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AfD, il terremoto che scuote l’Europa

di Apostolos Apostolou
11 Settembre 2026
in Il punto
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AfD, il terremoto che scuote l’Europa
       

Il risultato dell’AfD in Sassonia-Anhalt dovrebbe costringere la politica tedesca a interrompere una delle sue più comode illusioni: quella secondo cui basti definire “estremista” un partito per cancellare le ragioni del consenso che lo sostiene.

Non funziona più. L’AfD ha ottenuto il 43,8% dei voti, conquistando 39 degli 83 seggi del Landtag e fermandosi a un solo seggio dalla maggioranza assoluta. La CDU è crollata al 17,2%.Il dato è talmente evidente da non avere bisogno di interpretazioni fantasiose.Una parte enorme dell’elettorato tedesco ha deciso di rompere con i partiti tradizionali. E questa è la notizia. Non il fatto che l’AfD sia “estrema destra”. Non il fatto che provochi scandalo a Berlino e inquietudine a Bruxelles. Non il fatto che gli avversari politici cerchino di costruire intorno ad essa un cordone sanitario.

La vera notizia è che quel cordone sanitario non impedisce agli elettori di votarla. Anzi. In certe circostanze sembra persino rafforzarne il consenso. Da anni la politica tedesca ripete lo stesso copione. L’AfD avanza. I partiti tradizionali denunciano il pericolo. I media lanciano l’allarme. Bruxelles osserva preoccupata. Si moltiplicano gli appelli alla responsabilità democratica. E poi, alle elezioni successive, l’AfD cresce ancora.

A questo punto sarebbe lecito chiedersi se non ci sia qualcosa che non funziona nella strategia. Perché un fenomeno politico non si combatte soltanto demonizzandolo. Si combattono le ragioni che lo alimentano. E le ragioni sono sotto gli occhi di tutti.

L’immigrazione.

La sicurezza.

Il controllo delle frontiere.

Il costo dell’energia.

La crisi dell’industria.

La perdita di competitività dell’economia tedesca.

La trasformazione sociale del Paese.

La sfiducia verso le istituzioni.

La sensazione, sempre più diffusa, che le élite politiche abbiano smesso di ascoltare una parte consistente della popolazione. Si può discutere all’infinito sulle risposte che l’AfD propone a questi problemi. Ma non si può seriamente sostenere che quei problemi non esistano. Ed è qui che il sistema politico tedesco rischia di commettere il suo errore più grave.

Confondere il rifiuto dell’AfD con il rifiuto delle questioni che l’AfD porta al centro del dibattito.

Sono due cose completamente diverse. Il terremoto investe direttamente Friedrich Merz. Non perché il cancelliere sia responsabile del risultato regionale in senso amministrativo — la Sassonia-Anhalt ha una propria dinamica politica e la CDU regionale era guidata da Sven Schulze — ma perché la sconfitta riguarda il partito che Merz guida a livello federale.

E il messaggio che arriva dalla Sassonia-Anhalt è devastante. La CDU, per decenni, è stata il grande contenitore della destra democratica tedesca. Conservatrice, liberale sul piano economico, europeista, attenta alla stabilità dello Stato e all’ordine sociale. Oggi quel contenitore perde pezzi. E molti di quei pezzi non vanno verso sinistra. Vanno a destra.

Questa è la contraddizione con cui Merz dovrà fare i conti. La CDU può continuare a dire agli elettori che l’AfD è un pericolo.

Ma se gli elettori continuano a trasferire il proprio consenso dalla CDU all’AfD, prima o poi bisognerà chiedersi perché la CDU non riesca più a rappresentare quelle persone. La risposta non può essere sempre: “sono diventate estremiste”.È una risposta troppo semplice. E soprattutto politicamente inutile. Perché se quasi metà degli elettori di un Land sceglie una forza che l’establishment considera impresentabile, non basta insultare quegli elettori. Bisogna conquistarli di nuovo. E per conquistarli bisogna ascoltarli.

C’è un tema sul quale la crisi della politica tradizionale appare in modo particolarmente evidente: l’immigrazione. Per anni l’Europa ha trattato il problema soprattutto come una questione morale. Accogliere o non accogliere.Essere aperti o essere chiusi. Essere progressisti o conservatori. Ma per milioni di cittadini la questione è molto più concreta.

Chi entra?

Chi decide?

Quali sono i criteri?

