In occasione dell’uscita del quarto numero speciale della rivista Éléments, intitolato «Stati Uniti, i nostri migliori nemici» e tratto da cinquant’anni di archivi, Alain de Benoist ripercorre la critica radicale all’americanismo condotta dalla Nuova Destra. Tra fondamenti ideologici, soft power e secondo mandato di Trump, traccia un ritratto senza compromessi della potenza che continua a plasmare – e a minacciare – l’identità europea.
ÉLÉMENTS: In questo numero speciale che ripercorre oltre cinquant’anni di analisi, qual è, secondo lei, la costante più significativa della critica all’«americanismo» da parte di Éléments? Cosa è rimasto pressoché immutato dagli anni ’70, nonostante i cambiamenti nella potenza americana?
ALAIN DE BENOIST: Ci si dovrebbe piuttosto chiedere perché gli Stati Uniti non siano «quasi cambiati» dalla loro fondazione, 250 anni fa! Ci troviamo infatti di fronte al caso, quasi unico, di una potenza che sin dalla sua fondazione non ha praticamente mai smesso di richiamarsi agli stessi principi (il che spiega le sue difficoltà nel comprendere la varietà di idee e dottrine che caratterizza la lunga storia europea: per gli americani è troppo «sofisticato», troppo lontano dalla casual culture). Questi principi non sono i nostri. Ciò che già volevano i «Padri fondatori» dell’America era rompere in modo radicale con un’Europa di cui disapprovavano i valori e i costumi. Eredi di una tradizione puritana e biblico-messianica, volevano costruire dall’altra parte dell’oceano una «città sulla collina» (city upon a hill) che concepivano come una nuova Gerusalemme. Per il pastore puritano John Winthrop, ideatore di questa espressione, l’America doveva al tempo stesso tenersi alla larga dall’Europa e costituire un modello morale e politico destinato a fungere da esempio per il «resto del mondo» (rest of the world). Da qui deriva l’alternanza tra isolazionismo (o «eccezionalismo americano») e interventismo negli Stati Uniti.
La principale costante della critica all’americanismo proposta da Éléments è consistita nel mostrare in che modo l’Europa si distingua dagli Stati Uniti (o dall’«Occidente») e, soprattutto, in che modo gli interessi europei e quelli americani siano (e non possano che essere) divergenti. Da un punto di vista geopolitico, gli Stati Uniti sono succeduti all’Inghilterra nell’incarnare la grande potenza del Mare, mentre l’Europa continentale corrisponde, al contrario, alla potenza della Terra. Al di là dei dati puramente geografici, questa opposizione tra Mare e Terra ne nasconde altre. Il Mare, che non conosce confini, è dalla parte dei flussi, degli scambi, della logica «marittima» del grande commercio, dell’uomo slegato dalle sue appartenenze fisse, mentre la Terra è dalla parte dei confini, dei territori, della politica, dei valori tellurici, degli stili di vita radicati. L’America è il regno della quantità e del «sempre più» – il regno dell’avere contro la verità dell’essere.
Gli Stati Uniti sono così diventati il polo centrale del capitalismo, del liberalismo e dell’ideologia dei diritti umani, ovvero il motore della modernità. Il loro universalismo impedisce loro di riconoscere che il mondo è un multiverso, composto da culture e popoli che non hanno affatto la vocazione di prenderli come modello. Per loro, il mondo è comprensibile solo una volta americanizzato. Questa incapacità di comprendere che il «resto del mondo» non ragiona necessariamente come loro spiega anche i loro fallimenti militari: sopravvalutando l’importanza della tecnologia, in tempo di guerra sono incapaci di prevedere il giorno dopo (the day after), ovvero di lavorare a una soluzione politica delle cause del conflitto. Hanno una tattica (di fatto un programma di attacchi), ma non una strategia. Lo abbiamo appena visto ancora una volta con la loro sconfitta di fronte all’Iran.

