In questa primavera del 2026 ci sono due eventi, significativi e correlati: la scomparsa pochi giorni fa di Paul R. Ehrlich ed il ventesimo anniversario del film di Al Gore, An Inconvenient Truth.
Il Prof. Ehrlich, un biologo della prestigiosa Università di Stanford in California, divenne famoso per un suo libro – The Population Bomb – pubblicato nel 1968. In questo libro, l’autore dichiarava che la battaglia per nutrire l’umanità era stata persa e che ci sarebbe stata una grave carenza di cibo. Prevedeva che 65 milioni di americani sarebbero morti di fame tra il 1980 e il 1989 e che, entro il 1999, la popolazione degli Stati Uniti sarebbe scesa a 22,6 milioni. Sembra incredibile – oggigiorno – il successo che ebbe questo libro, il panico che creò nell’opinione pubblica, e il numero di persone – milioni – che, leggendolo, decisero di non procreare per la “salvezza dell’umanità”.
Ehrlich si sbagliava in tutto, ovviamente: dall’anno di pubblicazione del libro, la popolazione globale è aumentata di quasi 5 miliardi e non è seguita alcuna carestia mondiale. Ehrlich semplicemente fraintese le forze in gioco. Quando scriveva, i tassi di natalità globali avevano già raggiunto il picco e cominciavano a diminuire a causa della crescente prosperità, dell’urbanizzazione e dell’istruzione femminile. I grandi progressi tecnologici dell’Occidente in agricoltura, nel frattempo, permisero raccolti molto più elevati, prevenendo così carestie di massa.
Chi sbaglia paga, o dovrebbe pagare. Ma Ehrlich rifiutò per tutta la sua vita di ammettere i propri errori, ribadendo, anche recentemente, il suo anti-umanismo e pessimismo sul futuro dell’umanità. Rimase una venerata icona dell’estremismo ecologico a livello mondiale.
Venti anni sono passati dal giorno in cui il film di Al Gore – An Inconvenient Truth (Una Scomoda Verità) – catapultò la teoria del cambiamento climatico causato dall’uomo sotto i riflettori globali. Il film, con le sue immagini drammatiche e i pesanti avvertimenti, trasformò una questione ecologica di nicchia in una crisi da prima pagina. I leader mondiali nei paesi ricchi iniziarono a definirla una “minaccia esistenziale”. Il messaggio di Al Gore ha particolarmente risuonato tra le élite che viaggiano in jet privato per partecipare a conferenze globali, e ha ispirato una generazione di influencer, attivisti e decision-maker.
Fortunatamente per noi, i dati degli ultimi 20 anni ci mostrano una storia molto diversa, in contrasto con gli allarmismi del film. Per esempio, un secolo fa, i disastri attribuibili al clima causavano mezzo milione di morti all’anno. Oggi sono meno di 10 mila. I danni causati dagli uragani, se rapportati alla popolazione e al numero di edifici, sono diminuiti, almeno negli USA, dove sono disponibili statistiche attendibili. Lo stesso per i danni degli incendi, specialmente in Australia, Europa, e Sud America.
L’impatto del film e i riconoscimenti internazionali alle “previsioni” di Al Gore, che nel 2007 addirittura ottenne il premio Nobel per la pace per il suo attivismo climatico, crearono pressioni a favore della produzione energetica green (eolica e solare). Le stime variano, ma le politiche climatiche dal 2006 in poi sembrano aver costato più di 16 trilioni di dollari a livello globale, inclusi sussidi, regolamenti e infrastrutture. E quali sono i risultati di queste enormi spese? Nel 2006, secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, il mondo estraeva l’82,6% della sua energia totale (non solo elettricità) dai combustibili fossili. Oggigiorno, specie a causa di Cina ed India, il mondo è ancora dipendente in modo schiacciante dai combustibili fossili che forniscono l’81,1% dell’energia globale. Ne valeva la pena? Oppure avremmo dovuto concentrare fondi e risorse altrove, per esempio: povertà, malattie, istruzione, ricerca?
Come per Ehrlich, anche Al Gore non ha mai espresso scuse, riserve, chiarimenti. In compenso, anche grazie alla sua fama acquisita per ingiustificati allarmismi climatici, si è arricchito. Il patrimonio netto di Al Gore è stimato oggi intorno ai 300 milioni di dollari, derivante principalmente dalla sua carriera di successo come investitore e dal suo ruolo negli “investimenti sostenibili”, più che dal suo periodo in politica come deputato, senatore e vicepresidente degli USA. Tra le principali fonti della sua ricchezza figurano la co-fondazione di Generation Investment Management e la losca vendita di Current TV ad Al Jazeera, che gli generò circa 100 milioni di dollari nel 2012.





