Il volume A Short History of Italian Diplomacy, opera di Stefano Baldi e Luciano Monzali, edito recentemente dalla Editoriale Scientifica di Napoli, si impone immediatamente all’attenzione degli studiosi, ma anche del lettore non specialista, come un’opera di rilievo storiografico ed editoriale per una ragione fondamentale: è il primo studio sulla storia della diplomazia italiana pubblicato in lingua inglese. L’obbiettivo (raggiunto) è quello di fornire uno strumento agile, rigoroso e accessibile per comprendere l’evoluzione storico-istituzionale della diplomazia italiana e del Ministero degli Affari Esteri (oggi Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale), dalla fatidica data del 17 marzo 1861, fino ad oggi, rintracciandone le radici, forse con esiti meno virtuosi, nella lunga storia degli antichi Stati italiani preunitari.
Il volume poggia su una sinergia metodologica virtuosa che sfrutta le specifiche competenze degli autori, integrandole, senza sovrapporle. Stefano Baldi, diplomatico di carriera e saggista, apporta una profonda conoscenza diretta («dall’interno») delle dinamiche burocratiche, organizzative e formali dell’istituto diplomatico. Luciano Monzali, uno dei più apprezzati storici delle relazioni internazionali, garantisce il rigore analitico, la contestualizzazione storiografica e la precisione documentaria.
L’opera, infine, è arricchita dalla revisione metodologica di Geoff R. Berridge, Professore Emerito di Relazioni Internazionali presso l’Università di Leicester, unanimemente considerato uno dei massimi esperti mondiali della «diplomazia pragmatica»: una corrente di studi, che si ricollega in linea diretta al magistero di Leopold von Ranke sintetizzato nella frase «Wie es eigentlich gewesen?» («Come sono andate veramente le cose?»), secondo la quale lo scopo dello storico non è giudicare il mondo di ieri o ammaestrare il presente, ma presentare gli eventi del passato per quello che sono stati, analizzando i risultati concreti, la risoluzione di problemi specifici, la difesa degli interessi nazionali e mettendo in secondo piano le divergenze ideologiche, etiche o dottrinali che, al momento delle scelte fatali, si riducono a poca cosa di fronte alle leggi bronzee della realpolitik.
Per Berridge, infatti, la diplomazia è ed è sempre stato uno strumento operativo e una «tecnica per gestire le relazioni tra Stati» senza la necessità di condividere gli stessi valori. Le sue caratteristiche fondamentali sono infatti: la neutralità ideologica che consente di negoziare anche tra avversari o tra regimi con valori opposti, se questo serve ad anestetizzare una crisi o ad evitare il recursus ad arma; la focalizzazione su obiettivi raggiungibili, alla luce di una valutazione oggettiva della potenza militare, delle risorse economiche, dei vincoli esterni e interni delle parti coinvolte in una trattativa; la flessibilità, la vocazione al compromesso, la tendenza ad accettare soluzioni parziali, temporanee o informali pur di non interrompere il dialogo e ridurre la tensione; l’uso di canali di comunicazione coperti tra Governi, organizzazioni extra statali, soggetti privati, estranei ai consueti protocolli diplomatici, per evitare la pressione dell’opinione pubblica; servirsi della capacità di smentire credibilmente annunci clamorosi divulgati per scoprire le carte della controparte utilizzando la strategia della plausible deniability; testare strategie azzardate e irrituali, senza che queste vengano considerate posizioni ufficiali irremovibili.
L’apporto di Berridge a A Short History of Italian Diplomacy non è, quindi, sussidiario ma fondamentale perché perimetra lo spazio teorico in cui si mossi i due autori, che esclude il ricorso agli pseudoconcetti della «diplomazia democratica», del «conflitto umanitario», della «pace giusta» che ormai hanno ottenuto diritto di cittadinanza nelle dichiarazioni dell’Onu, e nel lessico accademico e politico del mondo occidentale, che pare aver dimenticato come molto spesso il grande gioco dei rapporti diplomatici altro non è che la continuazione della guerra con altri mezzi.
