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Dracula secondo Besson: finalmente un grande anti-eroe romantico

di Tommaso de Brabant
6 Novembre 2025
in Multimedia
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Dracula secondo Besson: finalmente un grande anti-eroe romantico
       

Secolo XV: Vlad di Valacchia detto “dracul” (“il drago”) è un principe rumeno, il cui unico motivo di vita è l’amore condiviso con la sua sposa, la principessa Elisabeta; la guerra (nella quale pure si distingue per valore) contro gli invasori ottomani è soltanto un impiccio che lo distoglie dai momenti felici con la moglie. Quando però Elisabeta cade in un’imboscata, Vlad rinnega il Dio per il quale ha combattuto e che non gli ha dimostrato gratitudine, permettendo la scomparsa della sua amata.

Parigi 1889, vigilia del centenario della Rivoluzione: il dottor Dumont e il suo spaurito assistente rinchiudono in manicomio una ragazza italiana, Maria, che un prete avvinazzato conferma essere un vampiro. Intanto un avvocato, Jonathan Harker (promesso sposo di Mina, amica di Maria), si reca da Dracula per una trattativa immobiliare: l’antico guerriero, condannato a restare in vita senza la sua amata, da quattro secoli si trascina in una dolorosa attesa di reincontrare Elisabeta, convinto ch’ella, in quanto anima pura, si reincarnerà.

Besson dice d’aver intrapreso questo nuovo adattamento di Dracula, il romanzo di Bram Stoker (ispirato a Vlad III, non tanto al II come dicono nel film) che ha generato uno dei più grandi miti della cultura mondiale (insieme a Sherlock Holmes e Napoleone, uno dei personaggi più volte portati sullo schermo), non tanto per una fascinazione nei confronti del principe dei vampiri, quanto per dirigere ancora Caleb Landry Jones, bravo attore statunitense già protagonista per lui di Dogman e che qui è impegnato in un ruolo già affrontato (per Coppola) da Gary Oldman, altro interprete caro a Besson. La bolognese De Angelis, qui nel ruolo della sua concittadina Maria de Montebello (fusione dei personaggi di Lucy e Reinfield), nella vita reale è stata battezzata Matilda proprio in onore del personaggio di Natalie Portman nel film più celebre del regista francese, Leon. Zoe Blue, attrice e stilista che a volte si firma Zoe Sidel (col cognome paterno), è figlia di Rosanna Arquette. Musiche di Danny Elfman (il compositore di fiducia di Tim Burton), per il quale Besson ha “tradito” Eric Serra.

Molto bene Landry Jones, protagonista dall’espressività controllata in favore d’una grande intensità; sorprendente la scatenata Matilde De Angelis, vampira esagitata e persino simpatica nella sua follia (e nello stereotipo dell’italiana caciarona); meglio del suo solito l’austriaco Christoph Waltz (il prete tedesco senza nome, in loco del professore olandese Van Helsing), due volte premio Oscar relegato sempre nello stesso ruolo di “specialista” sornione, intelligente e un po’ bastardo: stavolta però si mantiene sotto le righe e resta attento a non scadere nelle faccette (forse teme di finire come Anthony Hopkins). Poco da salvare invece della prova dell’assorta Zoe Blue, che troppo spesso si rifugia nello sguardo torbido alla Emmanuelle Seigner: sballottata fra Landry Jones e Waltz, fa quasi la stessa fine del povero Keanu Reeves (la cui performance in Dracula di Bram Stoker ricevette, meritatamente, una raffica di sberleffi), crudelmente piazzato da Coppola fra Oldman e un Hopkins non ancora prigioniero del ruolo di Hannibal Lecter; insufficiente anche la prova di Guillaume de Tonguedec (il sempre sbalordito dottor Dumont).

Produzione franco-britannica, girata in Finlandia e a Parigi, Dracula: A Love Tale è stato distribuito in Francia lo scorso luglio, e in Italia poco prima di Halloween, occasione nella quale ha dominato la corsa al botteghino.

