Da poche settimane finalmente ne sappiamo di più su chi era davvero William Shakespeare (IRONIA). Una questione, quella della vera identità del grande drammaturgo inglese che appassiona da secoli studiosi e ricercatori. Il problema infatti è che a fronte di una ricchissima produzione di altissimo livello non corrispondono sufficienti notizie sulla vita del grande drammaturgo che ufficialmente sarebbe vissuto tra il 1564 e il 1616. Sembra addirittura che l’unico autografo sia il suo testamento che termina con una firma: “By me William Shakespeare”. Poco per avere delle certezze e non inclinare, almeno un po’, verso le dotte argomentazioni che mirano a identificare il nome più celebre della letteratura moderna come un semplice nom de plume oppure come un prestanome incaricato di presentare come sue opere scritte da illustri personaggi che, per un motivo o per l’altro, non volevano o potevano apparire. I nomi più ricorrenti sono quelli di Edward de Vere, Francis Bacon, William Stanley e Christopher Marlowe ma l’elenco completo dei potenziali Shakespeare si aggira sulla sessantina di nomi.

Ci sarebbe, in realtà, anche una interessante “pista italiana” ispirata dai frequenti richiami, inseriti nelle opere shakespeariane, a personaggi, luoghi e storie di ambientazione inequivocabile: Venezia, Padova, Verona, Milano, Roma, la Sicilia. Non basta; nelle opere del Bardo di Stratford-upon-Avonabbondano espressioni italiane e anche vocaboli e/o espressioni dantesche. Un fatto curioso visto che sembra che Shakespeare non parlasse italiano. Da qui (e altro ancora) la tesi che identifica il Bardo nell’italiano Giovanni Florio, un erudito letterato italiano dell’epoca. Su questo particolare aspetto della “questione shakespeariana”, Storia In Rete ha pubblicato un ampio saggio e chi è interessato trova il pdf pronto da scaricare a questo link.
Ma torniamo alla “notiziona del giorno” della quale la stampa internazionale e in particolare quella anglosassone, ovviamente, si sono occupate molto. La notizia è che grazie ad una certa dottoressa Irene Cosletora sappiamo che Shakespeare non era un uomo, non era inglese, men che meno cristiano e neanche europeo. Visti i tempi poi l’accento sul colore della pelle viene da se. Le ricerche della Coslet sono condensate in un libro appena uscito – The Real Shakespeare: Emilia Bassano Willoughby (Pen & Sword books editore) – e che ha subito attirato la curiosità della stampa. E così ecco i titoli: Shakespeare was a black Jewish woman, Was Shakespeare really a black woman? oppure New book claims white English writer Shakespeare was a Black Jewish woman e anche A black Jew: a new theory of the authorship of Shakespeare’s works blew up Britain e via così per decine e decine di testate… Tutti sorpresi/affascinati dalla “scoperta” che a scrivere Il Mercante di Venezia o Amleto sia stata una donna dalle origini e dalla vita abbastanza complicata: Emilia Laniernata Bassano (1569-1645), fu una poetessa, “segretamente ebraica”, dalla presunta carnagione mediterranea che è stata interpretata come prova di ascendenza moresca, probabilmente marocchina. Figlia di un musicista di corte veneziano, Emilia, dopo la morte del padre, avvenuta quando aveva solo sette anni, fu accolta in una famiglia nobile in Inghilterra, dove ricevette un’istruzione di alto livello. Secondo altre fonti sarebbe nata, da padre veneziano, già in Inghilterra. Comunque, trascorse la sua giovinezza alla corte inglese come favorita della regina Elisabetta I, prima di essere bandita (era rimasta incinta senza essere sposata) e costretta a un matrimonio indesiderato nel 1592 con Alfonso Lanier. Avendo pubblicato nel 1611 una raccolta di poesie in inglese è considerata la prima poetessa professionista in Inghilterra anche se i suoi versi non sembrano aver impressionato molto i critici, all’epoca e oggi.
