Mi torna alla memoria un gran libro del 1964 sul quale, purtroppo, si è depositata la polvere: Il suicidio dell’Occidente. Un saggio sul significato e sul destino del liberalismo americano. L’autore è James Burnham, vecchio trotzkista divenuto guru del conservatorismo americano nel dopoguerra. Gridava ancora quel libro alla nostra ignavia e ci metteva in guardia dai barbari che premono alle frontiere. I barbari del pensiero e delle idee che si sarebbero trasformati in miserabili delinquenti appostati dietro le formulette ideologiche pronti a colpire brutalmente il loro e il nostro mondo. Il “suicidio” da tempo si è manifestato in forme particolarmente crudeli. Ma soltanto oggi con l’attentato sistematico e violento alla nostra memoria ne prendiamo contezza davanti alla vile pretesa di abbattere i simboli stessi dell’Occidente, come se demolendo una statua si possa cancellare un’intera civiltà.
Gli assassini in divisa che a Minneapolis, Minnesota, hanno assassinato il giovane nero George Floyd, tali resteranno e la povera vittima non resusciterà. I nuovi barbari potranno abbattere per vendetta infantile e crudele, la statua di Cristoforo Colombo, o del capitano James Cook, o tentare di sfregiare Trafalgar Square sloggiando Horatio Nelson, o ridurre in mille pezzi il busto di Cecil Rodhes, esploratore e fondatore della Rodhesia, o imbrattare il monumento di Winston Churchill che salvò la Gran Bretagna, o sbeffeggiare, Indro Montanelli, ma la nuova iconoclastia ispirata al politically correct, per cui tutti coloro che a torto o a ragione vengono accusati sommariamente di razzismo devono subire l’onta della rimozione o distruzione è barbaro quanto un omicidio e che sia perpetrato da neri, da bianchi, da gialli non è una giustificazione a fronte del danno commesso, in terra d’Occidente, contro chi quell’Occidente, in buona fede o secondo le condizioni del momento e la cultura e la sensibilità del tempo, ha difeso ed esaltato a costo spesso della vita.
Il movimento “rivendicazionista” Black lives matter sta sostenendo, nel nome di un antirazzismo violento, il diritto al “risarcimento” cancellando le figure del passato. E fa presto a dimenticare che Edward Colston, mercante sì di schiavi nel diciassettesimo secolo, quando lo erano tutti, è stato uno dei più grandi filantropi a Bristol , la cui statua, eretta nel 1895 è stata fatta a pezzi pochi giorni fa. Poi, come s’è detto, se la sono presa con Churchill e Colombo. Il grande navigatore genovese, fino a pochi anni fa osannato e festeggiato, ora è additato come come il feroce autore del genocidio dei nativi americani. In diverse città degli Stati Uniti i monumenti all’esploratore e scopritore dell’America, sono stati abbattuti: al Byrd Park a Richmond in Virginia, poi a Boston in Massachusetts dove una statua è stata decapitata. Ed ovunque vi fosse una sua icona. In Italia, silenziosamente, si è costituito un piccolo ma qualificato movimento, “NessunotocchiColombo”, animato da giornalisti, scrittori, intellettuali, per contrastare la deriva iconoclasta e ricordare, come impone una direttiva governativa, il grande navigatore il 12 ottobre.
Può bastare? Certo che no. A Johannesburg hanno vandalizzato la statua del Mahatma Gandhi, accusato di aver praticato il razzismo; in Belgio è impossibile aprire una discussione su Leopoldo II: bisogna cancellarlo; negli Stati Uniti c’è chi invoca l’abbattimento delle statue di un padre della patria come di Thomas Jefferson perché possedeva, come tutti all’epoca, degli schiavi. Ed allora che si abbattano anche i busti di Aristotele convinto della naturalità della schiavitù e della inferiorità della donna.
Se ognuno, per ragioni “sentimentali” o “ideologiche” facesse quello che hanno subito le statue devastate, ben poco al mondo resterebbe, dall’antichità ad oggi. Bisognerebbe contestualizzare, piuttosto che condannare a priori. Sarebbe una bella prova di civiltà. Quella che i talebani non diedero nel 2001 a Bamyan quando distrussero i Buddha; o la devastazione di uno dei siti più preziosi della civiltà mesopotamica, a Palmira, nel 2015 perpetrata dai militanti jihadisti dell’ISIS.
Insomma, ovunque e perfino in Italia un non ben qualificato movimento ha chiesto al sindaco di Milano di rimuovere la statua di Montanelli per i suoi “trascorsi” africani.  A Trieste si contesta la statua di Gabriele D’Annunzio, a Roma l’obelisco “Mussolini Dux” al Foro Italico, la statua di Vittorio Bottego a Parma e perfino Giuseppe Garibaldi del quale non sappiamo che cosa combinò in uno dei due mondi che attraversò combattendo. A Torino si contesta Vittorio Emanuele II, a Cagliari viene presa di mira la statua del vicerè di Sardegna Carlo Felice.
L’iconoclastia è l’ultimo prodotto del giacobinismo più becero che si possa immaginare. Discende dall’intolleranza occidentale contro l’Occidente, sentina di tutti i mali. Processato quotidianamente, per abrogarne la memoria, non potendo fare altro, si pretende la cancellazione dei suoi simboli. Demenziale.
Aveva ragione Burnham: l’Occidente si sta suicidando.