L’articolo “Ragionare sui fondi MES senza ideologismi e demagogia” apparso su questa pagina ci offre lo spunto per affrontare una questione della quale si parla molto da molto tempo ma spesso poco a proposito.Partendo da un punto di vista sacrosanto e condivisibile, la critica al governo in carica ed alla sua incapacità, l’articolo arriva però a conclusioni assolutamente discutibili finendo, a mio modestissimo avviso, nella posizione di chi vorrebbe segare il ramo sul quale è seduto.

Vi si legge che sarebbe un grave errore condividere il rifiuto del governo di Giuseppi all’utilizzo del MES, descritto come la pentola d’oro della favola: “36 miliardi, di cui 18 disponibili subito e 18 nel 2021, a tasso zero e fuori dal conto del deficit” e reclamizzato come nella migliore retorica europeista. Le cose, però, non stanno affatto così e sarebbe forse più opportuno discutere del MES sulla base delle sue norme di funzionamento invece che su presupposti astratti o su presunti effetti attesi.

Magari prendendo atto che come un orologio rotto che segna l’ora esatta 2 volte al giorno anche a Giuseppi e al M5S può capitare, anche per sbaglio, di fare una cosa giusta. Basta un sommaria analisi per smentire la credenza che quelli del MES siano soldi disponibili subito e gratis e che l’unica condizione per accedervi sia l’utilizzo per l’emergenza sanitaria.

Esaminiamo le argomentazioni punto per punto.

La trappola della condizionalità

Viene riproposto il solito gioco delle tre carte tra condizione di accesso al credito (la asserita “unica condizione”) e le condizioni del credito. Due cose ben diverse.

L’impiego per spese “Covid related” è solo la condizione di accesso al credito che, nell’adattamento a martellate dello strumento MES, ha sostituito per l’occasione quella originaria, cioè la difficoltà di accesso ai mercati in caso di crisi finanziarie.

Una volta entrati, però, nel programma di assistenza (crisi epidemica o finanziaria non fa praticamente differenza) si applicano comunque le sue regole, stabilite nel trattato istitutivo e quindi sostanzialmente immodificabili.

L’art. 12 del trattato ESM recita:

“[…] il MES può fornire a un proprio membro un sostegno alla stabilità, sulla base di condizioni rigorose commisurate allo strumento di assistenza finanziaria scelto.

Tali condizioni possono spaziare da un programma di correzioni macroeconomiche al rispetto costante di condizioni di ammissibilità predefinite

che altro non è che l’applicazione dell’art. 136 del Trattato di Funzionamento UE appositamente modificato:

La concessione di qualsiasi assistenza finanziaria necessaria nell’ambito del meccanismo sarà soggetta a una rigorosa condizionalità.”

Condizionalità rigorosa, quindi, e non derogabile che verrebbe immediatamente applicata una volta ricevuti (vedremo come) i fondi MES.

In che cosa consiste questa rigorosa condizionalità?

In un rigido programma di sorveglianza chiamato “Post Programme Surveillance” che sottoporrebbe a stretto controllo, come previsto dai regolamenti UE 472 e 473 (il famoso “two pack”), la finanza pubblica nazionale praticamente commissariandola. Con la possibilità di anticipare le misure attraverso il cosiddetto Early Warning System.

Le modalità sono descritte, richiamate e confermate in tutti i documenti approvati dai diversi organi, politici e tecnici, della burocrazia europea che si sono occupati del “Pandemic Crisis Support”, come ad esempio L’Eurogruppo nel cui documento di approvazione del programma si legge testualmente che  “gli Stati restano vincolati a rafforzare i fondamentali macroeconomici e finanziari, in base agli strumenti di coordinamento e sorveglianza fiscale ed economica della UE, inclusa qualsiasi flessibilità applicabile dai competenti organi UE”.

Interventi che sarebbero decisi ed estesi a discrezione della Commissione e comporterebbero, in collegamento con la BCE, regolari missioni di sorveglianza e controllo e rapporti semestrali sulla situazione economica, finanziaria e fiscale del paese debitore con il potere di imporre unilateralmente le misure di aggiustamento macroeconomico e di finanza pubblica che i sorveglianti riterrebbero opportune e necessarie, come previsto dall’art. 3 del Reg. UE. 472/13. In pratica un controllo esterno, pervasivo e sostanzialmente insindacabile, sulle decisioni di finanza pubblica.

Curiosamente, l’articolo pro MES rinviene nel vincolo esterno il pregio principale del programma: così, ci dice, i dilettanti del governo giallorosso dovranno “limitare il loro margine di discrezionalità” nella spesa concentrandosi sull’emergenza sanitaria. Dimenticando, però, che una volta entrati nel programma di assistenza il controllo e i vincoli, per le ragioni sopra esposte, si estenderebbero a tutta la spesa pubblica oltre che alle politiche fiscali e di bilancio per tutta la durata del programma congelando ogni residua sovranità economica nazionale.

Non è certo un caso se in nessun altro paese europeo viene preso in considerazione il MES. In pratica per impedire gli sprechi di risorse in “monopattini e sussidi improduttivi” ci si vorrebbe infilare in una gabbia strettissima dalla quale sarebbe poi difficilissimo uscire. Un rimedio ben peggiore del male.

La questione del debito pubblico

Anche l’argomento addotto a supporto della necessità di un vincolo esterno alla spesa proviene dalla narrazione europeista, anzi dal suo cavallo di battaglia, l’entità del debito pubblico: saremmo “un paese che già spende annualmente il 15% in più di quanto produce e chiuderà il 2020 con un debito superiore a 2.600 miliardi (72 volte la misura dei fondi MES)”.

