Si cartuscella cadit, tota scientia squagliat: l’adagio in latino maccheronico che fino a qualche anno fa  furoreggiava nei corridoi del ginnasio – che delitto la “riforma” del Liceo Classico! – ben si addice a descrivere quel che è accaduto in Campania nell’ultimo mese, quando la regione che sembrava aver sconfitto il Covid a colpi di lanciafiamme e gag televisive improvvisamente ha assunto le sembianze di un unico, enorme lazzaretto.

Colpa di bande di untori travestiti da podisti? Ovviamente no. Così come non risponde al vero che le strade di Napoli e delle altre città campane siano simili a quelle della Milano descritta da Manzoni. Molto più semplicemente la narrazione sapientemente costruita nei mesi primaverili dal governatore De Luca si è mostrata per quel che realmente è: una narrazione appunto, non una veritiera rappresentazione della realtà. Utile a vincere le elezioni regionali – complice un centrodestra incapace di una presenza costruttiva sui territori – ma non certo a gestire in maniera efficace un’emergenza sanitaria senza precedenti in tempi recenti. Nessun modello virtuoso campano aveva impedito a marzo ed aprile alla pandemia di dilagare in Campania, piuttosto fortuite combinazioni. Quelle stesse che, bene o male, hanno salvato l’intero Mezzogiorno. Insieme ad un ridottissimo numero di tamponi effettuati, che ha tenuto ufficialmente bassi i contagi.

Eppure un De Luca sempre più compreso nel ruolo di “sceriffo” severo e decisionista non ha esitato ad ascrivere al suo rigore l’aver scongiurato una “situazione lombarda”, con tanto di macabra ed inopportuna ironia sulla tragedia vissuta da comunità come quelle bergamasca e bresciana. D’improvviso, rigorosamente dopo le elezioni regionali di settembre, il governatore ha cambiato tono, fino ad arrivare ad invocare – in diretta Facebook, in un soliloquio che ormai può anche evitare la presenza del giornalista ridotto a reggi-micorofono – un lockdown immediato e generale per la Campania, ormai sull’orlo del baratro. Parole che, però, questa volta al governatore non hanno portato consensi, come a marzo ed aprile, tutt’altro. A Napoli come a Salerno – feudo elettorale personale di De Luca – è partita una mobilitazione di piazza sorprendente, per numeri e tempestività.

Proteste auto-organizzate, nate sui social in particolare tra commercianti, ristoratori e partite iva. Una reazione inattesa, che ha colto in contropiede il governatore. Anche e soprattutto nella “sua” Salerno. Dove pure già da un paio di settimane si manifestava per la riapertura delle scuole: ultime ad aprire, prime a chiudere le scuole campane. Con buona pace – e sguardo corto – per la formazione delle giovani generazioni. La reazione è stata quella tipica del personaggio: nessuna autocritica, faccia ancor più feroce. Tutto in linea con il personaggio. Ma resta un dubbio: come ha potuto un politico esperto ed accorto come De Luca non “fiutare” l’aria che stava cambiando?

Probabilmente perché l’affabulatore è rimasto prigioniero del suo stesso incantesimo. Convinto di poter mantenere inalterato il consenso conquistato a primavera assecondando la paura generalizzata, lo sceriffo non ha capito – o ha voluto fingere di non capire – che in questi mesi la situazione socio-economica campana è profondamente peggiorata. Imprese e lavoratori che in primavera hanno accettato il blocco totale delle attività come una dolorosa necessità ora, anche a causa dei ritardi e delle inefficienze dello Stato nel pagamento di bonus e cassa integrazione, in molti casi non sono in condizione di reggere un nuovo stop. Del resto basterebbe vedere quante serrande abbassate e locali sfitti ci sono anche nelle zone centrali di Napoli o Salerno per avere un’idea delle dimensioni reali della crisi innescata dal Covid, crisi che si innesta in un quadro generale già caratterizzato da forti sofferenze. Lo storico caffè napoletano Gambrinus che tira giù la serranda è solo un esempio tra i tanti possibili. E poi c’è il vasto mondo del lavoro nero e sommerso: come, in caso di blocco, si potrebbero tutelare questi lavoratori fantasma? Soprattutto dopo che lo stop di marzo ed aprile ha bruciato buona parte dei risparmi, se non tutti, delle famiglie più fragili?

È questo il “brodo di cultura” in cui sono maturate le manifestazioni di piazza. E la violenza? E la camorra? Nessun falso moralismo: nel primo venerdì di protesta – quello degenerato in scontri – in strada a Napoli c’era anche la delinquenza “spicciola”. Quei “pesci piccoli” che nuotano nel torbido e provano ad alimentare e strumentalizzare ogni forma di protesta che si registra in città. C’erano, ma non erano il motore della manifestazione. Del resto se vi fosse stata un’unica regia criminale – smentita anche dalle analisi del Viminale – non si capisce perché contemporaneamente in tanti altri centri della regione le manifestazioni si sono svolte pacificamente, addirittura in qualche caso – come a Salerno – con applausi indirizzati alle forze dell’ordine. Certo, la crisi per la criminalità organizzata è un’opportunità, soprattutto però se i provvedimenti che vengono emanati da governo e Regione paralizzano le attività economiche: i dati sulla crescita dell’usura, di cui sono vittime imprenditori e famiglie, non lasciano spazio a dubbi.

Bene, tutto questo sembra essere sfuggito a Vincenzo De Luca. Così come, durante la tregua conquistata a caro prezzo con il blocco delle attività di primavera, sembra essergli sfuggita la necessità di potenziare sanità e trasporti pubblici. Nulla è stato fatto in questi mesi. Eccolo, dunque, invocare un lockdown. Ovviamente proclamato dal governo, perché poi i soldi devono arrivare da Roma. E quando la risposta è stata negativa il governatore campano è arrivato a criticare la chiusura dei ristoranti alle 22 perché troppo restrittiva. Eppure è stato il primo in Italia ad imporre il coprifuoco alle 23. Ed oggi, con la Campania in zona gialla – un tiro mancino del governo? – De Luca si premura di assicurare che manterrà chiuse tutte le scuole, con buona pace delle disposizioni nazionali. Il tutto mentre i quotidiani bollettini di aggiornamento sui numeri del Covid in Campania si riempiono di totali che non tornano e di cifre ballerine, con le terapie intensive che, da un giorno all’altro, si riempiono e svuotano a velocità poco credibile.

L’impressione è che lo sceriffo stia ormai combattendo una guerra personale con il governo Conte di cui, almeno in linea teorica, dovrebbe essere un sostenitore. La situazione sanitaria – così come quella socio-economica – della Campania è una semplice cornice, utile solo a dare spunti per un braccio di ferro di cui non si coglie l’utilità. Asserragliato negli uffici della Regione – si sussurra in quel di Salerno, perché ormai preferirebbe evitare Napoli – il governatore ricorda la magistrale interpretazione di Bruno Ganz ne “La caduta”, solo che questa volta il protagonista non sposta divisioni fantasma, ma emana ordinanze simili a grida manzoniane. Solo le macerie della Campania – sociali ed economiche – rischiano di essere drammaticamente reali e simili a quelle della capitale tedesca nell’aprile del ’45.