In questi giorni è tornato al cinema il “cult” Blade Runner (diretto da Ridley Scott nel 1982), uno dei film più belli di sempre. Ispirato (molto liberamente) dal romanzo di Philip K. Dick Ma gli androidi sognano pecore elettriche? (cervellotica sfilata di sfigati rispetto alla quale il film è un netto miglioramento), il film racconta le funeste imprese di Rick Deckard, cacciatore di androidi che, dopo essersi licenziato, è rintracciato dalla polizia per “ritirare” una pattuglia di replicanti. Questi sono prodotti dalla Tyrell Corporation, che trae il nome da un genialoide psicopatico, ingegnere genetico capace di costruire repliche degli esseri umani: quando però ci si è accorti che questi androidi sviluppano, chissà come, emozioni e sentimenti, si decide di dar loro un’obsolescenza programmata – dopo quattro anni, spirano. Dotati appunto di coscienze proprie, i replicanti si ribellano, e la polizia crea una squadra di cacciatori: il “blade runner”, colui che corre sul filo della lama, è l’agente che, munito del test Voight-Kampff, deve stabilire se chi ha di fronte è un umano o un replicante – di fronte alla seconda opzione, deve “ritirarlo”: abbatterlo.
Un fascino e delle invenzioni visive ineguagliabili, momenti di lirismo altissimo (Rachel al pianoforte, la colomba che spunta fra le braccia di Roy), la colonna sonora di Vangelis – forse la più bella della storia del cinema, la prova formidabile di Rutger Hauer che sul finale si inventa il celeberrimo monologo “Ho visto cose che voi umani..”: Blade Runner è tanto magnifico che si fa perdonare i suoi pochi difetti (Harrison Ford, la violenza a tratti stomachevole). Dapprima fu un fiasco (complice lo stupidissimo trailer americano che, basato unicamente sui combattimenti, fece pensare a un film d’azione dall’ambientazione eccessivamente cupa): poi si è rivelato uno dei film più importanti mai girati – molto dell’immaginario pop successivo è stato condizionato da Blade Runner: dai film alla musica, dai fumetti ai vestiti; e il monologo di Roy è diventato un modo di dire.
Un paio di dibattiti appassionano i cultori: il cacciatore di androidi è egli stesso un cacciatore? Siamo sicuri che Roy (Rutger Hauer), che è sì un egoista sanguinario ma che ha, come dimostra nel finale, un’etica fortissima, sia il cattivo, e che Rick (Harrison Ford), che è sì il tutore della legge interpretato (con le solite due smorfie legnose) da uno dei divi del momento, ma è anche un codardo che spara a una donna alle spalle, sia il buono?

Blade Runner ha lasciato due profezie. Una, il catastrofismo ecologista, è stato smentito: sono trascorsi cinque anni e mezzo dal momento (novembre 2019) in cui il film è ambientato, e se non si può negare che il pianeta non sia in ottima salute, il mondo intero non si è ancora trasformato nella megalopoli sovraffollata e perennemente buia, la cui sola alternativa è migrare nell’“off-world”, che si vede in Blade Runner. Smentita inascoltata: l’ecologismo non smette, ahinoi, la sua deriva isterica e truffaldina (si pensi al giugno dell’anno scorso e al marzo appena trascorso: due mesi assai più freddi della media, eppure immediatamente e pavlovianamente seguiti dall’allarme “è stato il giugno/marzo più caldo della storia”). L’altra, il pericolo di sostituire l’essere umano con una sua imitazione malfunzionante, si sta realizzando, rovesciata rispetto al film: in Blade Runner si crea una replica dell’essere umano che ne svolga delle mansioni meramente pratiche, ma il problema insorge quando essa sviluppa una coscienza; nella realtà odierna, si è creato un succedaneo privo di coscienza dell’intelligenza umana, per sostituire essa.
Il gioco sta già mostrando la corda, e nonostante l’entusiasmo idiota dei cultori dell’IA, questa ormai si sta dimostrando valida soltanto per creare le immaginette da postare sui social network: la tecnologia per sviluppare ulteriormente la IA è troppo costosa, il suddetto entusiasmo è soltanto un espediente pubblicitario per nascondere al pubblico i limiti del trabiccolo. Provocato da Rachel (ancora segretaria del magnate psicopatico Tyrrell), Deckard dice di considerare i replicanti “una macchina come le altre”: se portano beneficio non gliene importa, se sono pericolose vanno eliminate. Il beneficio della IA al momento sembra essere soltanto il tempo fatto risparmiare a chi è impaziente di dedicarlo allo smartphone, oltre al risparmio che ingolosisce gli imprenditori digitali prontissimi a tagliare il personale: i danni stanno già dilagando, su tutti la devastazione cognitiva che si aggiunge a quella già grave provocata dagli smartphone. Non si ragiona, non si crea, non si impara: si preme il pulsante e il marchingegno svolge la funzione che avresti dovuto imparare, fa ciò che avresti dovuto creare, elabora quel su cui avresti dovuto ragionare. La IA è come la droga e come gli psicofarmaci: nuoce a chi la usa, ma chi guadagna sul suo smercio diffonde panzane al riguardo. La prima vittima sono i ragazzi, già colpiti da un genocidio culturale. Segue l’immaginazione, che si spera non vada perduta “come lacrime nella pioggia”.





