Nelle ultime settimane si sono create opportunità e sono emerse speranze (sogni?) per un miglioramento sostanziale delle condizioni di vita in tre paesi che hanno sofferto enormemente il peso di decenni di dittatura: Cuba, Venezuela e l’Iran. Queste speranze sono tutte associate alle azioni rocambolesche e destabilizzanti del presidente Trump – uno che crede che spesso il fine giustifichi i mezzi.
In Iran, la rivolta popolare, essenzialmente giovanile, è esplosa nuovamente, ma è stata seguita da una repressione feroce da parte del regime estremista clerico-scita. L’Europa, sempre pronta a tambureggiare su ogni minima causa terzomondista se inquadrata in una critica all’occidente, ha risposto con un chiaro “me ne frego”, usando la conveniente scusa di non gettare benzina sul fuoco. Ed invece, questo sarebbe proprio il momento giusto per una mobilitazione occidentale contro il regime criminale iraniano e per un aperto sostegno alle forze che lì scendono in piazza.
I regimi arabo-sunniti, primo tra tutti quello in Arabia Saudita, odiano i clerici iraniani e sarebbero pronti a collaborare con un occidente unito per tentare di abbattere il regime di Teheran. Ma solo Trump pare aver capito l’importanza del momento e la necessità di promuovere un cambiamento sostanziale. Gli altri svicolano. Non corrono rischi e non vogliono grane.
In Venezuela c’è stata una decapitazione ma non un cambiamento di regime, almeno per ora. Insomma, più un 25 Luglio che un 8 Settembre. I fallimenti di Maduro sono evidenti a tutti. Ha predicato tanto marxismo, ma non ha distrutto l’economia dei ricchi per dare ai poveri. Ha invece instaurato un vero regime di cleptocrazia, in cui gli oppositori venivano uccisi e milioni di venezuelani scappavano all’estero. È chiaro che questo fallimento ha scontentato larghi settori del partito di governo che probabilmente hanno visto con soddisfazione l’arresto di Maduro.
Il fatto che Maduro fosse protetto da forze speciali cubane dice molto su quanto questo dittatore si fidasse delle forze armate venezuelane e dei suoi connazionali. Trump – intelligentemente – non ha tentato di forzare un vero cambiamento di regime né ha spinto per dare una fetta di potere a un leader dell’opposizione venezuelana (per esempio, il Premio Nobel María Corina Machado). L’arresto di Maduro è stato sufficiente ai fini a breve termine di Trump. Ci saranno future elezioni, speriamo più libere ed oneste, che decideranno il futuro del Venezuela.
Per quanto riguarda la dittatura a Cuba, l’arresto di Maduro ed il controllo temporaneo dell’economia petrolifera venezuelana da parte degli Stati Uniti hanno aperto un altro capitolo nella storia cubana. Prima del 1960, Cuba era costantemente classificata tra le nazioni latinoamericane più sviluppate e prospere, spesso tra le prime cinque per reddito pro capite, alfabetizzazione e infrastrutture. Nel 1958, aveva uno dei PIL pro capite più alti della regione, trainato dalle esportazioni di zucchero, dal turismo e da importanti investimenti statunitensi. Prima della rivoluzione castrista, il paese era classificato 4° o 5° in America Latina per il reddito pro capite, deteneva il secondo posto nella regione per la proprietà di automobili e telefoni, era classificato 3° per aspettativa di vita e 11° al mondo per medici per abitante, ed era al primo posto per il numero di televisori per abitante. Insomma, gli standard di vita a Cuba negli anni ’50 erano paragonabili a quelli di alcune parti dell’Europa meridionale e degli Stati Uniti meridionali.
Dopo decenni di dittatura comunista, caratterizzata da enormi espropriazioni di proprietà e di business e dalla perdita di tutte le libertà civili, molti si aspettavano una liberalizzazione dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989. Stiamo parlando di un regime che, con la scusa del marxismo, permise a Fidel Castro di accumulare beni personali per un valore di $900 milioni. Invece, il regime è riuscito a sopravvivere fino ad oggi solo con la forza e con vari aiuti di simpatizzanti internazionali, quali Russia, Cina e Venezuela. Ora però il nodo si stringe e le navi venezuelane non possono più portare aiuti petroliferi a Cuba e nemmeno – si spera – operare il traffico di droghe illegali.
Abbiamo quindi 3 sogni nel 2026. Almeno per chi crede nella liberta’…





