Confesso: sono dovuti trascorrere alcuni giorni prima che superassi lo sdegno e cancellassi la rabbia. Sembra impossibile eppure e spaventosamente vero che il presidente del Consiglio, uscito da cilindri misteriosi, un inarrivabile carneade della politica, è riuscito a toccare non il vertice ma il fondo massimo, interpellando due tizi, di cui personalmente avevo una conoscenza minima, per sollecitare da loro un aiuto utile a far rispettare i soliti DPCM, di cui sono lastricati le “vie dell’inferno” e l’obbligo dell’uso delle mascherine. Questa legittimazione – abbiamo osservato in parecchi, uomini e donne comuni, estranei alla politica e lontani dai raggruppamenti politici – rappresenta un indicatore inequivocabile del degrado irreversibile in cui è arrivata la nostra società, oltre che essere una sconfitta politica di dimensioni immani. Può sembrare assurdo ma in questo frangente ha fatto bene la Lucarelli a sottolineare la grande furbizia dei due, che, chissà grazie a quali consiglieri, non si sono lasciati sfuggire l’occasione della vita.

Un “premier”, che ricorre a questi due “oriented communication”, a questi due “influencer” per convincere all’uso della mascherina, ha realizzato un autogoal grottesco ed inaudito. Invece di chiedere ai due tizi, Conte chieda aiuto agli italiani, comunicando loro la verità trasparente ed esplicita con i dati reali dei morti e degli infetti senza ricorrere, sgravandosi dalle responsabilità, incurante dell’inimmaginabile errore commesso nel momento, in cui in barba art. 117, II comma, lettera Q, affida, come ha denunziato Giulio Tremonti, alle Regioni, organi assetati di potere, la profilassi internazionale, di competenza esclusiva nazionale. L’autocrate lombardo da parte non si lamenti di aver potuto parlare “per un solo minuto” con il  “Conte Tacchia” ma arrivi finalmente al passo concreto dell’occupazione delle