Ci risiamo. Come se non bastassero tutti i problemi, i disastri e le inefficienze che hanno spinto centinaia di migliaia di persone laboriose e produttive a lasciare la California (come già discusso qui e qui), ora c’è un nuovo grave problema all’orizzonte: la chiusura delle raffinerie.
La storia del settore petrolifero in California è lunga e controversa. Il primo pozzo californiano fu trivellato nel 1865 nella contea di Humboldt. La prima estrazione continua iniziò nel 1876 nel giacimento petrolifero di Pico Canyon, situato a nord di Los Angeles, e diede il via a un’industria vigorosa.
Il successo iniziale portò a una corsa alle perforazioni, che diede origine a industrie di supporto come la costruzione di oleodotti (il primo della California fu costruito nel 1877) e la raffinazione del petrolio greggio (la prima raffineria della California aprì nel 1880). Nel 1897 fu perforato il primo pozzo offshore al mondo da un molo lungo 100 metri nell’Oceano Pacifico, dando inizio a un boom della perforazione oceanica.
Purtroppo, un grave incidente cambiò le carte in tavola: la fuoriuscita di petrolio del 1969 a Santa Barbara—all’epoca la più grande della storia. Si trattò di un disastro ecologico che causò la morte di oltre 3.500 uccelli e di altri animali marini. A seguito di questo incidente, nacque un enorme movimento ambientalista, che portò al primo “Earth Day” un anno dopo. Questo episodio cambiò per sempre l’industria petrolifera californiana.
Come al solito, però, si passa da un eccesso all’altro. Le compagnie petrolifere ancora operative in California sono abituate a trattare con una burocrazia ostile alla loro stessa esistenza. Per decenni hanno dovuto operare sotto il peso di divieti, cause legali e minacce da parte di politici statali e locali, di burocrati e di avvocati.
In aggiunta alle ostilità burocratiche e legislative, la California ha imposto l’uso di una miscela speciale di benzina progettata (dicono…) per ridurre l’inquinamento e migliorare la qualità dell’aria. Questo combustibile produce meno inquinamento, ma è più costoso da produrre perché richiede più fasi di lavorazione e componenti di miscelazione più gravose. Le raffinerie fuori dallo stato producono questa miscela solo per rifornire il mercato californiano, il che significa che la California si affida principalmente alle raffinerie statali per la propria fornitura di benzina. Il risultato è che, oggi, come mostrato nella figura qui sotto, la benzina in California costa in media $1.28 al litro, mentre nel resto della nazione la media è di $0.84 (comunque sempre meglio dei $2 al litro in Italia …).

(Estratto da: https://www.eia.gov/todayinenergy/detail.php?id=65184)
Dopo aver creato questa situazione di alta vulnerabilità, i governanti della California avrebbero dovuto usare un guanto di velluto nel trattare con le raffinerie dello stato, le uniche capaci di fornire la miscela speciale ad un prezzo contenuto. Invece, per soddisfare la Sinistra più estremista del loro elettorato, hanno continuato a vessare l’industria.
I risultati? Le raffinerie chiudono e si trasferiscono. La California sta assistendo a importanti chiusure di raffinerie di petrolio, con la raffineria Phillips 66 di Los Angeles (Wilmington) che ha interrotto la produzione tradizionale di carburante alla fine del 2025 e la raffineria di Valero a Benicia che chiuderà entro aprile 2026. Un’altra importante raffineria – Chevron in Richmond – potrebbe anche chiudere presto. Queste chiusure riducono significativamente la capacità di raffinazione della California, suscitando preoccupazioni sulla stabilità energetica e provocando picchi dei prezzi. Lo stato contava circa 50 raffinerie nel 1980; oggi, ci sono solo 13 raffinerie operative.
Le cose in California avrebbero potuto andare molto meglio. Il confronto con il Texas è drammatico, come mostrato nella figura qui sotto.

(Estratto da: https://jpt.spe.org/twa/past-present-and-uncertain-future-californias-oil-business)
Mentre la California democratica ha registrato un declino costante delle riserve e della produzione petrolifera, il Texas repubblicano ha mostrato una crescita stupefacente dal 2010 in poi. Il tutto è dovuto alle nuove tecnologie, in cui il petrolio da rocce sedimentarie argillose (scisti) viene estratto mediante due approcci principali: la fratturazione idraulica (fracking) per il “petrolio stretto” (olio liquido nello scisto) o il riscaldamento della roccia di scisto bituminoso per rilasciare petrolio, spesso tramite perforazione orizzontale. Il fracking consiste nel perforare gli scisti, quindi iniettare acqua ad alta pressione, sabbia e sostanze chimiche per creare fratture e permettere al petrolio intrappolato di fuoriuscire.
Mentre la California ha trattato il fracking come un nemico abominevole da demonizzare, specialmente con film e documentari pseudoscientifici, il Texas ha collezionato una serie di successi. Il più notevole è stato lo sfruttamento del Bacino Permiano. Questa zona è diventata la più grande fornitura sicura di petrolio al mondo, con circa il 40% della produzione statunitense — una cifra che dovrebbe diventare il 70% entro il 2040.
E pensare che il Bacino Permiano era stato abbandonato due-tre volte per i costi. Ecco perché questa zona di produzione è così straordinaria. Produce petrolio da oltre 100 anni ed è stato lasciato morire più volte, ma ora produce oltre 6 milioni di barili al giorno. Le nuove tecnologie di fracking hanno permesso un suo sfruttamento con enormi vantaggi oggi per la collettività.
Il Texas insegna e la California non ascolta. Non c’è da stupirsi che circa 100mila persone all’anno si trasferiscano dalla California al Texas. E l’Europa? L’Europa naturalmente ha bandito il fracking…