Sia come sia, il libro della Coslet ha avuto ancor prima di uscire una copertura mediatica invidiabile. Il saggio è stato addirittura promosso dalla prestigiosa London School of Economic che sul suo sito ha pubblicato un lungo e compassato articolo dove la stessa Coslet descrive le teorie esposte nel libro: Coslet infatti ha conseguito presso la LSE un Master in Media, Comunicazione e Sviluppo. Titolo di studio che non dà particolari garanzie in ambito storico-letterario anche se a dar credibilità all’autrice della “rivoluzionaria ricerca” (IRONIA) c’è ben altro: «Irene Coslet – informa la London Scholl of Economics – ha dedicato oltre vent’anni allo studio e alla pratica dell’uguaglianza di genere in diversi paesi, concentrandosi su genere e sviluppo e sulla prevenzione della violenza di genere». Non trovate ancora nessun nesso con la critica letteraria? Malfidati: vi basti sapere che la dottoressa Coslet «si interessa al tema di Emilia Bassano dal 2018. Vanta inoltre un ampio background umanistico, avendo affrontato il tema da varie prospettive analitiche e interdisciplinari». Questo corsus honorum le ha consentito di convincersi che «per costruire una società equa, è fondamentale rivendicare le identità subalterne dalla storia». Infatti, dice sempre Coslet «La storia è narrata dall’Occidente egemone, e in particolare dagli uomini bianchi, in quanto “Soggetto”. Il “Subalterno” viene messo a tacere: le identità femminili e nere vengono soppresse e costruite come “l’Altro”. Rappresentare le identità femminili e nere come l’Altro, giustifica e perpetua il dominio del Soggetto maschile bianco. Questa cancellazione delle identità nella narrazione razzializzata e patriarcale della storia rafforza i ruoli prescritti e le relazioni di potere nella società».
Insomma, siamo di fronte ad una testimonianza esemplare di revisionismo storico woke. Una corrente sempre più presente specie sui social dove brillano numerosi e molto seguiti account animati da un vero e proprio “revanscismo afrocentrico” e capaci di qualunque acrobazia logico-cronologico-storica. Da tempo mi affascina, ad esempio, l’account X di tal Kalala666 che, così come anche Typical African e molti altri non perde occasione per rivendicare agli africani ogni realizzazione, antica o moderna che sia (dalle Piramidi al cambio automatico), attribuendo ogni colpa del declino dell’intero continente, così come della forzata diaspora, alla colonizzazione e allo schiavismo (ovviamente solo quello occidentale). La Coslet – che è bianca e fonda il proprio revanscismo sul fatto di essere donna – è più sofisticata nella strategia ma non meno sfacciata nel sostenerla perché crede di individuare in Shakespeare una figura chiave della cultura occidentale (che lei evidentemente odia e vuole disarticolare): «Lo status di Shakespeare nel mondo occidentale non è semplicemente quello di poeta e drammaturgo – sarebbe riduttivo. Piuttosto, Shakespeare continua a influenzare idee e discorsi che attraversano generazioni. Shakespeare, ad esempio, si ritiene abbia plasmato il pensiero di molti filosofi moderni, tra cui Freud e Marx. Shakespeare è considerato una figura pionieristica, un architetto del linguaggio e quindi un catalizzatore dell’identità collettiva, poiché linguaggio e identità sono strettamente connessi».

E così è partita l’operazione – tra le più ardite che si potessero immaginare – di trasformare in un colpo un misterioso drammaturgo inglese, bianco e cristiano in un paradigma delle “minoranze” per definizione oppresse dal patriarcato bianco: una donna, di origine africana, di sangue ebraico e pure immigrata (o comunque “inglese di seconda generazione”). Curiosamente nessun accenno invece alle inclinazioni sessuali. Le prove? Per questo dovrete attendere ancora qualche riga. Prima bisogna precisare che, in realtà, la Coslet non si è inventata tutto da sola ma ha attinto ai lavori di tal John Hudson che nel 2014 ha scritto il libro Shakespeare’s Dark Lady nel quale teorizza che, in un epoca in cui alle donne era proibito scrivere opere teatrali e recitare, la Bassano avesse adottato uno pseudonimo per poter pubblicare le sue tragedie. In realtà vari altri studiosi – tra i quali, negli anni Settanta, lo storico inglese Alfred Leslie Rowse – hanno ipotizzato che Shakespeare possa essere stato influenzato da una “dark lady” e in più di un caso si è pensato proprio alla Bassano, legata a personaggi a loro volta in stretti legami artistici con William. Nel 2023 della teoria si è poi impossessata la giovane e rampante giornalista e critica letteraria Elizabeth Winkler (una che bazzica giornali à la page come Wall Street Journal, The New Yorker, The New York Times, The New Republic, The Times Literary Supplement e The Economist) che ha scritto un libro intitolato Shakespeare Was a Woman and Other Heresies. Studiose della Bassano hanno però escluso ogni identificazione tra la poetessa e Shakespeare e nel 2020 la testata Usa Today si era interessata alla questione con un’inchiesta “fact checking”dal risultato inequivocabile: «non ci sono prove definitive che suggeriscano che sia stata lei l’autrice delle opere di Shakespeare».