ÉLÉMENTS: Capite il fascino, per non dire l’entusiasmo, che una parte della «destra» francese, in particolare tra i giovani, prova per l’avventura trumpista e le sue varie incarnazioni, dal tecno-prometeismo di Elon Musk al «Dark Enlightenment» di Curtis Yarvin?
ALAIN DE BENOIST: Si può sempre «capire» ciò che si disapprova, ma è più utile spiegarlo. L’attrazione, o addirittura l’entusiasmo, di cui parlate si spiega, a mio avviso, con un’incredibile diffusione dell’incultura che, per ragioni generazionali (di cui essi non sono responsabili), è una caratteristica dominante nella maggior parte dei nostri giovani contemporanei. Incollati ai loro iPhone, cresciuti a pane e social network – ovvero a quella miscela di fango e d’ego –, sono ideologicamente privi di punti di riferimento, proprio come lo sono sempre più spesso i loro anziani. Nulla li spinge più a formarsi, in particolare attraverso la lettura di autori fondamentali. La destra è sempre stata più reattiva che riflessiva. La gioventù è del resto (e per fortuna) l’età dell’entusiasmo. Donald Trump è un personaggio semplice: con lui non c’è bisogno di riflettere. Elon Musk, Curtis Yarvin, Peter Thiel, l’«Illuminismo oscuro», la redenzione attraverso l’uomo-macchina: è una novità, è divertente, ci si unisce a questa tendenza come se fosse una moda – che passerà. Meno di dieci anni fa, Raymond Kurzweil, uno dei guru del «transumanesimo», annunciava la scomparsa della morte entro il 2029. Lo abbiamo già dimenticato. Musk, Yarvin e gli altri hanno un immaginario plasmato dalla fantascienza e dalla cultura Marvel. Sognano l’eterna giovinezza e la colonizzazione dei pianeti. È una sciocchezza, ma fa sognare. A volte possono avere intuizioni che non sono sbagliate, ma quando si guarda più da vicino, tutto ciò che propongono è di porre fine alla democrazia, poiché essa si fonda sulla sovranità del popolo, per instaurare una nuova autocrazia reazionaria simile a una monarchia tecnologica, guidata da un re-amministratore delegato, che consacrerebbe definitivamente (come tra i libertari) l’eliminazione della politica a vantaggio dell’economia e del commercio.
Più in generale, la recente ricomparsa negli ambienti di destra di quella malattia infantile che è l’occidentalismo mi sembra costernante. Péguy diceva che bisogna sempre vedere ciò che si vede: non comprendere ciò che distingue profondamente l’Europa dall’Occidente significa davvero non vedere nulla. L’Occidente è oggi un vecchio palloncino sgonfio, per di più piuttosto sporco. Come avevo previsto già quarant’anni fa, l’ascesa dei paesi di quello che un tempo veniva chiamato il «Terzo Mondo» accelererà, spero, la sua caduta, condizione necessaria per passare da un Nomos della Terra unipolare a un ordine internazionale fondato sulla pluralità dei popoli e delle culture. Siamo europei, certamente non occidentali!
ÉLÉMENTS: Lei scrive che l’ascesa al potere di Trump non è un semplice episodio, ma una «rivoluzione». In che misura questo secondo mandato conferma, o al contrario complica, la visione tradizionale della Nuova Destra sugli Stati Uniti come «migliori nemici» dell’Europa?
