Le elezioni presidenziali americane stanno mettendo a dura prova l’istituzione democratica. Recentemente ho riletto un interessante saggio di Raffaele Simone, “Come la democrazia fallisce”. L’autore tra le tante domande si chiede se riusciremo a salvare la democrazia e soprattutto se dobbiamo ancora crederci. La democrazia secondo Simone dopo due secoli esce “sfigurata”, e sostanzialmente sembra che il “ciclo democratico” sia arrivato al suo termine. Tra l’altro, è già tanto che è durato quasi due secoli. Certo forse la democrazia degli Stati Uniti, essendo una Repubblica Federale, basata sul principio di sussidiarietà, rispetto a quella giacobina europea è un’altra cosa come ben evidenzia Marco Respinti (Il Collegio Elettorale negli USA, esempio di democrazia non giacobina, 7.11.20, in centrostudilivatino.it) pertanto ancora non è del tutto fallita come dimostra il professore Simone per altre democrazie. Tuttavia, commentando i forti ritardi dei risultati elettorali negli Usa, Marcello Veneziani, può scrivere che “la culla della democrazia ha una chiavica di sistema: aspettano ancora le diligenze postali come nel Far West…” (M. Veneziani, “Consoliamoci gli anti Trump destinati all’estinzione”, 8.10.20, La Verità).

Comunque sia, aspettando i riconteggi dei voti nei vari Stati, e soprattutto le azioni legali intraprese dall’ancora presidente in carica, il voto americano ha offerto diversi, e interessanti riflessioni politiche, culturali e storiche. Innanzitutto, è stato chiaro che in questa campagna elettorale si sono confrontati due mondi, due antropologie, due visioni del mondo contrapposte, come ha ben chiarito l’esperto di politiche americane Marco Respinti nella relazione a Radio Maria di domenica scorsa.

Per avere un’idea di quale sia la posta in gioco, è interessante il confronto politico tra i due candidati proposto da Francesco Cavallo sul sito del Centro Studi “Rosario Livatino”. Senza voler dar giudizi sulla discussa personalità del presidente uscente, rispetto alla presidenza Obama che aveva avvantaggiato l’Isis, “Trump ha tolto di scena il califfo Al Baghdadi e il generale Soleimani senza nuovi Vietnam, riducendo conflitti armati e morti. Ha annullato l’accordo che forniva all’Iran una via per le armi nucleari e ha indotto Emirati Arabi, Sudan e Bahrain a concludere la pace con Israele”.

Trump ha negato fondi pubblici ai programmi internazionali che promuovono l’aborto, ha imposto ai medici di curare i bambini sopravvissuti agli aborti tardivi, ha promosso e concluso un accordo internazionale a tutela della famiglia naturale. Ha difeso, dentro e fuori gli USA, la libertà religiosa, denunciando le violazioni dei diritti umani in Cina e difendendo dall’applicazione dell’Obamacare, la riforma sanitaria di Obama, soggetti (ad es. le Piccole Suore della Carità) altrimenti obbligati a fornire ai dipendenti contraccezione, aborto e sterilizzazione. In quest’ottica ha nominato alla Corte Suprema giudici come Amy Barrett.

Prima della pandemia le politiche economiche, fiscali e sull’immigrazione di Trump avevano ridotto la disoccupazione ai minimi storici, e determinato il trasferimento di una quota importante di ricchezza ai lavoratori più poveri, agli svantaggiati, ai forgotten men”.

Ecco Biden promette l’esatto contrario – scrive Cavallo – “sarebbe già pronta una valanga di ordini esecutivi per cancellare il più in fretta possibile l’eredità di Trump […] È favorevole all’aborto, anche quello a nascita parziale e/o fino al nono mese di gravidanza, è contrario all’estensione ai nascituri della tutela sanitaria, ritiene che a partire da 8 anni i bambini abbiano diritto a cambiare sesso. Ha scelto come vicepresidente una pasionaria di aborto e ideologia gender, e punta a stravolgere il ruolo della Corte Suprema”. (Francesco Cavallo, Biden dopo Trump: qualche fatto prima della ‘festa’,10.11.20, centrostudilivatino.it)

