Su “Il Dubbio”, testata giornalistica di proprietà del Consiglio Nazionale Forense, è stata pubblicata una intervista – intervento di Sabino Cassese, solito presentare i suoi editoriali, mai banali e mai velleitari, sul foglio milanese di via Solferino, nell’occasione del tutto disattento, cioè rivolto verso obiettivi di tutt’altro segno, un segno di sempre più palese asservimento al governo e ai poteri da esso personificati.

A condurre l’intervista al giudice emerito della Corte Costituzionale, ordinario egregio in diverse sedi universitarie, maestro accademico dei figli dei presidenti della Repubblica, Napolitano e Mattarella, è stato Paolo Armaroli, già docente presso l’ateneo genovese, ed ex deputato nella felice ma effimera stagione di Alleanza Nazionale. In apertura del colloquio Armaroli sottolinea che “da palazzo Chigi continuano ad arrivare norme incomprensibili, scritte male, contraddittorio, piene di rinvii ad altre norme”.

Cassese spiega adeguatamente ai “sordi”, recte ai prepotenti, assisi a palazzo Chigi, che “nell’interpretazione della Costituzione non si può giocare con le parole. Una pandemia non è una guerra. Non si può quindi ricorrere all’articolo 78. La Costituzione è chiara. La profilassi internazionale spetta esclusivamente allo Stato (art. 117, II comma, lettera q). Lo Stato agisce con leggi, che possono delegare al governo compiti e definirne i poteri. La Corte Costituzionale, con un’abbondante giurisprudenza, ha definito i modi di esercizio del potere di ordinanza “con tingibile e urgente”, cioè per eventi non prevedibilie che richiedono interventi immediati. Le definizioni della Corte sono state rispettate a metà.

Il primo decreto legge era “fuori legge”. Poi è stato corretto il tiro, con il secondo decreto legge, che smentiva il primo, abrogandolo quasi interamente. Questa non è responsabilità della politica, ma di chi è incaricato degli affari giuridici e legislativi. C’è taluno che ha persino dubitato che abbiano fatti studi di giurisprudenza. “.

Opportunamente e con innegabile incisività Cassese segna e documenta gli errori compiuti, in prima linea da Conte: “Il primo decreto legge era illegittimo: non fissava un termine; non tipizzava poteri, perché conteneva una elencazione esemplificativa, così consentendo l’adozione di atti innominati; non stabiliva le modalità di esercizio dei poteri.

A palazzo Chigi c’è un professore di diritto: avrebbe dovuto bocciare chi gli portava alla firma un provvedimento di quel tipo. Poi si è rimediato. Ma continua la serie di norme incomprensibili, scritte male, contraddittorie, piene di rinvii ad altre norme. Non c’è fretta che spieghi questo pessimo andamento, tutto imputabile agli uffici di palazzo Chigi incaricati dell’attività normativa.

L’intervistato non si trattiene dal riprovare l’abuso dei decreti del Presidente del Consiglio dei ministri, introdotti con una legge del 1988 dal Governo De Mita, con esclusione di uno strumento, democraticamente assai più qualificato, i decreti presidenziali.  

Per il giurista di Atripalda, sulla base della legge del 1987 sul Servizio Sanitario Nazionale, competente ad emanare più della metà di quegli atti era il ministro della Salute, il derelitto Speranza, ma si è “assistito, da un lato, alla centralizzazione di un potere che era del ministro, nelle mani del presidente del Consiglio. Dall’altro, a una sottrazione di un potere che sarebbe stato ben più autorevole, se esercitato con atti presidenziali”. Il maestro ancora la conclusione ad una lettura molto, molto “diplomatica”: “E’ forse eccessivo [chissà perché] parlare di usurpazione dei poteri, ma ci è avvicinati”.

Ad Armaroli, che sottolinea “il rischio che le sedi istituzionali delle Camere cambino destinazione e diventino musei per la gioia dei visitatori”, Cassese replica semplicisticamente che l’idea “in questo momento pare sbagliata”.

Alla radice dell’argomento esiste il rischio o meglio il pericolo di uno smantellamento delle istituzioni parlamentari grazie al referendum sul taglio radicale, demagogico e zeppo di implicazioni e di riflessi, dei deputati e dei senatori.  

“Épater les bourgeois”: è il motto semplice e semplicistico (basti tenere conto dell’immeritato credito goduto da Conte), senza considerare il meschino risparmio procurato dal provvedimento (500 milioni) e senza guardare all’obiettivo reale, ai più noti, dello svuotamento delle Camere e della parallela enfatizzazione della c.d. “democrazia diretta” con indispensabile azzeramento del “quorum”.