Non c’è pace tra gli ulivi di Palestina. Soprattutto per i cristiani. La pandemia ha sferrato un duro colpo alla sempre più ristretta comunità. Da febbraio il diffondersi del contagio ha massacrato la già fragile economia locale: turismo bloccato, negozi, alberghi e ristoranti chiusi, ferme le poche fabbriche, licenziamenti a tappeto. Il quadro è drammatico, la maggior parte delle famiglie stenta ad arrivare a fine mese e conserva i pochi soldi per i bisogni primari, la pura e semplice sopravvivenza. Fame e incertezza.
Inevitabilmente, la crisi ha colpito anche le quarantadue scuole del Patriarcato Latino — l’arcidiocesi cattolica per Israele, Palestina, Giordania e Cipro — sparse tra Giordania (25 istituti), Palestina (13) e Israele (5), una rete educativa frequentata da 20mila studenti seguiti, anche nell’insegnamento a distanza di questi mesi, da 1800 operatori: professori, educatori, amministratori, bidelli, manutentori.
A differenza delle strutture attive in Israele — dove lo Stato ha assicurato sostegno economico e aiuti finanziari — le restanti sono oggi sull’orlo della chiusura per mancanza di fondi. Sebbene le autorità religiose abbiano ridotto le rette ed esentato le famiglie più bisognose (circa dodicimila), per continuare ad insegnare ed educare servono almeno sette milioni di dollari. Da qui l’appello di monsignor Giacinto Boulos Marcuzzo, vescovo ausiliare del Patriarcato, ai fedeli di tutto il mondo: «Questi istituti permettono a tanti cristiani di restare in Terra Santa, ma ora è necessario un aiuto per evitare che studenti, professori e tutti coloro che vi lavorano non debbano emigrare».
Una causa nobile e importante che riguarda un’istituzione prestigiosa che da 150 anni rappresenta un caposaldo della Cristianità nelle travagliate terre di Gesù. Purtroppo il grido d’aiuto del Patriarcato rischia di venire oscurato o, peggio, equivocato dal clamore attorno ai guai (molti) del Patriarcato stesso. Ancora una volta, una questione di soldi. Di tanti, tantissimi soldi. Ad essere ottimisti, oltre 120 milioni di dollari spariti negli anni in una serie di turbinose operazioni finanziarie e immobiliari.
Tutto ha avuto inizio nel 2009 quando l’allora patriarca, il giordano monsignor Foud Twal, volle costruire a Madaba, sua città natale, un modernissimo campus universitario, l’American University, destinato a diventare il polo formativo per le élite giordane e palestinesi. Un obiettivo ambizioso benedetto dal Vaticano — fu Joseph Ratzinger a posare la prima pietra — e appoggiato da re Abdallah che il 30 maggio 2013 inaugurò personalmente l’imponente complesso.
Tutto bene? Non proprio. Mentre i primi studenti iniziano ad affollare le facoltà di economia e finanza iniziarono a circolare le prime indiscrezioni sui tanti debiti contratti da monsignor Twal con banche giordane e palestinesi, sui mancati pagamenti ai fornitori e su presunti “piaceri” alla famiglia del patriarca. Dopo qualche imbarazzata smentita, a fine 2014, la Segreteria di Stato vaticana si decise ad intervenire con una speciale commissione affidata all’allora nunzio apostolico in Giordania, monsignor Giorgio Lingua. Un intervento necessario ma, evidentemente, tardivo su una situazione già compromessa. Papa Bergoglio, sommamente irritato, nel suo viaggio ad Amman si rifiutò di visitare l’università e ordinò il pensionamento di Twal.
Nel 2016 il bollente dossier Madaba è passato a padre Pierbattista Pizzaballa, già responsabile della Custodia francescana di Terra Santa. Da subito il coriaceo religioso bergamasco — non essendo arabo, per motivi diplomatici, è stato nominato Amministratore apostolico invece che Patriarca— ha cercato di raddrizzare le cose, razionalizzando le strutture e l’amministrazione e tagliando le spese superflue. Un compito immane considerato l’ammontare del debito e così, nonostante i molti sforzi fatti negli ultimi quattro anni, l’amara decisione di iniziare a vendere parte dell’ingente patrimonio immobiliare del Patriarcato.
Inizialmente Pizzaballa sperava di poter arginare i creditori con la vendita di alcune importanti proprietà in Giordania, ma il regno Hashemita è in pesante crisi economica, i prezzi di mercato sono desolatamente bassi. Per sanare una situazione ormai insostenibile l’Amministratore si è ritrovato infine costretto a dover cedere i “gioielli di famiglia”: le terre di Nazareth, la città di Gesù.
A giugno, in un inedito sforzo di trasparenza, il Patriarcato di Gerusalemme ha diffuso una dolente nota ufficiale: «È stata assunta la decisione scomoda — approvata da tutti gli organi competenti, comprese le commissioni interne e quelle della Santa Sede — di vendere dei terreni a Nazareth a un uomo d’affari arabo secondo i prezzi commerciali. Sono esclusi dalla transazione oltre 100 dunam (10 ettari) di terra destinata a beneficio della comunità cristiana».