«… Il Giorno del Ricordo sta diventando di fatto – dal già terrificante “Giorno dell’Orgoglio italico” – il “Giorno dell’Orgoglio fascista”… Ormai si può tranquillamente accostare un neonato arrivato ad Auschwitz e gassato immediatamente all’arrivo ad un adulto finito in una foiba per aver avuto delle responsabilità notevoli durante il Ventennio…». Sono parole di un rampante storico poco più che quarantenne, ben introdotto nei circuiti “giusti” (Rai Storia, Laterza, Feltrinelli, festival vari…): si chiama Carlo Greppi e chi voglia seguire il filo dei suoi ragionamenti può seguire il suo intervento in un video pubblicato su Youtube dal titolo: “L’uso politico della Storia (Torino, 28-01-2020)”. Greppi partecipava (insieme al solito Barbero) ad un incontro organizzato dall’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) a Torino sul tema, appunto de “l’uso politico della Storia”, espressione con la quale si indica lo sfruttamento a fini politico-ideologici del passato. In pratica è quello che accade ogni qual volta un politico, un partito, un governo o un regime (e gli intellettuali a loro organici) strumentalmente tendono a fare propria la memoria di un avvenimento, di una figura storica o di un periodo. A seconda dei casi, ovviamente, può far comodo che quella lettura sia positiva o negativa. Il fenomeno è vecchio come il mondo e in quasi tutte le nazioni si possono trovare esempi e casi di scuola, andando su e giù per i secoli.

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Il tema delle foibe e dell’esodo istriano-dalmata è tra i temi più divisivi degli ultimi ottant’anni, cioè l’intera vita della Repubblica italiana. Divisivo perché scomodo per una buona parte dei “vincitori” (esterni e soprattutto interni) e bruciante per i “vinti”. Anche se classificare, come pure si tende a fare (Greppi docet…), le vittime di foibe ed esodo come “vinti” in quanto fascisti e non in quanto italiani appare decisamente azzardato. Sarebbe come dire che le vittime dei bombardamenti anglo-americani durante la Seconda guerra mondiale (100 mila morti circa) o le donne violentate a migliaia dagli eserciti stranieri erano “fasciste” invece che semplicemente “italiani”. L’accostamento di queste tre tragedie non è solo dettato dalla contiguità storica in quanto tutte collocabili nel contesto della Seconda guerra mondiale. Nella loro diversità stanno insieme perché – insieme alla vexata quaestio delle violenze partigiane durante e dopo la Guerra civile – rappresentano altrettanti nodi irrisolti della memoria collettiva nazionale. E tra tutti, il dramma delle foibe e dell’esodo emerge perché, in fondo, è l’unico “buco nero” al quale si è cercato di rimediare, sia pure con grandissimo ritardo visto che il Giorno del Ricordo è stato istituito per legge solo nel 2004, quindi ben più di mezzo secolo dopo i fatti. Fatti che riconducono ad una formula ben precisa e cioè quella della “pulizia etnica”. Perché a questo puntava chi ha seviziato, ucciso e gettato nelle cave carsiche – le “foibe” appunto – diverse migliaia di italiani tra il 1943 e il 1945 per poi attivare una sistematica politica del terrore che, a base di intimidazioni, sequestri, violenze, confische, ha costretto nell’arco di pochi anni oltre 300 mila persone a lasciare le terre dove si parlava italiano da sempre. È noto infatti che lungo la sponda orientale dell’Adriatico (oggi corrispondente a Slovenia e Croazia, fino agli anni Novanta appartenente alla Jugoslavia) c’era una prevalenza “latina” (poi “veneta”) che durava da molti secoli mentre nelle zone più interne prevaleva l’elemento slavo. Una convivenza spesso difficile che poi è esplosa portando alla situazione attuale, che vede ormai la presenza italiana in quelle terre ridotta al lumicino. Anche grazie alle draconiane disposizioni del Trattato di Pace – non a caso all’epoca chiamato “Diktat” – che l’Italia ha dovuto sottoscrivere il 10 febbraio 1947 (da qui la scelta del 10 febbraio per celebrare il Giorno del Ricordo).