Voglio ricordare che Donald Trump, nonostante il massacro mediatico che ha dovuto subire, male che vada è stato votato da oltre 70 milioni di americani, si tratta del candidato repubblicano più votato. Dai sondaggi taroccati dal potere mediatico e quindi dai democratici, era considerato un perdente, uno sconfitto, fuorigioco, rigettato, condannato, “pateticamente aggrappato al potere”. Naturalmente questa narrazione “serviva a creare le basi per una ‘profezia auto avverantesi’ ed aumentare la pressione sociale sugli americani ad abbandonarlo”. (Marco Faraci, “Grazie a Trump oltre a Trump…”, 10.11.20, atlanticoquotidiano.it)

E comunque, come ha detto Maria Giovanna Maglie, non era facile votare per uno che veniva dato perdente di 10 o 15 punti rispetto all’avversario.

In molti l’hanno scritto a cominciare da D’Alema, senza il coronavirus Trump non avrebbe perso, riconoscendo così l’importanza decisiva del virus cinese. In effetti a gennaio scorso prima del Covid, tutte le rilevazioni dicevano che Trump era di gran lunga vincente. In questi anni Trump e tutta la sua amministrazione ha subito una feroce demonizzazione. Addirittura, è stato paragonato a Hitler.

È indicativa la dichiarazione di Nancy Pelosi prima del voto: “Biden sarà presidente qualunque sia il conteggio finale dei voti”. Nella frase, faceva notare Antonio Socci su Libero, non c’è solo rancore ideologico, ma fa sospettare qualcos’altro ben più inquietante.

Immaginate se per caso dopo tutte le verifiche, la giurisprudenza americana desse ragione a Donald Trump. Non oso immaginare a quali manifestazioni dovremmo assistere da parte di tutto l’apparato che ha sostenuto Joe Biden, a cominciare dai Black Lives Matter (BLM).

Per non parlare di tutto l’apparato mediatico il meinstream che ha già incoronato Joe Biden presidente ancora prima che lo facesse il Collegio elettorale il 15 dicembre. Lo ha fatto la CNN, prontamente imitata da quasi tutti i grandi network mediatici statunitensi (gli stessi che hanno addirittura censurato il presidente in carica), e a ruota da quelli europei, e molti altri a cominciare dagli esponenti politici sono accorsi a complimentarsi con Biden.

Qualcuno sospetta che tutta questa fretta nel riconoscere Biden presidente serve anche a fare pressione psicologica sui giudici che devono poi decidere sui brogli elettorali.

Se dovessero emergere le prove che i risultati annunciati sono stati falsati, scrive su facebook, il professore Capozzi, “le Corti degli Stati e la Corte suprema dovranno decidere sotto la spada di Damocle di un’opinione pubblica già convinta a credere che i giochi siano fatti. E se decidessero di invertire i risultati e proclamare eletto Donald Trump, quello stesso sistema mediatico fomenterebbe immediatamente rivolte di gruppi estremisti di sinistra che metterebbero le città a ferro e fuoco con l’accusa di tradimento del voto popolare”.

Anche se per il momento, la presunta vittoria di Biden come sostiene Veneziani ci risparmierà paradossalmente le rivolte e le manifestazioni. Pertanto, “non sentiremo più ululare cassandre e iettatori, sciacalli e malpancisti. Finalmente cesserà questo coro assordante di gufi e di cornacchie. Non sentiremo più il quotidiano fervorino di cantanti, attori, intellettuali, contro la Casa Bianca. Non vedremo più gli antifa, i neri in assetto di guerra, i cortei, gli assalti ai poliziotti, ci risparmieremo di vedere gli inginocchiati e i loro piagnistei planetari. Per Veneziani, “sarà una vera liberazione non di Trump ma dell’antitrumpismo ringhioso. Il mondo tirerà un respiro di sollievo. L’umanità sarà più gioconda senza il padre di tutti i razzisti sovranisti, di tutti i torvi populisti, di tutti i fake-cazzari. Il potere globale avrà la faccia buona di Xi Jimping e della sua mansueta dittatura cinese che ha il primato mondiale nell’inventare virus da esportazione e nell’infliggere pene capitali e carcere ai dissidenti”.