Chi rimane?

Chi deve essere rimpatriato?

Qual è il limite dell’accoglienza?

Chi garantisce la sicurezza?

E soprattutto: lo Stato è ancora capace di controllare i propri confini? Sono domande perfettamente legittime. Liquidarle come xenofobia è il modo più rapido per consegnarle all’AfD. Perché quando i partiti tradizionali smettono di affrontare un problema, qualcun altro lo farà. E chi lo farà per primo finirà per dettare l’agenda. È esattamente ciò che sta accadendo. La destra radicale non ha necessariamente bisogno di convincere tutti gli elettori sulle proprie soluzioni. Le basta riuscire a convincerli che gli altri partiti non vogliono nemmeno discutere dei problemi che loro considerano prioritari.Ed è una strategia potentissima.

Ma il problema non è soltanto tedesco. È europeo. L’Unione europea ha costruito negli ultimi anni una parte importante della propria identità politica intorno alla contrapposizione con le destre nazionaliste. E l’AfD è il nemico perfetto. È abbastanza forte da rappresentare una minaccia. È abbastanza controversa da suscitare paura. Ed è abbastanza radicale da consentire ai partiti tradizionali di presentarsi come l’unica alternativa responsabile.

Il meccanismo è semplice: noi siamo il centro; loro sono l’estremismo. Fine della discussione. Ma la politica non può ridursi a questo. Perché più il centro utilizza l’AfD come spauracchio, più rischia di trasformarla nel simbolo della ribellione contro il sistema. L’elettore che vota AfD non necessariamente pensa di stare scegliendo il programma perfetto. Può semplicemente pensare di voler mandare un messaggio. E il messaggio è: non vi crediamo più. Questa è la parte che Bruxelles dovrebbe ascoltare. Perché una classe dirigente che risponde a ogni protesta con l’accusa di estremismo rischia, alla fine, di non capire più il proprio elettorato.

E qui emerge il paradosso più interessante. Più cresce l’AfD, più i partiti tradizionali sono costretti a parlare di immigrazione, sicurezza, frontiere, rimpatri e ordine pubblico. Ma nel momento in cui adottano una parte di queste parole d’ordine, riconoscono implicitamente che i temi sollevati dalla destra non erano affatto irrilevanti. Il problema diventa allora un altro.

Chi detta l’agenda? Se l’AfD costringe CDU e altri partiti a spostarsi verso alcune delle sue posizioni, anche senza entrare al governo può ottenere una vittoria politica. Può cioè perdere una battaglia elettorale e vincere quella culturale. È questo che dovrebbe preoccupare maggiormente l’establishment tedesco ed europeo. Perché una forza politica diventa davvero potente non quando governa necessariamente. Diventa potente quando stabilisce quali questioni devono essere discusse e quali risposte sono considerate politicamente possibili. E l’AfD sta già conquistando quello spazio.

C’è poi un’altra questione che non può essere ignorata. La Germania ha costruito il proprio ordine politico del dopoguerra sul rifiuto radicale del nazismo.È una scelta storica comprensibile e necessaria. Ma il passato non può diventare una sorta di anestetico politico. La Germania di oggi non è quella del 1945.

E i cittadini tedeschi che chiedono più sicurezza, controllo dell’immigrazione, tutela dell’industria nazionale, energia meno costosa e maggiore attenzione agli interessi tedeschi non possono essere automaticamente collocati nella categoria degli estremisti. La memoria storica è una responsabilità. Non può però trasformarsi in un divieto permanente di discutere alcune questioni. Altrimenti il rischio è paradossale: proprio nel tentativo di impedire il ritorno degli estremismi, si finisce per alimentare il risentimento contro il sistema democratico. E il risentimento è il terreno sul quale prosperano le forze antisistema.

La lezione della Sassonia-Anhalt, dunque, è molto più profonda del semplice successo dell’AfD. È la crisi del centro politico. Un centro che per anni ha governato facendo affidamento sulla stabilità economica tedesca, sulla forza dell’industria, sulla fiducia nelle istituzioni e sulla convinzione che il consenso fosse quasi naturale. Quella Germania non esiste più. La crisi energetica ha colpito il modello industriale. La competizione globale si è fatta più dura. La società è cambiata. L’immigrazione ha trasformato il dibattito pubblico. La sicurezza è diventata una preoccupazione concreta. E una parte dell’elettorato non accetta più che tutte queste questioni vengano affrontate con le categorie politiche del passato.

