Passata la sbornia dei soliti e inutili commenti di rito, quelli per i quali vincono tutti e non perde mai nessuno, cominciano a delinearsi gli effetti del voto di domenica scorsa.
A fronte di una platonica e marginale vittoria aritmetica del consorzio elettorale denominato centro destra (una regione e una bella manciata di seggi regionali in più) la vittoria politica è inevitabilmente finita al governo, ora più solido, e al suo vero azionista di riferimento, il PD di Zingaretti, che oramai guida a suo piacimento il parco buoi a 5 Stelle.
Riscosso integralmente il dividendo del SI al referendum lasciando a bocca asciutta come era peraltro facilmente prevedibile i maldestri Salvini e Meloni, che hanno egregiamente lavorato per il Re di Prussia, ed evitata più facilmente del previsto l’immaginaria “spallata” incautamente evocata nei comizi del centrodestra, sono Zingaretti e l’infido Giuseppi a dettare l’agenda politica del governo (via i decreti sicurezza, subito il MES) potendo contare sulla totale sudditanza della mandria parlamentare grillina che pur di non tornare nel nulla da cui proviene accetterà qualsiasi cosa per evitare la fine anticipata della cuccagna.
Il centrodestra ha scontato ancora una volta la mancanza di una solida strategia politica restando prigioniero dei suoi soliti e ben noti limiti: un approccio basato più sulle parole che sulle idee e più sugli slogan che sui fatti, la miopia dei tatticismi del momento, la mancanza di preparazione di quadri e candidati.
Vale per Salvini che in Toscana ha pedissequamente ripetuto gli errori dell’Emilia Romagna, ad ulteriore dimostrazione di evidentissimi limiti politici, vale per la Meloni che in Puglia ha visto bocciare sonoramente la strategia del partito contenitore che l’aveva portata ad accogliere e riciclare, in cambio di voti, personaggi oramai vecchi, usurati e politicamente a fine corsa come in questo caso Raffaele Fitto.
Di questa situazione di stallo e impotenza politica sono in molti ad accorgersene.
Nella Lega si comincia chiedere un cambio di linea: basta “sovranismo” (qualunque cosa voglia dire) ed estremismo verbale che spaventano il ceto produttivo, gli imprenditori e gli elettori moderati: “va precisato e affinato quello che la Lega propone all’Italia”, la proposta politica della Lega “deve rivolgersi a mondi che ci guardano ancora con diffidenza e sospetto” dice Giorgetti con linguaggio piuttosto curiale.
Segue a ruota il vicesegretario Andrea Crippa: “Forse dobbiamo essere più rassicuranti nel messaggio continuare a dire no agli strumenti che propone l’Europa non è la strada giusta, in un momento di paura, con il rischio di chiusura di tante attività”.
Se non è una resa all’europeismo moderato poco ci manca e non è certo una coincidenza se sono sempre più insistenti le voci che ipotizzano, al Parlamento Europeo, l’abbandono del gruppo sovranista di Identità e Democrazia (quello della Le Pen e di Alternative für Deutschland) per tentare l’adesione al gruppo del PPE (quello della Merkel).
Un interessante e significativo segnale lo manda quella vecchia volpe di Paolo Mieli, da sempre ascoltato ciambellano dei poteri forti, grande frequentatore dei salotti che contano, abilissimo a percepire la direzione del vento ed ad adeguarvisi.
In un’intervista ad “Huffington Post” l’autorevole ex pluridirettore, che esprime evidentemente il punto di vista dei suoi ambienti di rifermento, partendo da un falso presupposto – cioè la trasformazione, indotta dal Covid (che paragona addirittura a Pearl Harbour), dell’Europa da “matrigna che sorveglia col dito indice alzato i conti dei Paesi che a essa aderiscono” in “una specie di zattera dove ci si rifugia e a cui si guarda senza ostilità. Un’entità che lascia liberi i Paesi di spendere i propri soldi ed eventualmente gliene dona anche una parte” (ovviamente non è affatto così) – prova a cucinare una ricetta politica che permetta alla destra di reinvestire proficuamente il proprio capitale politico.
Alla base del ragionamento c’è la constatazione che la destra italiana nel suo complesso è titolare di “un patrimonio elettorale quasi intatto, non hanno perso e non sono stati sconfitti”; un patrimonio che in effetti rappresenta sostanzialmente la maggioranza degli elettori e che la scadente azione politica della sbilenca accoppiata PD-M5S non potrà certo erodere, ma casomai far crescere ulteriormente.
Un capitale che per non rimanere inutilizzato o congelato in una condizione di marginalità deve essere valorizzato, o per meglio dire riciclato: “Nella destra italiana ci vuole una rivoluzione culturale che porti a una radicale svolta europea”, spiega Mieli, “devono fare una rivoluzione importantissima sul terreno della politica internazionale e definirsi come un partito che chieda l’iscrizione al Partito popolare europeo. Insomma, mettersi nel solco dei partiti moderati e conservatori europei”.
