C’era una volta la censura cattolica e democristiana, oggi c’è quella “politically correct”. Ci sono molte cose che rimpiango dell’Italia e del mondo del passato, ma tra queste non c’è la censura, all’arte, alla cultura, alla libertà di opinione, di pensiero. Sta emergendo in questi tempi un crescendo di nuovo moralismo “politicamente corretto” – recentemente denunciato anche dall’attore e regista Carlo Verdone – che sta diventando davvero asfissiante. E pare particolarmente fastidioso perché stride con un’altra tendenza, altrettanto invasiva e in qualche modo complementare al neomoralismo, ovverosia, il relativismo etico su valori, principi, tradizioni. Un miscuglio di moralismo e immoralità che si amalgama in una serie di contraddizioni inconcepibili.

Siamo ben oltre all’ideologia “radical-chic”, la denominerei, “radical-shock”, giacché spinge talmente oltre certe derive libertarie, da permeare nella società pratiche barbare come l’utero in affitto, l’eutanasia per i depressi, l’aborto al nono mese, la legalizzazione delle droghe, la precocità sessuale degli infanti. Ma la stessa società occidentale che vuole attuare e radicalizzare il “vietato vietare” sessantottardo, per assurdo è la stessa che limita progressivamente le libertà elementari e necessarie.

Solo per citare l’ultima cronologicamente, discuteremo della “Convenzione di Faro”. Tale accordo – detto in parole semplici – prevede interventi parzialmente censori nei confronti di quelle opere d’arte che potrebbero risultare offensive a certe sensibilità etniche e culturali, ad esempio, come nel caso della visita nel 2016 del presidente iraniano Hassan Rohani in Italia, che portò al vergognoso caso delle statue coperte e alle conseguenti polemiche. Fratelli d’Italia e Lega si sono scagliati contro tale ipotesi, e a maggior ragione; il futuro che rischia di esserci prospettato, è una pornocrazia che per assurdo velerà le pudenda delle sculture greche, latine e rinascimentali perché ritenute, da qualcuno, oscene. Si censura l’arte e si sfogano gli istinti bestiali su Youporn.

E ci chiediamo, perché dobbiamo esser zelanti con popoli intolleranti che nei loro Paesi ci impongono le loro usanze? E con che spirito ci dovremmo vergognare del nostro David di Michelangelo quando gli “offesi” non esitano a praticare l’infibulazione e a prender per mogli delle bambine? Non m’interessa “esportare democrazia”, o “civiltà”; non dobbiamo dare “lezioni morali”, ma neppure possiamo tollerare di riceverle. E con una crescente immigrazione in Europa d’islamici (e non solo), chi ci garantisce che quella censura, da temporanea, non diventi permanente, quando i “nuovi europei” saranno così numerosi da imporlo? E poi, si può per questioni etiche o religiose, retrocedere su conquiste secolari di libertà?

E infine: che senso ha avuto battagliare contro il cattolicesimo valorizzando la libertà individuale (ma anche devastando etica, famiglie, società), per sostituire il vecchio moralismo con il nuovo? Un’ultima, doverosa, postilla: la “Convenzione di Faro” è stata solo ratificata dal centrosinistra, ma fu negoziata nel 2005 dal centrodestra, quando Gianfranco Fini era ministro degli Esteri e Rocco Buttiglione era ai Beni culturali. Quella stessa Europa che si rifiutò di inserire nella Carta dell’Unione Europea un riferimento alle radici giudaico-cristiane del Vecchio Continente, e che già allora, ci parve, che Fini non avesse combattuto con convinzione quella battaglia.