ALAIN DE BENOIST: L’arrivo di Donald Trump rappresenta un evento innanzitutto perché si tratta di un personaggio dal carattere esplosivo e imprevedibile. Un paranoico egocentrico e a tratti delirante. La sua elezione è il coronamento del Padre Ubu. Il suo unico merito (ed è proprio in questo che consiste la «rivoluzione») è quello di dire ad alta voce, senza remore, ciò che i suoi predecessori si sforzavano di nascondere: Trump non maschera le sue ambizioni imperialiste dietro il discorso convenzionale della morale umanitaria («freedom and democracy»), al contrario le proclama apertamente. E poiché per lui la politica si riduce ad accordi commerciali, si comporta come un giocatore di Monopoly: la Striscia di Gaza, la Groenlandia, il Canada, li compro! Certo, ha anche preso decisioni (drastiche) che si possono approvare, e mi rendo conto che alcuni esponenti della destra vorrebbero vederle attuate anche da questa parte dell’Atlantico. Il problema è che Trump detesta l’Europa e gli europei e non perde occasione per dirlo, sostenendo soprattutto che gli europei (che si tratti di Macron, Pedro Sánchez o Meloni) non gli obbediscono abbastanza. Trump vuole «restituire la grandezza all’America», non ha nulla da guadagnare dal ritorno della grandezza dell’Europa. Ecco perché, anche se si volesse fare come lui, si dovrebbe farlo contro di lui.
ÉLÉMENTS: Il titolo «I nostri migliori nemici» evoca sia l’imperialismo militare che il soft power e l’appiattimento culturale. Quale forma di influenza americana vi sembra oggi la più pericolosa per l’identità europea: quella economica, quella militare o la colonizzazione dell’immaginario?
ALAIN DE BENOIST: Probabilmente l’ultima, perché è quella che ci sommerge maggiormente ogni giorno. L’influenza militare è in calo (la NATO sta vivendo i suoi ultimi istanti), l’influenza economica non è esclusivamente americana. Ciò che oggi colpisce di più è che Trump non vuole più avere alleati. Gli europei lo stanno scoprendo con lo stesso sgomento delle monarchie del Golfo, che si rendono conto che le basi americane che hanno lasciato insediare sul proprio territorio li rendono dei bersagli, senza che possano ottenere la minima protezione. Conoscete senza dubbio le parole di Henry Kissinger: «Può essere pericoloso essere nemici dell’America, ma esserne amici è fatale». È esattamente ciò che abbiamo visto accadere, dal Vietnam del Sud all’Afghanistan. È ciò che forse Israele scoprirà tra qualche anno. Per oltre mezzo secolo non abbiamo mai smesso di mettere in guardia contro l’«ombrello americano», dal quale gli europei speravano, contro ogni evidenza, di essere protetti dai cattivi russi. Oggi constatiamo che l’ombrello era bucato e che gli americani non correranno mai il rischio di essere vetrificati per salvarci. Non resta che assumercene le conseguenze.
ÉLÉMENTS: Alla luce dei documenti raccolti in questo numero di Éléments e degli sconvolgimenti attuali, ritiene ancora possibile un rapporto di alleanza reale ed equilibrato tra l’Europa e gli Stati Uniti, oppure occorre ormai pensare in termini di un distacco strategico e culturale più radicale?
ALAIN DE BENOIST: La risposta è ovviamente contenuta nella domanda stessa. Qualsiasi alleanza con gli Stati Uniti non può che essere dannosa per l’Europa. Alla luce della situazione attuale, tale alleanza è ormai addirittura impossibile, poiché il legame transatlantico è stato ormai spezzato (su iniziativa di Washington). In fondo, su cosa potrebbe mai basarsi? Speculare su un’eventuale parentela di origine non porta da nessuna parte: basti pensare a quanto la storia abbia reso i tedeschi e gli anglosassoni popoli dalla mentalità opposta – opposizione teorizzata da più di un autore, da Spengler e Schmitt fino a Sombart –, pur provenendo entrambi dalla stessa radice germanica. Oltre alle sue merci, l’America ci invia da decenni la misandria neofemminista, la teoria del genere, il Gay Pride, la «cancel culture», le follie della «decostruzione» e chi più ne ha più ne metta. La cosa migliore per l’America sarebbe smettere di voler dettare legge al mondo per concentrarsi sui propri problemi, che non sono certo di poco conto. La cosa migliore per l’Europa è costituirsi come potenza autonoma, crogiolo di una cultura e di una civiltà che le siano proprie. L’Europa o il caos.
Intervista a cura di Xavier Eman, Revue Éléments, 31 agosto 2026.
Traduzione a cura di Piero della Roccella Sorelli.