Il volume di Baldi e Monzali sfida il lettore ad affrontare una lunga cavalcata storiografica che lo porterà dal primo ventennio del XVI secolo, all’arco temporale esteso dal 1550 al 1660, ribattezzato, a giusto titolo da Henry Kamen, nel suo sempreverde saggio del 1971, The Iron Century, al Settecento riformatore, alla frattura della Rivoluzione francese e delle guerre napoleoniche, alla Restaurazione, alla stagione risorgimentale, all’età giolittiana, all’avvento del fascismo, ai due conflitti mondiali, alla Guerra Fredda, alla transizione successiva al collasso dell’Unione Sovietica, al grande disordine mondiale emerso alla luce dopo la crisi russo-ucraina del 2014 i cui focolai covano da tempo sotto le ceneri per divampare oggi con tutta la irruenza. Una cavalcata che ovviamente, sarebbe impensabile analizzare qui dettagliamene, ma sulla quale si può dare un giudizio complessivo.
A Short History of Italian Diplomacy si configura, sicuramente come un contributo che arriva a evidenziare, in maniera soddisfacente, come la diplomazia italiana, sia stata un organismo dinamico in grado di dare una risposta assertiva, ai confronti e ai conflitti del passato e, oggi, seppur con molti affanni, difficoltà, vistose latitanze nelle maggiori crisi internazionali, alle sfide della globalizzazione e della multipolarità.
Detto questo, bisogna, però, aggiungere che la meritoria fatica di Baldi e Monzali non è esente da due punti deboli che – «Amicus Plato, sed magis amica veritas» – è doveroso mettere portare allo scoperto. Il primo è l’aver eletto lo Stato sabaudo a unica alma mater della diplomazia della Penisola unificata e di conseguenza a modello esemplare su cui si plasmerà il ramo dell’amministrazione pubblica delegato alle relazioni internazionali del Regno d’Italia, in considerazione di due fondamentali riforme.
La ristrutturazione della Segretario di Stato, già nel primo ventennio del XVIII, che porterà subito dopo all’istituzione della Segreteria di Stato per gli Affari Esteri. La nomina di personale militare ad incarichi diplomatici che rifletteva il fatto che l’Esercito costituiva il nocciolo duro dell’élite sabauda, sempre proveniente dalla nobiltà di sangue e dalla nobiltà di servizio, ai quali successivamente si aggiunsero rampolli della ricca aristocrazia-borghese in cerca di un titre de noblesse che non era inciso nel loro patrimonio genetico. E di conseguenza la volontà d’innestare in questo settore dell’apparato statale il senso della disciplina militare e di un geloso spirito di appartenenza, con una scelta analoga a quella della Prussia di Federico I, Federico Guglielmo I (il «Re Sergente») e di Federico II.
Meriti indubbi questi, a parte la ricaduta negativa costituita dalla composizione sociale di un corpo diplomatico che si percepì e fu in realtà, sempre, anche dopo il 2 giugno 1946, quando si era già messa in moto la macchina dell’epurazione antifascista, una casta legata dai vincoli di una inossidabile solidarietà tra tutti i suoi membri, separata da una cortina di ferro dal profanun vulgus del ceto medio. Se si esclude l’effimera parentesi del regime littorio che schiuse le porte di Palazzo Chigi a quella borghesia di talenti, e non di censo, che era stata la punta di lancia del Regio Esercito nelle terribili prove della Grande Guerra.
Meriti indubbi, ripeto, ai quali, se gli autori avessero fatto ricorso all’importante studio di Alessandro Cont dedicato ai rapporti tra la Corte di San Giacomo e gli Stati italiani tra 1685 e 1688, pubblicato nel 2019, avrebbero potuto aggiungere la scelta – che si rivelò decisiva nel 1860 per arrivare alla «conquista regia» dell’Italia meridionale – di aver stretto un’intesa infrangibile con l’Inghilterra, ancora prima della Guerra di Successione spagnola, stipulando il Trattato anglo-sabaudo di amicizia e commercio del 1669. Con il quale, di fatto, Torino metteva a disposizione di Londra l’eccezionale posizione strategica dei domini di Casa Savoia «chiave delle Alpi» e Stato cuscinetto ai confini della Francia, pedina fondamentale per contenere le ambizioni egemoniche della dinastia borbonica e mantenere l’equilibrio di potenza dell’Europa continentale.