Ma per fermare gente come la Coslet ci vuole ben altro. Una vera storica woke non si fa condizionare da dettagli come prove e riscontri quando può far valere altre carte decisive: «Aggiungo una nuova prova empirica a questa teoria – scrive – poiché ritengo che la teoria critica e la teoria femminista rappresentino il quadro di riferimento migliore per affrontare l’argomento». Sul Telegraph, Philip Womack si è dimostrato molto più che scettico e a proposito del libro e delle tesi di Irene Coslet ha parlato senza mezzi termini di “follia”, di “fantasie da cerebrolesi” e ha ricordato ai “negazionisti di Shakespeare” che esistono «prove inconfutabili che collegano Shakespeare alle sue opere». Senza contare che, suggerisce, basterebbe confrontare i versi della Bassano a quelli di Shakespeare per capire la distanza siderale tra le due penne. Ma sicuramente, l’intervento più arguto e ironico è stato quello di Andrew Doyle, drammaturgo e commentatore nord irlandese, nemico giurato del wokismo, che si è occupato della Coslet e delle sue teorie in un brillante articolo per il sito Unherd.com. Poiché non saprei francamente fare di meglio, riporto alcuni passaggi di Doyle che esordisce osservando che «Una delle curiosità della guerra culturale è che spesso siamo costretti a ribadire l’ovvio.
Di fronte all’enormità delle argomentazioni della Coslet, Doyle sorpreso e divertito allo stesso tempo scrive: «In un’epoca in cui le teorie del complotto più sfrenate vengono accettate acriticamente e gli attivisti sono impegnati a “decolonizzare” ogni grande conquista della civiltà occidentale, capisco perché una polemica su una Shakespeare donna nera possa sembrare un progetto commerciale praticabile. Ma non dovremmo scartare l’idea che Irene Coslet sia lo pseudonimo di un’umorista (…) The Real Shakespeare è scritto in modo così scadente e privo di prove che sembra improbabile che potrebbe aver raggiunto la pubblicazione se non ci fosse stato qualche malinteso in atto. Consideriamo le credenziali dell’autrice. Il sito web dell’editore, Pen & Sword, ci informa che Coslet è un’ “esperta” con “diverse lauree”. Sebbene nella sua foto pubblicitaria sembri avere poco più di vent’anni, a quanto pare “studia il femminismo da 20 anni ed è impegnata nella promozione della parità di genere in diverse organizzazioni e paesi in tutto il mondo”. Era una femminista fin da piccola? E perché una globetrotter così pionieristica non ha una presenza online né compare in alcun database accademico? Nessun articolo, nessuna apparizione a conferenze, nemmeno un post su Facebook».
Quindi, Doyle affronta nello specifico alcune delle argomentazioni della Coslet, a cominciare dal presunto colore scuro della pelle della Bassano aliasShakespeare: «Coslet insiste sul fatto che Lanier “fosse una mora”, ma non è mai stata scoperta alcuna prova a riguardo e, naturalmente, nessuna di queste viene fornita in The Real Shakespeare. L’affermazione che Shakespeare fosse una donna nera è inevitabilmente indebolita quando emerge che la candidata proposta non era effettivamente nera. Allo stesso modo, l’affermazione di Coslet secondo cui la Bassano/Lanier non poteva scrivere sotto il proprio nome perché all’epoca “le donne erano emarginate, messe a tacere e certamente non autorizzate a scrivere e pubblicare” rende Lanier una scelta strana, dato che era una poetessa pubblicata. Il suo volume di versi stentati – Salve Deus Rex Judaeorum (1611) – dovrebbe essere una prova sufficiente del fatto che non fosse Shakespeare. Eppure, Coslet ne sa di più. Apre il suo libro con un disegno a matita del “vero Shakespeare” che raffigura inequivocabilmente il Bardo come una donna di colore. E qual è l’origine di questa incredibile scoperta? Beh, a quanto pare è stata Coslet stessa a disegnarlo e che “lo schizzo è parte integrante della ricerca dell’Autrice per il recupero di Emilia Bassano”. Chi ha bisogno di fonti primarie quando può crearsene di sue? Ormai siamo saldamente nel regno della satira, intenzionale o meno. Ma l’apice dell’ audacia è raggiunto quando Coslet traccia ripetutamente paragoni tra la sua opera e il “cambio di paradigma” attuato da Copernico nel campo dell’astronomia».