Si dimentica in questo caso che in realtà l’Italia è da quasi 30 anni in costante (tranne nel 2009 e verosimilmente quest’anno) avanzo primario, vale a dire che il bilancio dello stato chiude da anni in attivo al netto della spesa per interessi, dovuta peraltro allo stock di debito accumulato negli anni ’70 e ’80. Una condizione che in Europa accomuna solo Italia, Germania e Olanda e senza dimenticare il saldo attivo delle partite correnti.

Il problema, quindi, non è affatto l’entità della spesa in sè (la cui qualità ovviamente andrebbe migliorata, meglio pagare i medici che i monopattini) ma la sostenibilità del debito, che dipende dalla crescita (incompatibile con l’austerità che il controllo UE imporrebbe, come dimostrato dalla disastrosa esperienza del governo Monti) e dall’entità degli interessi al servizio del debito che dipendono invece dalla politica monetaria della banca centrale, come stiamo constatando, ad abundantiam, proprio in questi giorni e come aveva dimostrato a suo tempo Mario Draghi con il suo “whatever it takes” risolvendo in 5 minuti un problema che l’austerità ottusa di Mario Monti stava solo aggravando.

Continuare ad descriverci da soli come spreconi incapaci, invocando il vincolo esterno e accodandoci alla falsa rappresentazione dei PIGS e dei frugali è un po’ come spararsi sui piedi.

Soldi disponibili subito e gratis?

Nemmeno per sogno. Per accedere al programma MES è necessaria prima di tutto, oltre alle nostre approvazioni interne, un’istruttoria (durata minima prevista un mesetto) dopodiché le erogazioni avverrebbero a tranche mensili non superiori al 15% dell’importo erogabile, vale a dire circa 5/6 miliardi al mese subordinati, peraltro, anche a disponibilità e tempi di raccolta.

In pratica l’ammontare di una delle tante emissioni mensili di titoli di stato, molte delle quali sono attualmente a tassi negativi. Emettendo titoli coperti dalla BCE, che si sta comportando finalmente come tutte le altre banche centrali, i 38 miliardi del MES si potrebbero raccogliere tutti in poco più di un mese.

Sul “tasso zero” va detto innanzitutto che il MES non è affatto privo di costi. E’ un prestito (quindi un debito) con un tasso dipendente dal costo di raccolta dei fondi sul mercato maggiorato dalle commissioni: 10 punti base (0,10%)/anno, 25 punti base (0,25%) come commissione up-front e una commissione di servizio di altri 0,5 punti base (0,005%)/anno.

Non trattandosi di un tasso prefissato e non essendo noto al momento il costo di raccolta, che può variare nel corso del programma, si possono solo fare ipotesi in base alle quali si presume che il reperimento sul mercato dei fondi da impiegare avvenga a tassi negativi tali da assorbire i costi delle commissioni. L’ipotetica gratuità del prestito dipende quindi non da condizioni contrattuali o da inesistenti trattamenti di favore ma semplicemente dall’andamento dei mercati

Quanto al presunto risparmio di 300 milioni sulla spesa per interessi, va detto che il MES sarebbe un creditore privilegiato, cioè con diritto di soddisfarsi prima degli altri, il cui credito sarebbe disciplinato da una normativa sovranazionale, cioè estranea alla giurisdizione Italiana.

Ciò porrebbe il MES in una posizione di favore rispetto agli altri creditori con prevedibili conseguenze negative sul mercato che verosimilmente penalizzerebbero il costo del restante debito italiano.

E’ il famoso effetto stigma (conseguente anche al solo accesso al programma) che se provocasse, come probabile, un incremento anche marginale dei tassi sul restante debito nazionale polverizzerebbe in pochi minuti l’atteso risparmio dei 300 milioni cifra, oltretutto, ricavata da proiezioni datate che non tengono conto del fatto che al momento anche noi siamo in grado di finanziarci sul mercato a tassi negativi.

Situazione che durerà fino a che la BCE farà il suo mestiere attivando l’unico strumento efficace per affrontare la crisi, cioè la monetizzazione del debito, di fronte alla quale il marginale e farraginoso accrocchio del MES è un fucile a tappi confrontato con un bazooka.

Senza dimenticare che se anche l’asserito risparmio di 300 milioni ci fosse sarebbe comunque il corrispettivo esagerato di pesantissimi vincoli esterni sulla finanza pubblica. Un gioco (pericoloso) che non vale sicuramente la candela.

Conclusioni

L’articolo pro MES riconduce il rifiuto del programma ad un presunto “dibattito ideologico”, ad una irrazionale bizzarria che impedirebbe di mettere le mani sul favoloso tesoro europeo. Una anche superficiale analisi tecnica della questione dimostra esattamente il contrario: si invoca il MES per quello che non è basandosi, in questo caso, su di un pregiudizio politico in uno dei pochi casi, se non l’unico, in cui Giuseppi ha fatto la cosa giusta, non sappiamo nemmeno per quanto.

L’idea di farci commissariare della UE per quattro spiccioli con l’obiettivo di contrastare un governo ostile ed inetto è in fondo un vecchio e sciagurato schema italiano: chiamare lo straniero (che farà i suoi interessi) per combattere l’avversario interno.

Che è poi lo stesso motivo per cui il PD è incondizionatamente favorevole al MES: inchiodare le politiche di bilancio ad un vincolo esterno che ridurrà al minimo gli spazi di manovra dei governi prossimi venturi, di qualunque colore, permettendo all’Europa di fare senza limitazioni quello che un governo nazionale non potrebbe fare senza perdere il consenso popolare.

In pratica l’abdicazione della sovranità.