La CDU, la SPD, i Verdi e gli altri partiti tradizionali dovranno decidere se continuare a difendere un sistema che perde consenso oppure se avere il coraggio di cambiare. Per Merz, il dilemma è particolarmente difficile. Perché se si sposta troppo verso destra rischia di perdere l’elettorato moderato. Se non si sposta abbastanza, rischia di continuare a perdere voti verso l’AfD. È una tenaglia politica. E l’AfD è al centro di entrambe le estremità.

Ma attenzione: il vero pericolo non è necessariamente una Germania governata domani dall’AfD. Il problema potrebbe essere molto più grave. Una Germania politicamente paralizzata. Una Germania incapace di decidere. Una Germania impegnata permanentemente in una guerra interna tra establishment e opposizione. Una Germania che non riesce più a costruire consenso sulle grandi questioni nazionali. Questo sarebbe un disastro per l’Europa.

Perché l’Unione europea può permettersi molte cose. Ma difficilmente può permettersi una Germania debole. Senza Berlino non esiste una vera leadership europea. E senza una leadership europea credibile, le grandi crisi — dalla sicurezza alla difesa, dall’energia alla competitività — diventano ancora più difficili da affrontare. Ecco perché il voto della Sassonia-Anhalt non riguarda soltanto la Sassonia-Anhalt. Riguarda Berlino. E riguarda Bruxelles.

La vecchia politica europea deve quindi scegliere. Può continuare a parlare dell’AfD. Può continuare a demonizzarla. Può continuare a costruire coalizioni elettorali contro di essa. Può continuare a ripetere che bisogna votare “contro l’estremismo”. Oppure può finalmente chiedersi perché l’elettore continui a spostarsi verso quella forza politica.

La seconda strada è più difficile. Ma è l’unica che potrebbe funzionare. Perché la paura non è una politica. La demonizzazione non è una politica. Il cordone sanitario non è una politica. Sono strumenti tattici. E possono persino produrre l’effetto contrario. Ogni volta che l’establishment dice a milioni di cittadini che il loro voto è moralmente sospetto, rischia di trasformare quel voto in un atto di ribellione. E la ribellione, quando viene ignorata, cresce.

La vittoria dell’AfD in Sassonia-Anhalt non significa automaticamente che la Germania sia destinata a essere governata dalla destra radicale. Ma significa qualcosa di altrettanto importante. Il vecchio equilibrio politico tedesco non è più garantito.

L’AfD ha dimostrato di poter conquistare una massa elettorale enorme. La CDU ha dimostrato di poter perdere una parte consistente della propria base. E il governo federale di Merz dovrà ora dimostrare di saper rispondere a un Paese che sta cambiando più rapidamente della sua classe politica. Il tempo delle rassicurazioni è finito. La Germania ha bisogno di risposte.

Sull’immigrazione.

Sulla sicurezza.

Sull’industria.

Sull’energia.

Sulla competitività.

Sui confini.

Sul futuro dell’Europa.

E soprattutto sul rapporto tra cittadini e istituzioni.

Perché il problema non è che esista un partito come l’AfD. Il problema è che quel partito riesce a parlare a milioni di persone che gli altri partiti non riescono più a convincere. Questa è la domanda dalla quale Berlino non può più fuggire. E neppure Bruxelles. Si può mettere l’AfD fuori dalle coalizioni. Si può combatterla politicamente. Si può denunciarne gli estremismi. Ma non si può mettere fuori legge il malcontento di milioni di cittadini.

Se la politica tedesca continuerà a rispondere alla protesta con la paura, la protesta crescerà. Se continuerà a rispondere alle domande sull’immigrazione con l’accusa di xenofobia, quelle domande finiranno ancora più saldamente nelle mani della destra. Se continuerà a considerare ogni critica all’Europa come una minaccia all’Europa stessa, finirà per allontanare proprio quei cittadini che dovrebbe convincere.

Il terremoto della Sassonia-Anhalt non è dunque soltanto la vittoria dell’AfD. È la sconfitta di un sistema politico che non riesce più a capire una parte crescente del proprio popolo. E questo, per la Germania, è già un problema enorme. Per l’Europa potrebbe diventare un problema storico.

Tags: Alternative für DeutschlandGermaniaUnione Europea
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