Stando a Doyle, che ha letto con attenzione il libro, le deroghe della Coslet alle più elementari regole dell’analisi delle fonti sono infinite e decisamente “creative”: «Coslet definisce il suo metodo di scavo nelle opere teatrali alla ricerca di indizi biografici come il “paradigma corretto”. Per buona misura, cita lo scrittore Robert Greene come un altro degli pseudonimi maschili di Lanier, uno che “adottò all’inizio della sua carriera, per pubblicare le sue opere, prima di diventare Shakespeare”. Avendo deciso che Lanier doveva essere Shakespeare, Coslet si rese conto che “se è vero [sic], allora ci deve essere un modo per dimostrarlo… Con mia sorpresa, il metodo ha funzionato”. Peter Wason, lo psicologo che ha coniato il termine bias di conferma, può dormire sonni tranquilli nella tomba».
The Real Shakespeare risulta essere una vera miniera di notizie e affermazioni prive di ogni sostegno documentale o logico e Doyle, come un bambino in un negozio di giocattoli, si diverte a provare ogni gioco che gli capita a tiro: «Sapevate che “gli studiosi si sono resi conto che Shakespeare parlava fluentemente l’ebraico”? Coslet trascura di specificare quali studiosi abbiano fatto questa sorprendente affermazione; dettagli così banali non sono importanti. Poi c’è la sua affermazione secondo cui “il mito dell’uomo di Stratford si inserisce perfettamente nella narrativa patriarcale” e che “un uomo d’affari può trasformarsi in un artista se ci si impegna”. Che tipo di oscura narrativa patriarcale è questa? E Shakespeare non era un artista prima di dedicarsi agli affari? Non importa. Non impantaniamoci in tutti questi fastidiosi “fatti”. Le prove sono lì, se davvero si vuole vederle. Una delle grandi scoperte di Coslet è che il volto di Emilia Bassano/Lanier è nascosto in un’incisione di Shakespeare del 1623. Basta piegare l’immagine in un certo modo e – voilà! – “la magia accade” e “il volto che si nascondeva dietro il ritratto” viene rivelato. Coslet non mostra però il risultato finale, sarebbe ovviamente troppo facile, ma invece dedica 19 pagine a spiegare come funziona il procedimento…». Così, ognuno, può farselo da solo a casa…
Ancora qualche riga dalla parte finale del lungo articolo di Doyle: «La mia parte preferita di The Real Shakespeare è quando Coslet ci racconta che la sua teoria le è venuta in sogno. Questo il racconto del momento in cui si è resa conto di essere stata scelta come strumento consacrato della rivelazione: “Nel 2018 è successo qualcosa che mi ha cambiato la vita. Stavo attraversando un periodo di transizione. Era uno di quei periodi caotici della vita. Mi stavo preparando a trasferirmi all’estero. Ero nel bel mezzo del trasloco [sic] e stavo facendo i bagagli. I miei bagagli erano sparsi ovunque nella mia stanza. Completamente sopraffatta, ho deciso di riposarmi un po’ e di sdraiarmi sul letto per un secondo. In quel momento, non appena ho toccato il cuscino con la testa e ho chiuso gli occhi, un fulmine è sbucato dal nulla. Queste parole mi hanno colpito la mente: ‘Shakespeare era una donna’».
E così, almeno per quanto riguarda il tentativo di fare di Shakespeare una donna, di sangue ebraico, di carnagione scura, poliglotta e poetessa, la questione può essere chiusa. Fermo restando che dal punto di vista della comunicazione e del marketing l’operazione è perfettamente riuscita anche perché la stampa mainstream, del tutto acritica come sempre, si limita a riportare la notizia nuda e cruda senza alcun approfondimento. Dal punto storiografico invece la vicenda conferma che nella guerra culturale in atto ormai il fronte corre lungo linee nuove, impensabili fino a pochi anni fa: gli strumenti tradizionali dello storico vengono abbandonati a vantaggio di tesi assurde, indimostrabili eppure veicolate e dibattute nei circuiti mediatici come qualunque altra notizia. Contestazioni, facts checking, critiche articolate e motivate sembrano non poter nulla contro teorie sostenute da ideologie più liquide che, a differenza del passato, non mirano a cambiare, o per lo meno rimodellare, la realtà ma puntano a destrutturarla senza avere un credibile modello alternativo. Del resto, proprio la logica così come è stata definita dai filosofi fin dall’antica Grecia è stata già indicata come una delle “costruzioni intellettuali” da eliminare. Anche semplicemente ignorandola. Il libro della Coslet ci dice che poi non è così difficile…
Fonte: “E’ la Storia bellezza”, la newsletter di storia e attualità di Fabio Andriola, https://storiainrete.substack.com/