Quando, e perché, la situazione è precipitata? La distanza tra le risposte che vengono date a questi quesiti spiega perché il dramma delle foibe e dell’esodo rientri a buon diritto nella categoria dei “buchi neri” della memoria nazionale. Dopo decenni durante i quali l’argomento non è semplicemente esistito (stranoto il caso dei tanti testi scolastici per i quali le foibe erano solo delle “cavità carsiche” senza alcun accenno a chi c’era stato gettato e perché…), con l’instaurazione del Giorno del Ricordo le cose sono cambiate e se prima si ometteva e negava ora non si può più farlo. Il “piano B” è diventato allora quello di minimizzare e “contestualizzare”. Un esercizio, quest’ultimo, inedito per chi da una vita campa sulla generalizzazione e della cosiddetta reductio ad hitlerum, la strausata figura retorica per cui tutto quello che non piace diventa automaticamente “fascista”. Ma anche la “contestualizzazione” ha le sue regole e se si fissa l’inizio della vera crisi a metà di un processo storico e non al suo inizio effettivo cosa si ottiene? E, soprattutto, perché lo si fa? La spiegazione attiene ovviamente all’ideologia e non al metodo storico e quindi neanche alla logica. Non volendo abbandonare l’approccio ideologico prevalente da decenni in “alcuni ambienti”, si forza la mano alla realtà attribuendo ogni responsabilità alle politiche nazionaliste del Fascismo, trascurando bellamente i decenni precedenti.
Sostanzialmente le colpe attribuite al Fascismo sono di due generi: la prima è quella di aver attuato una politica di nazionalizzazione dell’etnia slava, imponendo l’uso dell’italiano e soffocando ogni forma di autonomia culturale e identitaria; la seconda è quella di aver occupato la Jugoslavia nel 1941 compiendo stragi e deportazioni, innescando così la vendetta che ha portato alle foibe e all’esodo. Come sempre le cose sono però molto più complicate di come vengono raccontate. In realtà lo scontro tra italiani e slavi venne fomentato già nella seconda metà dell’Ottocento dall’Impero Asburgico che controllava quei territori. Spaventati dal Risorgimento italiano, i governanti austriaci pensarono bene di scatenare la rivalità con gli slavi per contrastare le rivendicazioni indipendentiste delle popolazioni italiane sotto il loro controllo. Da allora non si è più tornati indietro purtroppo, anche perché ormai da molto tempo la presenza italiana in Istria e Dalmazia è ridotta al lumicino. E questo grazie anche alla politica rinunciataria portata avanti dalla Repubblica italiana specie dagli anni Sessanta ai Novanta quando la dissoluzione della Jugoslavia avrebbe consentito di riaprire la questione…
Alle responsabilità storiche degli Asburgo, unite alla complessa realtà etnico-culturale dei Balcani, i vari Greppi non danno alcun peso, tutti presi come sono dall’indicare, in modo ossessivo, un solo responsabile per ogni tensione tra italiani e slavi: il “nazionalismo” (ormai assurto a parolaccia grazie all’interpretazione che ne danno “i padroni del discorso”) specie nella sua variante fascista che ha spinto sull’acceleratore della italianizzazione forzata di terre che, soprattutto lungo la fascia costiera, erano già italiane (comunque latine oppure “venete”) da millenni. Da quella responsabilità, da quel “peccato originale” discende ogni “giustificazionismo” per quello che accadde dopo: la reazione degli slavi, dei titini e dei comunisti è stata giustificata dalle violenze dei fascisti, dall’invasione della Jugoslavia, dalla feroce repressione anti-partigiana operata tra il 1941 e il 1943 dal Regio Esercito ecc. ecc.