Non è, come potrebbe sembrare a prima vista, la solita e patetica invocazione per una destra che piace alla gente che piace, la vecchia chimera della destra “presentabile”, liberale, conservatrice e moderata, un fantasma che periodicamente riemerge nel dibattito politico sin dai tempi di Indro Montanelli e che ha dato vita nel tempo a esperimenti fallimentari, come il fantoccio politicamente corretto di Gianfranco Fini, o alle inconsistenti velleità di nullità come Filippo Rossi.
In realtà la trovata di Paolo Mieli, personaggio troppo abile e preparato per scadere in simili banalità, è molto più di questo.
E’ evidente tra le righe la preoccupazione, sua e del mondo che lo ispira, che la bandiera europeista e gli interessi che le stanno dietro rimangano solo nelle mani del mediocre PD odierno, di qualche scheggia insignificante come +Europa della Bonino o di macchiette inutili come Calenda, mentre la maggioranza degli elettori tende ad andare dalla parte opposta.
L’avvertimento è chiaro: se la destra vuole sedersi ai tavoli che contano e giocare seriamente la partita, invece di continuare a fare rumore inutilmente, si deve ripulire e rendere presentabile, deve cioè adeguarsi alle regole di chi da le carte e gestisce il Casinò. Che come tutti i Casinò si riserva di far giocare solo chi vuole: “La destra dovrebbe riunirsi, eliminando i personaggi che sono i più connotati da quelle politiche anti-europee e cambiare radicalmente l’atteggiamento nei confronti dell’Europa. Rompere le alleanze con i partiti anti-europeisti che ci sono in Europa e diventare una destra moderna e accettabile”, laddove “moderna e accettabile” significa addomesticata e inchinata ai voleri dei poteri forti e delle oligarchie dominanti.
Il punto di vista è quello di chi crede di avere già capito cosa ci riserverà il futuro: un inevitabile destino di provincia, se non colonia, dell’Europa di Bruxelles, un’Europa superiore, benevola e magnanima, capace di educarci ed emendarci dai nostri difetti congeniti che deve poter delegare l’amministrazione locale a governi amici ed affidabili non importa di quale colore perché tanto non conterebbero niente.
Per la destra, in pratica, un futuro da forza diversamente collaborazionista giustificato dalla calamità del Coronavirus, considerata una svolta epocale: “Se c’è la Seconda guerra mondiale e l’Europa cambia fra il 1939 e il 1945, uno che nel 1945 si riaffacciasse con le stesse convinzioni che aveva nel ’39 non sarebbe coerente ma solo stupido”.
Non che Mieli abbia tutti torti a proposito dell’inadeguatezza della destra attuale: “Meno chiacchiere, più letture” è un’esortazione della quale in molti dovrebbero fare tesoro, essendo evidente a tutti che nei quadri della destra italiana quelli in grado di dialogare ad alto livello e di confrontarsi seriamente con i problemi sono rari come un ghiacciolo in mezzo al Sahara.
Non che la comica combriccola di Giuseppi sia meglio, anzi, ma questa non è certo un’attenuante.
Raffinatamente perfido appare il suggerimento alla coppia Salvini & Meloni per il prosieguo delle rispettive carriere politiche: candidarsi a sindaco di Milano e a sindaco di Roma.
Una elegante stilettata per spiegare che sarebbero troppo provinciali ed impreparati per giocare le partite che contano, mentre potrebbero cimentarsi con successo nella difficile gestione del più limitato potere locale a contatto con problemi concreti in una dimensione a loro più consona.
Basta quindi “abbaiare alla luna” e “partiti dell’avventura”, secondo Paolo Mieli quello che serve oggi sono moderazione e consociativismo filoeuropeo.
Un avvertimento plateale che deve essersi aggiunto ad altri meno palesi ma molto efficaci evidentemente andati a segno se è vero che a quanto pare assisteremo ad un repentino e clamoroso riposizionamento, almeno per la Lega: da sovranisti euroscettici ad europeisti convinti, con il Recovery Fund che passa da “fregatura grossa come una casa” (Salvini), a grande (falsa) opportunità: “sull’uso dei fondi del Recovery fund, si è parlato troppo della richiesta dei soldi e poco di cosa si fa con quei soldi. Io voglio fare debito buono, come dice Draghi” (Giorgetti).
Cosa faranno in questo scenario la Meloni e i suoi fratellini, anch’essi da un po’ di tempo piuttosto inclini (per ragioni di opportunismo elettorale) ad una moderata convergenza al centro?