Tanti anni fa era consuetudine diffusa parlare di “brutto male” riferendosi al cancro, come se il male avesse anche aspetti di bellezza, di simpatia e di gradevole manifestazione. Passa il tempo, i costumi sociali progrediscono, la libertà di pensiero si è diffusa, il senso critico è più divulgato, il coraggio civile è molto sentito e la cultura politica è maggiormente partecipe – così fanno intendere i pubblicitari dell’informazione guidata – ma quando si parla di terrorismo islamista la nebbia propagandista si dirada ed emerge l’ipocrita e vile deformazione della realtà e dell’oggettività. La formula della disinformazione viene pescata dall’abisso sempre tumultuoso e equivoco della psiche, e per ogni responsabile di uno sgozzamento, di un picconamento, di una decapitazione si trova la causa eziologica nella depressione da sradicamento, nella crisi identitaria, nell’emarginazione sociale, nello stigma della diversità, nella frustrazione culturale.

Pochi, come Souad Sbai, hanno coraggio di guardare in faccia il male e di dare ai comportamenti e alle parole l’esatto significato politico e simbolico. L’Islam radicale ha dichiarato guerra all’Europa e all’Occidente secondo una strategia complessa e diversificata, quindi usando tattiche distinte di uno scontro non convenzionale. Un attacco economico, morbido e insinuante, con l’acquisto di beni strutturali nei vari Paesi europei, infiltrandosi, quindi, nel sistema finanziario e produttivo dei luoghi in via di occupazione. Un attacco psicologico, altrettanto duttile e suggestionante, con la colpevolizzazione dell’Occidente e la sua necessità di espiazione attraverso la retorica dell’accoglienza e della disponibilità ospitale. Un attacco culturale e politico con l’introduzione di dispositivi comunicativi e meccanismi legislativi che puniscono la libera informazione: vedi tutti i discorsi sull’islamofobia e il giustificazionismo per comportamenti e prese di posizione islamiste a dir poco subdole e sospette. Un attacco con i mezzi di informazione appiattiti sulla montatura dell’integrazione, del multiculturalismo, dell’ospitalità e della ricchezza implicita nelle nuove risorse allogene.

Invece il quadro è ben diverso, molto più pericoloso e infido, ed è questo scenario che dobbiamo decifrare e denunciare. L’Islam radicale ha dichiarato guerra oralmente e documentatamente alle nostre società, creando una rete di supporti logistici e di sostegni politici, anche all’interno delle stesse istituzioni. Per cui, lasciamo da parte le diagnosi inappropriate e le analisi psichiatriche. C’è un nemico già insediato nelle nostre nazioni, e le migrazioni sono armi di distruzione della nostra civiltà. Con questo dobbiamo fare i conti, senza rifugiarci dietro tanto ottimistiche quanto masochistiche interpretazioni del fenomeno. Una malattia si vince con una diagnosi esatta e una cura appropriata. Il terrorismo si combatte con il pragmatismo nella osservazione e il trattamento corrispondente e appropriato. Tutto il resto è cecità e viltà: due condizioni che portano inesorabilmente alla sconfitta.