Nella complessa partita politica che si sta giocando nel Corno d’Africa – partita che vede in campo non solo attori locali, ma anche potenze regionali come la Turchia e globali come Russia e Cina – è toccato all’Egitto, lo scorso agosto, fare la propria mossa. In occasione della visita a Il Cairo del presidente somalo Hassan Sheikh Mohamud, e dopo l’incontro con il suo omologo egiziano Abdel Fattah El-Sisi, i due governi hanno siglato un accordo di collaborazione militare.
Primo obiettivo dell’intesa è quello di sostenere il governo di Mogadiscio contro l’insorgenza jihadista: i miliziani di al-Shabaab continuano a rappresentare una minaccia esiziale per il fragile stato somalo, a dispetto delle recenti campagne condotte dalle forze di sicurezza somale sostenute dalle truppe dell’ATMIS, l’African Union Transition Mission in Somalia. A questo sforzo, secondo indiscrezioni giornalistiche, l’Egitto potrebbe contribuire con un contingente di 5mila militari all’interno della missione dell’Unione Africana, contingente cui potrebbe aggiungersene un altro di pari forza dipendente direttamente da Il Cairo.
Più che per gli aspetti di sicurezza interna della Somalia, tuttavia, l’accordo tra Mogadiscio e Il Cairo è rilevante perché costituisce un’evidente risposta all’intesa raggiunta ad inizio gennaio tra Etiopia e Somaliland, lo stato indipendente de facto nato dalla crisi somala di inizio anni ’90 del secolo scorso, il cui territorio corrisponde all’omonima ex colonia britannica. L’intesa tra Addis Abeba e Hargheisa se da un lato ha consentito all’Etiopia di conquistare l’agognato sbocco al mare – sulla base dell’accordo gli etiopi potranno disporre del porto di Berbera per 50 anni, con facoltà di realizzarvi una base navale – dall’altro ha offerto alle autorità separatiste del Somaliland la possibilità di ottenere qualcosa di molto simile ad un riconoscimento internazionale, traguardo agognato e mai raggiunto finora.

Contro questo accordo Mogadiscio si è duramente scagliata, ottenendo la piena solidarietà della diplomazia internazionale, ma poco di concreto. Almeno fino all’intervento dell’Egitto. Il Cairo, infatti, sta lavorando alla costruzione di una rete di alleanze da utilizzare in funzione anti-etiope. I rapporti tra Egitto ed Etiopia sono avvelenati dalla decisione di Addis Abeba di procedere alla costruzione della diga GERD (Grand Ethiopian Renaissance Dam) alle sorgenti del Nilo. All’Etiopia la diga consentirà non solo di produrre energia elettrica, ma anche di disporre di una riserva idrica di ben 74,5 miliardi di metri cubi di acqua (entro fine anno il bacino dovrebbe contenere 71 miliardi di metri cubi). E proprio la gestione delle risorse idriche, sempre più preziose nella regione, ha sollevato non poche preoccupazioni in Egitto e Sudan, i due Paesi a valle che dipendono in gran parte dal Nilo per la disponibilità di acqua.
Ad oggi l’Etiopia si è sottratta ad ogni accordo vincolante che disciplini aspetti fondamentali come la ripartizione delle risorse idriche in caso di siccità o la velocità di riempimento del bacino della diga. Una chiusura al dialogo che, inevitabilmente, ha portato ad una forte tensione tra Egitto ed Etiopia, mentre il Sudan è alle prese con una violenta guerra civile. Comprensibile, dunque, come ognuno dei contendenti lavori per costruire una propria rete di alleanze nella regione. Ad oggi la crisi è confinata ad un ambito politico-diplomatico, tuttavia un ulteriore aumento della tensione non può essere escluso.





