Anche i titoli di stato a 5 anni, dopo quelli a breve, hanno raggiunto il rendimento negativo demolendo un pilastro della favola europeista del MES-pentola d’oro, quello della convenienza e del risparmio sugli interessi. Nonostante questo la storiella continua a trovare insospettabili e sorprendenti sostenitori, ultimo in ordine di tempo l’ottimo Gennaro Sangiuliano, direttore del TG2, secondo il quale “Il MES ci può consentire di accedere a delle risorse per sostenere tanti giovani medici italiani che ora lavorano all’estero e che, se avessimo le risorse, potremmo far tornare domani mattina”.

Affermazione alquanto singolare, perché le risorse in realtà ci sono (le casse del tesoro sono piene di liquidità raccolta a tassi convenienti) e quello che chiede il direttore, volendo, si potrebbe già fare domattina con i soldi che ci sono o magari dopodomani mattina dopo averne raccolti altri con emissioni di titoli a tasso negativo (anche perché quella ipotizzata non sarebbe una spesa Covid related).

Il crollo dei tassi è l’effetto naturale degli acquisti della BCE, che la crisi pandemica ha finalmente costretto a fare quello che tutte le banche centrali dell’universo dovrebbero fare in circostanze del genere: stampare danaro e con questo monetizzare il debito pubblico finanziando la politica espansiva che serve per affrontare adeguatamente la crisi economica che inevitabilmente accompagna tutte le pandemie sin dai tempi della peste di Atene del V secolo a.c. descritta da Tucidide.

Scelta ovvia per la Federal Reserve, la Bank of England, la Bank of Japan, la Banca Nazionale Svizzera e tutte le altre, che stanno eruttando moneta come vulcani, una specie di eresia invece per la BCE prigioniera dei rigidi dogmi anti inflazione ereditati dalla Bundesbank, finiti persino nella costituzione tedesca, messi momentaneamente e faticosamente da parte solo per la minaccia concreta del possibile collasso dell’Eurozona.

Una situazione che ha messo in crisi gli adoratori del feticcio spread rimasti senza argomenti (in mancanza di meglio si sono buttati sul MES) e le macchiette europeiste come Oscar Giannino, uso a sbraitare contro i sovranisti che secondo lui facevano crescere il costo del debito e ora costretto ad ammettere che “I bassi tassi ITA si devono SOLO a QE della BCE”.

Tutto a posto, quindi? Nemmeno per idea.

I moderni e democratici epigoni di Walther Funk non sono tipi da mollare facilmente il colpo e sembrano aver già trovato l’antidoto contro l’odiata politica monetaria espansiva che, applicando l’ABC della macroeconomia, sta dimostrando che il re è nudo, vale a dire che il debito sovrano non è il fardello ignobile che si vuol far credere e che le politiche di bilancio restrittive e il rigore fiscale imposti sino ad ora (vedi Fiscal compact) in nome della riduzione a tutti i costi del debito sono il problema, non la soluzione.

La Reuters ha pubblicato alcune “indiscrezioni” (ovviamente non casuali) secondo le quali la BCE potrebbe ridurre gli acquisti del Pandemic Emergency Purchase Programme (PEPP) sui titoli dei paesi che non accetteranno di sottoscrivere i prestiti del programma Next Generation EU, quello che da noi viene chiamato Recovery Fund, l’altra pentola d’oro europea (anzi un pentolone) che dovrebbe far piovere soldi facili per tutti.

La riduzione dei tassi conseguente ai massicci acquisti della BCE ha reso inutili e poco convenienti i farraginosi e coercitivi prestiti UE, rendendo possibile la raccolta di risorse finanziarie a tassi convenienti e senza vincoli.

Come il MES, infatti, anche il cosiddetto Recovery Fund prevederebbe (inevitabilmente) le rigide condizionalità imposte dai trattati, un pesante vincolo esterno sulla finanza pubblica dei sottoscrittori, l’imposizione di politiche fiscali restrittive, controlli stringenti e invasivi e probabili ripercussioni sui mercati per il costo complessivo costo del debito.

Risulta perciò alquanto bizzarra la posizione di chi, come Giorgia Meloni, si dichiara contraria al MES ma favorevole al Recovery Fund, che funziona sostanzialmente nello stesso modo.

Al momento il Programma Next Generation è impantanato nel suo tortuoso processo decisionale tra veti incrociati e pressioni reciproche. Quando diventerà operativo (a quanto pare non prima del 2022) per l’Italia si parla di circa 200 miliardi di cui 80 di grants, cioè sovvenzioni (comunque finanziate dal bilancio europeo) e i restanti 120 di loans, cioè prestiti e quindi debito privilegiato a scadenza che in questo momento non sarebbe più conveniente delle normali emissioni di titoli di stato e che si porterebbe dietro la trappola della condizionalità con tutte le conseguenze già ricordate.

Nessuna meraviglia, quindi, che i paesi più esposti abbiano dichiarato di voler accettare le sovvenzioni ma non i prestiti.

Solo che questo, unito al pressoché unanime rifiuto del MES, priverebbe la Germania, i suoi vassalli e l’eurocrazia di Bruxelles della possibilità di controllare ed asservire i paesi del Sud Europa attraverso il vincolo esterno sulla finanza pubblica.

Ecco il perché del pizzino affidato da Francoforte alla Reuters, che un articolo pubblicato dal Peterson Institute for International Economics (PIIE), un autorevole think tank economico americano, riassume efficacemente così: “Se i governi del Sud Europa vogliono che la BCE continui ad intervenire sui mercati nella stessa misura di oggi si devono vincolare subito. Se non lo faranno finiranno per rimpiangere di non avere accettato la generosa offerta dei prestiti UE”.

Un pizzino che potrebbe ben presto diventare come la testa di cavallo piazzata da Vito Corleone nel letto di Jack Woltz: se la BCE riducesse gli acquisti di titoli i tassi schizzerebbero immediatamente verso alto e con loro il costo del debito e lo spauracchio dello spread, generando problemi a catena sui mercati con serissime ripercussioni sul sistema bancario dei paesi coinvolti e sulla loro economia.

Un vero e proprio ricatto che con la minaccia di tagliare l’ossigeno proprio nel momento in cui ce ne sarebbe più bisogno punterebbe a far vincolare subito, a scatola chiusa e senza alternativa i paesi coinvolti, con l’Italia prima della fila.

In pratica la banca centrale si trasformerebbe da soluzione del problema in problema, puntando un revolver finanziario alla tempia dei paesi più deboli per renderli più malleabili e sottomessi verso i diktat e gli interessi della UE a trazione germanica.

Come sottolinea ancora il PIIE, al di là della formale indipendenza della banca centrale esiste chiaramente un “implicito legame politico” tra le scelte della BCE in tema di politica monetaria (PEEP in questo caso) e gli obiettivi dei governi, ovviamente di quelli che determinano le scelte della UE (sappiamo bene quali).

Situazione inconcepibile in qualsiasi paese sovrano regolarmente dotato di una banca centrale, normale (e pessima) amministrazione nel garbuglio dell’Eurozona, dove una moneta unica priva sovranità unica e di politica comune deve servire economie eterogenee ed interessi divergenti spesso in conflitto tra loro tra i quali prevalgono quasi sempre quelli del più forte.

Chissà quanto ci vorrà per capire che il fantastico tesoro europeo che molti aspettano come la manna dal cielo (qualcuno sta già discutendo su come spendere soldi che non si sa ancora quando arriveranno) potrebbe essere in realtà come la mela di Biancaneve: bella e invitante da guardare, ma tossica una volta assaggiata.