Argomenti deboli e meschini che trovano una puntuale confutazione ormai in numerosi saggi e articoli (tra i tanti approfondimenti segnalo questo ottimo articolo di Emanuele Mastrangelo e, ovviamente, lo Speciale che Storia In Rete ha dedicato al dramma delle Foibe e dell’Esodo, disponibile in pdf) dai quali si potrà vedere come la situazione si è evoluta ben al di là delle politiche di “italianizzazione” iniziate, del resto, molto prima del Fascismo. Ma ogni argomento, anche il più solido, poco può contro chi se ne sta nel suo bel recinto autoreferenziale, rifiuta ogni confronto e si limita a ribadire le proprie tesi, per quanto spuntate siano. Infatti, difficilmente troverete confutazioni puntuali agli argomenti e alle prove che inquadrano lo scontro tra italofoni e slavi da metà Ottocento in poi: una situazione delicata sulla quale, come si è detto, gettarono benzina gli Asburgo fomentando un nazionalismo slavo che si scontrò con il nazionalismo italiano ben prima dell’avvento del Fascismo. Sicuramente i fascisti ci misero del loro ma non potevano fare – e non fecero – tutto da soli. La Storia, iniziata prima di loro, è continuata anche dopo di loro e arriva fino a noi con l’immancabile coda di polemiche, opposte retoriche, vandalismi e ostracismi che ogni 10 febbraio si porta dietro.
C’è un filo – ovviamente – rosso che lega il disprezzo e le minimizzazioni di oggi all’astio, se non proprio odio, che accolse i treni e le navi cariche di profughi istriani e dalmati costretti a lasciare tutto e a rifugiarsi in quella che doveva essere la Madre Patria. E invece fu – siamo tra il 1945 e il 1947 – l’inizio di un nuovo atto della tragedia: dopo anni di sofferenze istriani e dalmati trovarono ad attenderli campi profughi e anche molta ostilitàperché, per i comunisti di allora, tutti quegli italiani costretti a scappare non erano altro che dei “fascisti”. Ovviamente, non era così – ammesso che potesse essere comunque una spiegazione valida… La figura simbolo del Giorno della Memoria, è quella di una giovane donna, Norma Cossetto, una ragazza di 22 anni, figlia di un ufficiale della Milizia, studentessa universitaria, trucidata dai partigiani jugoslavi nel settembre 1943 nei pressi di Pola, oggi in Croazia. A lei sono dedicate manifestazioni, vie e lapidi spesso sono oggetto di vandalismo, quasi che a lei – e ai tanti come lei – si possano comunque attribuire responsabilità tali da giustificare o anche solo spiegare ciò che è success
Il fenomeno della pulizia etnica, iniziato con le foibe e proseguito con l’esodo, va inquadrato negli stretti, strettissimi, rapporti tra il Partito Comunista italiano e la Jugoslavia di Tito. Due esempi tra i tanti possibili. Il primo: forse bisognerebbe ricordare con maggior determinazioni le parole del leader comunista (e vice primo ministro e Guardasigilli nel governo Bonomi) Palmiro Togliatti del gennaio 1945: «La sola direttiva è che le nostre unità di partigiani e gli italiani di Trieste e della Venezia Giulia collaborino nel modo più stretto con le unità di Tito». E questo nel pieno dell’azione terroristica degli infoibatori (che ebbero spesso la collaborazione fattiva dei comunisti italiani). Un caso isolato? No perché anche in seguito Togliatti ed altri esponenti di primo piano del PCI si espressero a favore delle rivendicazioni jugoslave sui territori italiani. Secondo esempio: un documento dei nostri servizi di informazione militare (pubblicato qui) del maggio 1948 quantificava in almeno 300 il numero degli agenti jugoslavi attivi sul territorio italiano (insieme ad oltre 600 spie sovietiche) e che potevano contare sul sostegno pratico del PCI.

