Una briciola d’Africa distesa su un territorio brullo, arido, ingrato. Una piccola, piccolissima nazione scarsamente popolata e priva, con l’eccezione di qualche salina, d’ogni risorsa naturale significativa. Stiamo scrivendo di Gibuti, circa 900mila abitanti su 23mila chilometri quadrati.

Poco più di un francobollo. Una realtà apparentemente insignificante. Eppure le cose sono molto più complesse. Gibuti è importante, decisamente importante e tutte le principali potenze (e pure quelle medie e piccole) vogliono infilarci un piede o allungarci almeno un dito. Forza della geografia. Non a caso Napoleone amava ripetere che lì risiede la vera politica degli Stati.

Il «grande corso» aveva ragione. La micro repubblica, ex colonia francese sino al 1977, è infatti inchiodata sullo stretto di Bab al Mandab, un pertugio marittimo di 32 chilometri da cui passa, inoltrandosi verso Suez e il Mediterraneo, il 20 per cento del traffico marittimo mondiale e il 40 per cento del commercio petrolifero del pianeta. Chi controlla Gibuti, controlla un’arteria vitale del sistema mondo. Una posizione talmente importante che, dopo l’arretramento parziale di Parigi, si è preferito trasformare, con gran soddisfazione dei governanti locali, Gibuti in un inedito condominio multinazionale.
Quattro i passaggi centrali. Dopo l’11 settembre 2001, il Pentagono si accorse dell’esistenza dell’ex «Territoire français des Afars et des Issas» e decise, nell’ambito della «guerra globale contro il terrorismo» d’installare, a spese dei francesi, proprio lì la prima base americana sul continente africano. La Legion Etrangere fu costretta a cedere la sua storica caserma Camp Lemonnier ai Marines e a ridurre i suoi effettivi (a oggi 1450 uomini). Il secondo passo arrivò nel 2008, con il dilagare della pirateria, una minaccia esiziale per i traffici marittimi; per contrastare i bucanieri somali l’Italia (con una base significativamente intitolata ad Amedeo Guillet, l’eroe della defunta AOI), la Spagna, il Giappone e la Cina hanno chiesto e ottenuto basi sul territorio gibutino.
Terzo passo. Approfittando dell’emergenza pirati — una minaccia per cui Pechino ha movimentato più di 70 unità e mantiene un task force navale permanente davanti Aden  —  la Cina ha posizionato sul Corno d’Africa la sua prima installazione militare extra nazionale, garantendosi una porta d’accesso per accedere al cuore del continente, nonché un punto nevralgico lungo la rotta delle nuove vie della seta. Nel 2017 i cinesi hanno inaugurato, proprio in fronte alla loro base, il porto multifunzionale di Doraleh con annessa una zona franca di 48 chilometri quadri e aperto la nuova linea ferroviaria Addis Abeba-Gibuti. Parallelamente gli asiatici hanno costruito strade, aeroporti, alberghi, centri commerciali, acquedotti e sono in fase di realizzazione un nuovo porto a Obock, un gasdotto di 700 chilometri verso i giacimenti dell’Ogaden etiopico e un oleodotto per il Sudan del Sud.
Quarto passo l’interminabile conflitto yemenita. La sanguinosa guerra civile nell’antico regno di Saba ha infatti acceso o risvegliato altri interessi sul Bab al Mandab e i suoi desolati ma strategici litorali. Se gli emirati si sono installati ad Assab, nell’Ottocento la prima stazione coloniale italiana, e sono in procinto di posizionarsi a Berbera, nell’auto proclamata repubblica del Somaliland, i sauditi hanno richiesto al presidente Ismail Omar Guelleh in sella ormai dal 1999 l’ennesima base militare. Non mancano, ovviamente, i russi, dopo un ventennio d’assenza nuovamente presenti in Africa. Mosca vorrebbe un punto d’appoggio per le sue navi ma gli americani forti dei 200 milioni di dollari annui forniti, tra pagamenti diretti e indiretti, al regime di Guelleh hanno manifestato più volte la loro contrarietà. Le trattative continuano. Felpatamente.
Intanto anche la Francia sta cercando di rilanciarsi nell’antico possedimento. Nel marzo 2019 Emmanuel Macron è volato sino a Gibuti per assicurare investimenti e sostegno militare ma, soprattutto, si è fatto garante dell’Etiopia di Abiy Ahmed, il nuovo alleato di Parigi. Per accontentare Addis Abeba da anni ansiosa di ritrovare, dopo l’indipendenza dell’Eritrea nel 1991, uno sbocco al mare l’inquilino dell’Eliseo ha convinto il coriaceo Guelleh a ospitare una struttura per una componente navale etiope, ovviamente il tutto sotto la supervisione di Parigi che fornirà mezzi e addestramento.
Risultato? Una pioggia di soldi che dovrebbero consentire ai gibutini di lanciare il piano «Vision Gibuti 2035», l’ambizioso programma di sviluppo per trasformare l’assolata repubblica in una «Singapore dell’Africa orientale, un polo economico, finanziario e commerciale regionale e internazionale». Sulle orme del modello asiatico, il presidente Guelleh ritiene che sia arrivato il momento di creare un’economia diversificata «sfruttando le nostre numerose opportunità, particolarmente nel settore della pesca, nel turismo, nella logistica, nelle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione». Prospettive interessanti e realizzabili. Gibuti è già uno dei principali hub delle telecomunicazioni tra Europa, Africa dell’Est, Medio Oriente e Asia meridionale e, grazie al suo mare ancora incontaminato nella parte orientale e le bellezze del «Gran Rift» africano, potrebbe diventare una meta eco-turistica di qualità.
Al tempo stesso i governanti gibutini vogliono sviluppare ulteriormente i servizi finanziari attualmente il settore rappresenta il 13 per cento del PIL con la presenza di 34 istituzioni finanziarie, 10 banche e 20 agenzie di cambio, per lo più cinesi e islamiche e attrarre i grandi gruppi occidentali. Una mossa non casuale. Per Guelleh sempre molto attento agli equilibri l’arrivo di nuovi investitori europei e statunitensi sarebbe il giusto bilanciamento all’invadenza degli «amici» pechinesi e alla rapacità dei vicini sauditi ed emiratini.