Difficile aspettarsi qualcosa d’originale dall’ennesimo film sul conte Dracula, nonostante alcuni dettagli cambiati (come accennato: Parigi al posto di Londra; i personaggi di Lucy e Renfield uniti in quello di Maria, e il professore olandese Van Helsing scisso fra il medico francese Dumont e un prete bavarese che resta anonimo);  tanto più che l’anno è cominciato con la delusione del mappazzone Nosferatu di Robert Eggers; previsione confermata dalla scena di battaglia nel prologo, quasi un breve remake del meraviglioso Excalibur di John Boorman, e dalla visita di Harker al castello del conte, in cui Landry Jones è acconciato come il collega Oldman in Dracula di Bram Stoker di Francis Ford Coppola e un po’ lo imita; così come la scena in cui Dracula profana la cappella del castello attirandosi la dannazione è qualcosa più d’una citazione dal prologo dell’ottimo film di Coppola.

Eppure, Dracula – L’amore perduto ha dei punti di forza: ha carattere, ha ritmo, ha suspence nonostante la storia sia fin troppo risaputa, e ha il fascino morboso d’una vicenda nella quale si fa il tifo per il “cattivo”. Soprattutto, il Dracula di Besson ha il merito d’insistere come forse non è mai stato fatto prima sull’aspetto romantico del principe delle tenebre. Il Dracula di Bela Lugosi era un mostro elegante e algido, quello di Christopher Lee un silente predatore, l’anaffettivo Nosferatu di Kinski era morbosamente ma attratto dalla Adjani, e infine il personaggio di Gary Oldman era sì romantico (da antologia la frase “Ho attraversato gli oceani del tempo per trovarti…”), ma questo aspetto si smarriva a causa del comportamento bestiale e rabbioso del Dracula versione 1992.

Ipercitazionista (oltre ai menzionati Dracula di Coppola e a Excalibur di Boorman – due tra i migliori film fantasy di sempre – la scena in cui il conte irrompe in un convento è un rimando a I diavoli di Ken Russell, sull’isteria collettiva fra le orsoline di Loudun), spettacolare (bei costumi e, purtroppo, scenografie fatte per lo più col CGI), meno ironico d’altri film di Besson (e lo è nel suo momento più debole – la carrellata di corti europee nelle quali Dracula fa conquiste col suo profumo incantatore), melodrammatico (le memorie del conte hanno un loro pathos, e alcune frasi sono davvero belle), sanguinario (bella la battaglia nel prologo, un po’ tediosa la strage nel finale). Dracula – L’amore perduto è un esercizio di stile, una variazione su di un tema già eseguito da altri (a volte meglio – Coppola, a volte peggio – Eggers), riuscendo a trarne un altro discorso: se il conte di Coppola/Oldman rappresentava le pulsioni che riemergono, la natura che fa irruzione nella società vittoriana, e se il Nosferatu di Eggers/Skarsgard jr. era il feticcio d’un risveglio sessuale (lettura psicanalitica presentata dai commentatori come un colpo di genio: ma c’era già arrivato Coppola, e prima di lui il fumettista Guido Crepax e pletore di letterati). Besson semplifica, ribadendo il tema su cui hanno insistito Coppola ed Eggers (e che aveva invece del tutto tralasciato Werner Herzog col suo Nosferatu, uno dei film horror più belli di sempre, nel quale all’emancipazione di Lucy/Adjani preferiva un’ambigua allusione all’iniziazione di Harker/Ganz) ma liberandolo da sofisticherie psicanalitiche e addirittura purificandolo. Il Dracula di Landry Jones è, come quello del modello Oldman, un guerriero selvaggio capace di trasformarsi in un gentiluomo dai modi squisiti: l’attore di Besson però lo rende più simpatico, meno bestiale e arrogante, il grande protagonista d’un tragico amore da favola, uno degli eroi romantici più avvincenti del cinema degli ultimi anni.

Quella fra il conte Dracula e la principessa Elisabeta è una vicenda romantica così bella e struggente che a Dracula – L’amore perduto si perdona il fatto d’essere la ripetizione di film già fatti; lo si apprezza anche per il ritmo, la spettacolarità, le interpretazioni e il carattere del protagonista, un vampiro che colpisce al cuore.

Tags: cinemafantasyLuc Besson
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