Con un po’ di buona volontà si potrebbe azzardare l’ipotesi che all’epoca la cosa poteva trovare una spiegazione con il fatto che la guerra era finita da poco e si sa che odi, rancori e vendette chiedono tempi lunghi per esaurirsi. Ma oggi come spiegare l’alternarsi di commemorazioni ufficiali ad atti di vandalismo contro lapidi e monumenti? Cosa nutre, a distanza di tanto tempo, un odio tale da fare apologia dei titini e a giustificare in vari modi quella tragedia immane? Una possibile spiegazione è che, come ha osservato recentemente Marcello Veneziani, il «comunismo è morto ma il marxismo ha trionfato». E quella “buona salute” si è mantenuta nel tempo anche grazie ad un sapiente gioco d’attacco intellettuale: autoproclamatesi baluardo del Bene, generazioni e generazioni di politici, insegnanti, artisti e intellettuali vari hanno richiesto e imposto autocritiche e ammissioni di colpa senza accettare di fare, a propria volta, i fatidici “conti col passato”. E quando sono stati costretti a farlo (vedi, tra le altre cose, il caso De Felice, lo scandalo del Triangolo Rosso negli anni Novanta, i libri di Giampaolo Pansa e, ovviamente, l’istituzione della Giornata del Ricordo) ecco scattare il riflesso pavloviano della rabbiosa negazione. L’ostinazione con cui si negano o ridimensionano i drammi legati a foibe ed esodo affonda le proprie radici soprattutto nell’impossibilità per un certo mondo, culturale e politico, di fare i conti col proprio passato nonostante sia oggettivamente alle corde. Perché i fatti sarebbero di una evidenza tale da lasciare poco spazio alla negazione o a certe minimizzazioni. Ma il problema è tanto politico quanto storico: ogni tentativo di negare e sminuire il dramma delle foibe e dell’esoso poggia, invariabilmente, su dogmi storici che fanno acqua da tutte le parti ma che, nonostante tutto, reggono ancora perché chi li sostiene e li fa propri non vuole sentir ragioni e non accetta che possano essere messi in discussione
Dunque, vediamo di mettere qualche puntino sulle “I” e fare chiarezza. Sicuramente una delle cose più odiose è la negazione o la minimizzazione delle dimensioni della tragedia: molto spesso si sente ancora dire che quanti sono finiti nella foibe in fondo erano dei fascisti che si erano macchiati di gravi crimini e che quindi erano stati puniti per le loro malefatte. In realtà si finiva nelle Foibe perché italiani e non perché fascisti – ammesso e non concesso che la semplice qualifica di “fascista” debba automaticamente significare una condanna e la morte. E sul perché la persecuzione sia stata attuata sugli italiani in quanto tali basta considerare che molte vittime non avevano mai fatto politica, altre erano troppo giovani per avere qualsiasi colpa, altre ancora erano addirittura antifascisti ma di partiti che si opponevano al Partito comunista che era schierato a fianco dei titini jugoslavi. Un’ alleanza che regge, in qualche modo, ancora oggi visto che sovente nei cortei si vede sventolare la bandiera della Jugoslavia del Maresciallo Tito, la bandiera di una dittatura oggettivamente sanguinaria…
C’è poi da ricordare innanzitutto che le politiche di nazionalizzazione di zone di frontiera – uno dei leit motiv più cari ai “negazionisti” – non vennero certo inaugurate dall’Italia fascista ma furono già state messe in atto dall’Italia post risorgimentale e liberale così come da altre nazioni in altre aree: basti pensare all’opera della Francia in Alsazia e Lorena contro le popolazioni di lingua tedesca. E, per stare a situazioni più recenti, vogliamo guardare come si è comportata negli anni l’Ucraina nel Dombass russofono?
Veniamo all’invasione italiana della Jugoslavia nel 1941 e alla successiva occupazione che ha portato alla guerra anti partigiana e alle rappresaglie sulle popolazioni civili. L’attacco italiano, spiegano gli storici, fu motivato dal fatto che un colpo di stato aveva rovesciato il governo alleato dell’Italia e di conseguenza il rischio concreto era che la Jugoslavia si schierasse con l’Inghilterra. Fu quindi necessario scongiurare il pericolo ed entrare in Jugoslavia anche per impedire che l’intero paese finisse sotto il controllo della Germania nazista. L’occupazione italo-tedesca avvenne mentre scoppiava una vera e propria guerra civile nel paese dove si confrontavano – come poi sarà anche negli anni Novanta – serbi, croati, sloveni e bosniaci ma anche partigiani moderati e monarchici opposti a partigiani comunisti filo sovietici.
