Erano anni che di Tony Blair e del blairismo, miseramente finiti nel dimenticatoio dei miti falliti della sinistra, non si sentiva parlare. L’uomo nuovo della sinistra europea di una ventina di anni fa – il profeta che avrebbe indicato ai “riformisti” del continente la strada verso un radioso futuro di potere e di progresso, l’inventore del New Labour che aveva rottamato un partito ingessato e umiliato da anni di dominio thatcheriano credendo di poter consegnare definitivamente la Gran Bretagna, e con lei l’Europa, ad una ideologia progressista, moderna ed illuminata che chiamava “terza via” – dopo 10 anni che avevano dimostrato l’inconsistenza dei suoi mirabolanti progetti era stato invece sfrattato da Downing Street dai suoi stessi compagni nel 2007.

L’idea di cavalcare, a rimorchio di Bill Clinton, l’onda del liberismo sfrenato, della deregulation selvaggia e della globalizzazione illudendosi che la crescita del mercato e delle rendite finanziarie alla fine avrebbero beneficiato a pioggia tutta la società si era rivelata solo una illusione.

La storia è andata in direzione ostinata e contraria a quella auspicata da Tony Blair: oggi in Gran Bretagna i conservatori sono saldamente al potere, il paese sta uscendo senza rimpianti dalla UE, la società inglese sta ancora scontando gli squilibri e le ineguaglianze indotte dai 10 anni di blairismo e il suo partito è tornato ai vecchi miti della sinistra dura e pura all’inglese rimediando le solite batoste. L’idea di rafforzare i vincoli europei e la posizione del Regno Unito in Europa grazie alla solidarietà tra forze progressiste (ad un certo punto Blair si era addirittura dichiarato a favore dell’ingresso nell’Euro) si è rivelata una illusione velleitaria, abbattuta dall’egemonia tedesca nelle mani della conservatrice Merkel e dei suoi vassalli.

Per non parlare delle scelte di politica estera, totalmente appiattite sugli interessi guerrafondai degli USA, per i quali Blair ha finito per giocarsi anche la reputazione personale quando si è scoperta la manipolazione delle informazioni comunicate al parlamento e agli Inglesi per giustificare l’intervento in Iraq a fianco di Bush jr. Oggi Anthony Giddens, principale ideologo della terza via blairiana, racconta che questa “è morta travolta da tecnologia e globalizzazione”.

Provinciale come sempre la sinistra italiana dell’epoca, per intenderci quella di Prodi e Veltroni, aveva nominato Tony Blair suo profeta, colui che avrebbe indicato ai discendenti del PCI, ancora discretamente imbrattati di marxismo e lotta di classe, come creare una sinistra moderna, di respiro “europeo”, al passo coi tempi, inchinata al mercato, acriticamente aperta alla globalizzazione e allo smantellamento delle oramai superflue tutele sociali.

Nel 1996 Walter Veltroni, allora vice di Prodi nel governo dell’Ulivo, aveva trionfalmente partecipato al congresso di Blackpool che aveva incoronato Blair leader del Labour esaltando solennemente “la capacità della sinistra di metabolizzare altre culture, quella liberale come quella ambientalista” ricordando che “il ‘900 è stato per la sinistra il secolo del Welfare State, ma da cui partiamo per un nuovo viaggio, verso lo Stato delle opportunità”, opportunità soprattutto per “quella nuova generazione della sinistra che ha l’ ambizione di riunire idealismo e governo”.

Da quel momento Blair era diventato l’idolo della sinistra in tutte le sue forme: politicanti progressisti, redazioni illuminate, salotti radical chic, intellettuali da terrazza romana o da spiaggia di Capalbio. Per anni Tony Blair è stato il protagonista indiscusso delle chiacchiere della sinistra veltroniana e ulivista. Poi di fronte all’incalzare della realtà e del fallimento, anche dei suoi ammiratori italioti, l’ex primo ministro inglese è finito direttamente nel dimenticatoio, accantonato e dimenticato come tanti altri giocattoli rotti e inutili del campionario dei fallimenti della sinistra. Fino a ieri.

Fino a quando, cioè, qualcuno da un’area politica teoricamente incompatibile non ha pensato bene di riesumare il blairismo e di ispirarsi a quella esperienza. Giorgia Meloni, fresca presidente del gruppo dei Conservatori e riformisti europei, ha festeggiato la nomina con un’intervista nella quale ha dichiarato: “Io rappresento la terza via blairiana di destra”, intendendo con questo – da quello che si può capire – che “L’Europa non si esaurisce in due opzioni, uscire o prostrarsi in ginocchio”. Ma perché terza via “blairiana”, perché utilizzare questo aggettivo, visto che il blairismo è quello descritto sopra?

I termini “destra” (anche quella confusamente conservatrice e moderata che sembra avere in testa la Meloni) e “blairiana” sono un ossimoro peggio delle convergenze parallele, non hanno niente in comune, sono agli antipodi e non ha nessun senso utilizzare l’una per descrivere l’altra. Tanto più che se quello che serviva era un aggancio per una battuta o un parallelismo, di citazioni sulla “terza via” nella cultura (teoricamente) di riferimento la leader di FDI, volendo, ne avrebbe trovato a iosa, da Ezra Pound a Pino Rauti, anche se non sarebbero stati facilmente spendibili nella buona società moderata ed europea.

Esempio di sudditanza al bon ton politicamente corretto e di subalternità culturale al verbo dominante: uso un concetto caro alla sinistra per descrivere una cosa di destra sperando che questo la renda più accettabile a chi dirige il pensiero. Solo che in questo caso il concetto “de sinistra” prescelto è quello di un’esperienza fallimentare, un riferimento obsoleto e superato che potrebbe avere quale unico effetto, oltre al paradosso, quello di mostrare un ritardo culturale, il vezzo arrivare tardi e fuori tempo rovistando superficialmente tra i rifiuti di qualcun altro. Sorvolando, ovviamente, sulla compatibilità politica dei contenuti.

Va detto, peraltro, che l’invocazione blairiana non è nemmeno la parte più discutibile dell’intervista. Ben più deleteria, almeno per chi ha a cuore la difesa dell’interesse nazionale, è l’adesione acritica alla stucchevole narrazione del Recovery Fund come ancora di salvezza dei patrii destini: “il governo abbia lucidità e comprenda l’urgenza di cogliere le risorse del Recovery senza dissipare […] sebbene i soldi europei arrivino tardi e condizionati, pensiamo a spenderli bene, in ballo non c’è il futuro del governo ma degli italiani”.

Ovviamente non è e non sarà affatto così (come oramai affiora qua e là tra mille reticenze persino sulla stampa mainstream) e basterebbe poco per rendersene conto. Ma questa è un’altra storia.