Le incredibili immagini del tentato rapimento della povera bambina bergamasca, in pieno giorno e in un luogo affollato, suscitano naturalmente alcune riflessioni e considerazioni.
Il tema in gioco, la questione di fondo, non è quello della sicurezza, ma quello decisamente più stringente della libertà. La città dovrebbe essere per antonomasia un contesto di scambio, di dialogo, di cultura, di incontro tra genti e pensieri, un luogo di edificazione e di arricchimento dell’umano. La città, pertanto, quale centro irradiante e accogliente di una vita buona, protesa instancabilmente al benessere fisico, morale e materiale dei suoi abitanti, turisti o residenti. All’interno delle mura cittadine, l’uomo rivendica il diritto alla libera espressione, alla serenità e al piacere di divenire e costruire se stesso, la propria personalità, agendo e interagendo, lungo sentieri, vie e piazze, realizzando instancabilmente una proficua e fertile rete di storie ed eventi.
Le città sono chiamate, pena lo svuotamento e la fuga dalle stesse, a coltivare il gusto per la bellezza, a riscoprirsi depositi vivi del sapere e della conoscenza. Vi è piena libertà di pensiero e movimento solo ove e quando si assiste alla nascita di un’intesa programmatica orientata alla realizzazione di ambienti belli e piacevoli, tanto per l’intelletto quanto per l’esperienza sensoriale. La sicurezza non si ottiene esclusivamente moltiplicando le norme o inasprendo le pene, ma si genera investendo quotidianamente nella qualità del tessuto edilizio e urbano, rendendo i centri e le periferie zone abitative in grado di offrire elevati standard di qualità.
Il cedimento sulla sicurezza è troppo spesso figlio di un impoverimento, di investimenti economici e culturali evidentemente insufficienti, di uno sguardo disincantato sul presente, avvertito come immodificabile, segnato e ineluttabile. La rassegnazione è nemica della libertà, almeno quanto l’incapacità di elaborare idee e soluzioni, mediante approcci originali e funzionali.





