopo aver bivaccato a Parigi all’”Idiot international”. E soprattutto non si rassegnava alla fine dell’Unione sovietica, o meglio ad un sogno di grandezza nazionale. Disse  a “Repubblica” (19.12.2019): “In qualche modo, siamo riusciti ad andare avanti, ma il nostro obiettivo e quello di riprenderci tutti i territori abitati da Russi: le parti orientali dell’Ucraina e alcuni territori del Kazakistan. Non è naturale che le grandi nazioni diventino piccole e insignificanti. L’Unione Sovietica è il nostro Impero romano, noi continuiamo a guardare al nostro passato con orgoglio”. Non c’è replica. Come lui la pensa il 99% dei russi. Avrebbe dovuto avere un seggio alla  Duma, ma dormiva  e si sbronzava dove capitava.

Non si può condividere tutto quello che ha scritto ovviamente, ma neppure negare che la sua vita sia un’avventura nel cuore del nichilismo occidentale. Che ha descritto assai bene fingendo di compiacersi nell’ appartenervi. A settantasette anni era un vecchio ragazzo, le sue iperboli vengono comprese da chi ha cinquant’anni di meno: questo ne fa un uomo postumo. E delle contraddizioni se ne sbatteva allegramente.  Non aveva intenzione di incendiare il mondo, ma piuttosto dargli  forma. Lo comprendeva, stranamente, Anna Politkovskaja, la giornalista assassinata per le sue idee politiche non proprio in sintonia con quelle del Cremlino, che lo difese quando gli intentarono un processo come sobillatore (o terrorista) fascista, capo di una milizia di skinheads. Lo considerava un eroe della democrazia contro il “putinismo” imperante. Su Internet, Elena Bonner, la vedova di Sakharov, si esprimeva alla stessa maniera. A entrambe non dava fastidio che si dichiarasse nazional-bolscevico. Non dovrebbe darlo neppure a noi, benpensanti e malpensanti, purché Limonov si fosse  deciso a precisarne i contenuti. Non poteva  stare con Zirinovski e con Dugin. Doveva  scegliere. Ma lui non l’ha fatto mai, neppure quando decideva degli sviluppi delle sue pulsioni sessuali.

Comunque, nel tempo del nichilismo, un eretico irato che scrive bene è quasi un miracolo. Leggiamoli Il poeta russo preferisce i grandi negri, (Frassinelli, 1985); Il Libro dell’acqua, (Alet Edizioni, 2004); Diario di un fallito, oppure Un quaderno segreto,( Odradek, 2004); Eddy-baby ti amo, (Salani, 2005), o le sue memorie “di uno scrittore in prigione”: Il trionfo della metafisica (Salani, 2005). E l’ultimo riapparso in Italia, risalente a qualche decennio fa: Zona industriale, (Sandro Teti, 2018).

C’è poesia. C’è furore. C’è la scrittura di un viaggiatore che sbaglia sempre strada. Inquieto e “postumo”. Facile “bruciarlo”oggi. Sarà compreso quando il vecchio ordine si sarà dissolto. Il tempo di Limonov deve ancora arrivare.

Il Dubbio, 18 marzo