Meriti che comunque che non dovrebbero oscurare completamente, in un libro destinato alla sconfinata platea dei lettori anglofoni, l’apporto della grande diplomazia della Santa Sede, erede diretta di quella dell’Impero romano, della Repubblica di Venezia che instaurò relazioni continuative, formali e informali, prevalentemente commerciali ma anche politico-militari con la Russia, il Sublime Stato Ottomano, la Cina, la Persia e anche di quella di Potenze minori o decadute da un ruolo egemone come il Granducato di Toscana e la Serenissima Repubblica di Genova. E del Regno di Napoli, infine, che sottoscrisse con Mosca il Trattato di commercio e navigazione del 6 gennaio 1787, consentendo l’afflusso ininterrotto del grano ucraino all’Europa occidentale in modo da far fronte alle ripetute crisi annonarie, e acquistandosi, se si esaminano con cura anche le clausole semi-nascoste nelle pieghe dell’accordo un alleato potente anche se lontano, intenzionata a sconfinare nell’antico mare nostrum latino a dispetto della «perfida Albione» e delle altre Potenze marittime europee
Quel Regno, dopo l’ascesa al trono di Ferdinando IV di Borbone, come si rileva bene dai lavori di Luigi Mascilli Migliorini, Emilio Gin, Mirella Mafrici, Rosa Maria Delli Quadri, Salvatore Bottari, era divenuto ormai da Protettorato spagnolo la più importante media Potenza regionale della Penisola. E non caso fu scelto da Aleksandr Andreevič Bezborodko, architetto di fatto della politica estera della Grande Nazione euroasiatica fino a dopo la morte di Caterina II, per fungere da mediatore nelle trattative per arrivare alla stipula del Trattato di pace di Iași del 9 gennaio 1792. Una convenzione diplomatica, di enorme rilevanza strategica, che sanciva il riconoscimento dell’annessione della Crimea da parte dell’Impero zarista che la occupava militarmente fin dal 1793 e la rinuncia dell’Impero ottomano alla sovranità della regione di Yedisan, situata nell’odierna Ucraina sud-occidentale, comprensiva della città di Odessa, dove la Semiramide del Nord promosse l’allestimento del più grande e meglio attrezzato porto del Mar Nero, base strategica per penetrare nelle «acque calde» del Mediterraneo sottomesso al duopolio franco-britannico.
Un alto appunto da fare è che il saggio dei due autori, si concentra esclusivamente sulla diplomazia istituzionale. Senza considerare che fin dalle sue origini (pensiamo alla Repubblica di Venezia, a proposito della quale vorrei ricordare gli ingiustamente dimenticati lavori di Paolo Preto e di Domenico Caccamo), questo importantissimo istituto dello Stato moderno ha ibridato la figura dell’ambasciatore e dei suoi collaboratori con quella di altri attori: agenti commerciali e finanziari, Signori della guerra, rami dell’intelligence politica e militare, chevaliers de fortune. Come Giorgio Giuseppe Andrea Baroni Cavalcabò, di cui Alessandro Cont ha ricostruito per primo la biografia in un saggio, frutto di certosino scavo archivistico, pubblicato nel 2021, che prima offrì i suoi servigi all’Impero asburgico, poi alla Prussia e infine alla Russia di cui divenne inviato speciale presso il Sovrano Militare Ordine di Malta con il quale cercò di negoziare un’alleanza che avrebbe fornito alla Flotta zarista un formidabile avamposto nel mare interno europeo.
Questo processo che ha toccato il suo culmine durante il secondo conflitto mondiale (penso al volume Diplomazia di guerra di Egidio Ortona e ai tanti riferimenti autobiografici dei saggi di Pietro Quaroni), è stato recentemente investigato, credo con buoni risultati da volumi di Mireno Berettini e di scrive. E per molti versi si potrebbe dire, riprendendo le considerazioni di Berridge e volgendo lo sguardo all’attualità attualissima (rappresentata plasticamente dalla prassi della plausible deniability di usata e abusata da Trump, Netanyahu, Putin, Xi Jinping, Erdoğan, Zelens’kyj & co.), che il mondo delle feluche e delle marsine, delle cerimonie ufficiali, dei ricevimenti mondani, degli annunci vincolanti, sia stato in gran parte solo il paravento dorato che nascondeva il modus operandi di una diplomazia corsara. O forse piuttosto pirata per la quale poco o nulla contavano le regole del diritto internazionale, e della quale il Conte di Cavour, Lord Palmerston, Bismarck e Aleksandr Michajlovič Gorčakov, l’asso nella manica della politica estera di Nicola I e di Alessandro II, furono i lontani antesignani.
Eugenio Di Rienzo, Corriere della Sera, 11 settembre 2026