Gli attacchi ai soldati italiani spesso erano accompagnati da atroci sevizie e mutilazioni che scatenavano lo sdegno e la reazione dei nostri reparti, innescando così un meccanismo perverso di ritorsioni e contro-ritorsioni. Ma non bisogna dimenticare anche che, in generale, il Regio Esercito si schierò spesso a dividere etnie in guerra tra loro e che, oltretutto, dai Balcani gli ebrei perseguitati cercavano rifugio proprio nella zona occupata dai soldati italiani. Tutti segnali che ci dicono che gli italiani non erano spinti a bruciare villaggi e massacrare civili per partito preso o per la presunta ideologia al potere in Italia ma che, quando lo fecero, agirono in modo brutale in reazione ad azioni feroci che spingevano all’applicazione delle dure leggi di guerra che prevedono, purtroppo, anche il diritto di rappresaglia, un “diritto” di cui sicuramente in alcune occasioni si abusò. Questo va detto sempre non per giustificare o minimizzare ma semplicemente per mettere i fatti nel loro contesto storico, per quanto spietato e sgradevole possa essere.
Va aggiunto che la tragedia delle Foibe e dell’Esodo forzato dei 300 mila giuliano-dalmati e istriani ha riguardato popolazioni civili e inermi ed è avvenuto, oltretutto, soprattutto a guerra finita. Questo dimostra che esisteva da parte jugoslava la volontà di attuare una vera e propria pulizia etnica, oltretutto messa in atto nell’arco di pochissimi anni con stragi ma anche minacce, requisizioni di case, beni e terreni, arresti arbitrari. Un trattamento che, nel dopoguerra, non è toccato solo alle popolazioni di lingua italiana. Infatti, la tragedia dei nostri connazionali è stata parte di una tragedia ancora più grande che ha travolto e stravolto la Jugoslavia. Si è calcolato che tra il 1941 e il 1945 – quindi in concomitanza con l’invasione italo-tedesca – in Jugoslavia sono state uccise oltre un milione di persone nello scontro tra varie etnie locali. A quei morti poi ne andrebbero aggiunti altrettanti – quindi un altro milione di morti – causati dalla dittatura comunista del Maresciallo Tito, decisa a soffocare ogni identità nazionale all’interno dei suoi confini.
La sfida quindi, ogni Giorno del Ricordo, è quella di ricordare e, soprattutto, di “ricordare bene”, “ricordare tutto”. Non si può fare quello che è stato fatto a centinaia di migliaia di persone e poi pretendere che la stragrande maggioranza degli italiani, in primis ovviamente gli esuli e i loro discendenti ed eredi, dimentichi tutto e accetti supinamente la “Verità” che vecchi e nuovi “Gendarmi della Memoria” cercano, con sempre più fatica di imporre. Chi ha sangue istriano e dalmata sa – come del resto lo sappiamo anche noi – che per finire in una foiba non era assolutamente necessario essere «… un adulto con delle responsabilità notevoli durante il Ventennio». E se anche fosse stato così, oggi dovremmo essere concordi nel pensare che uno in una foiba non ci doveva finire lo stesso. Non ci dovrebbe finire mai. E invece la stagione dei “distinguo” non sembra conoscere tramonti confermando così che non riconoscendo l’errore iniziale si continua a viverlo. Costringe noi tutti a viverlo. La pretesa di imporre come “memoria comune” la memoria di una sola parte, per di più la più ultra minoritaria, faziosa e violenta, antinazionale, era già una follia nel 1945 ma era una follia in parte comprensibile proprio perché si era nel 1945. Pretenderlo oggi è una follia e basta.
Fonte: “E’ la Storia bellezza”, la newsletter di storia e attualità di Fabio Andriola, https://storiainrete.substack.com/





