
Se avevate qualche dubbio su quale orrore della Storia possa essere definito “il più grave crimine contro l’umanità”, dal 25 marzo 2026 potete avere una certezza: il dramma dei drammi degli ultimi tremila anni (per lo meno) è stata senza dubbio “la Tratta transatlantica” cioè la deportazione di milioni di schiavi dall’Africa alle Americhe nell’arco di circa tre secoli. C’è però un piccolo dettaglio: tutto questo non l’ha deciso un congresso di storici ma l’Assemblea generale delle Nazioni Unite…
La guerra tra Stati Uniti e Iran e le tensioni mondiali che ne sono derivate a inizio 2026 hanno fatto sì che una notizia decisamente importante non abbia avuto il risalto che meritava. Mi riferisco al voto dell’Assemblea generale delle Nazioni Uniti che a New York il 25 marzo 2026 ha approvato con larga maggioranza una risoluzione, proposta dal Ghana, che definisce la tratta transatlantica “il più grave crimine contro l’umanità”. La risoluzione è stata approvata con 123 voti a favore, con l’opposizione di Stati Uniti, Israele e Argentina, e l’astensione di ben 52 Stati tra i quali il Regno Unito e i membri dell’ Unione Europea e quindi anche dell’Italia. La scelta della data per il voto non è casuale: infatti il 25 marzo 1807 il Parlamento britannico approvò l’abolizione della tratta atlantica degli schiavi. Nel 2007, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha poi proclamato sempre il 25 marzo “Giornata internazionale per la commemorazione delle vittime della schiavitù e della tratta transatlantica degli schiavi”.

Annunciata per la prima volta durante l’80ª sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel settembre 2025, la risoluzione approvata a marzo è stata fortemente sostenuta dall’Unione Africana che, non a caso, aveva già proclamato proprio il 2025 come Anno della giustizia per gli africani attraverso le riparazioni con l’obiettivo di portare l’agenda africana sulla giustizia riparativa per le conseguenze di schiavitù e colonialismo al centro del dibattito internazionale. Un’iniziativa non isolata come ho già evidenziato in passato (per i curiosi il link è qui). La cosa è riuscita, anche se con qualche mese di ritardo e nonostante una clamorosa svista che è trascurata da gran parte della stampa internazionale.
A cosa mi riferisco? Al fatto che tutte le attuali rivendicazioni africane vanno in un solo senso e omettono di considerare una serie di fatti e riscontri storici appurati da molto tempo. E cioè che, purtroppo, non c’è stata solo la Tratta Atlantica ad opera degli europei e degli americani ma c’è stata anche la lunga storia dello schiavismo perpetrato dal mondo islamico. Va anche ricordato che, in entrambi i casi, i mercanti di schiavi, europei o arabi che fossero, dovevano avere per forza la collaborazione degli stessi africani che vendevano loro uomini e donne razziati all’interno del continente o che erano appartenenti a popolazioni sconfitte nelle infinite guerre tribali che da sempre insanguinano l’Africa. Ma c’è di più perché la storia dello schiavismo corre parallelamente alla storia dell’Uomo e non si esaurisce certo nel solo dramma della Tratta Atlantica che avrebbe coinvolto, nell’arco di poco più di 250 anni, tra i 10 e 12 milioni di persone.

In realtà cifre non troppo diverse si ritrovano, ad esempio, nel bilancio dei plurisecolari attacchi dei pirati musulmani alle coste europee così come per le razzie turco ottomane nei Balcani e nell’Europa orientale. Tutte cose che i dirigenti dell’Unione Africana o i diplomatici presenti all’Onu avrebbero potuto facilmente apprendere anche consultando Wikipedia che allo schiavismo dedica pagine equilibrate e documentate in varie lingue. Uno strabismo che, a dire il vero, colpisce non solo politici e diplomatici ma anche commentatori che, in teoria, dovrebbero avere qualche strumento culturale in più da mettere in gioco. Un esempio: sul sito dell’ISPI, l’Istituto per gli Studi di Politica internazionale, la notizia è stata commentata da Karin Pallaver, professore associato dell’Università di Bologna ed esperta di storia africana. E nonostante questo capace di non citare neanche di sfuggita la complessità del fenomeno schiavistico che non può essere ridotto alla sola Tratta atlantica.
E’ vero, però, che se da un lato la risoluzione approvata dall’ONU non è vincolante, tuttavia rappresenta, politicamente uno snodo importante. Così importante che la proposta avanzata dal Ghana ha incontrato obiezioni che vanno ben oltre i tre soli voti contrari di Stati Uniti, Israele e Argentina, e l’ipocrita astensione di altri 52 Stati. Ovviamente, a fronte delle sempre più esplicite ed esose richieste di riparazioni per lo schiavismo ci sono – e non da ora – forti resistenze politiche oltre a evidenti ostacoli storici e giuridici,a cominciare dal principio di non retroattività. Tuttavia è indubbio che su questo fronte le pressioni diplomatiche ed economiche sono destinate a crescere e probabilmente a determinare, in un futuro non troppo lontano, nuove e gravi tensioni tra un mondo occidentale, in crisi anche per i suoi ormai radicati (ma non sempre giustificati) sensi di colpa storici (un caso clamoroso ed emblematico è quello della Chiesa anglicana d’Inghilterra: ne ho parlato qui), e un terzo mondo convinto di poter risolvere buona parte dei propri problemi economici facendo leva su quegli stessi sensi di colpa. Un rapporto stretto e perverso che esclude – senza un vero perché – tutto il mondo islamico e la stessa Africa, propensa ad accusare e a lamentarsi dei torti, indubbiamente subiti, ma per niente incline ad un minimo di autocritica. Perché, diciamolo ancora una volta, senza la collaborazione degli africani le tratte non avrebbero avuto le drammatiche dimensioni che hanno invece avuto.
Una chiusura intellettuale e culturale che stupisce, specie se messa a confronto con la disinvolta predisposizione all’autocritica – se non all’autoflagellazione – così in voga in Occidente e in Europa in particolare. Eppure, forse non c’è da stupirsi più di tanto se si considerano gli argomenti contenuti in un libro uscito in Francia recentemente e scritto da un giovane giornalista e saggista francese di formazione ultraliberista e di origine africana che si chiama Ferghane Azihari.

Azihari ha fatto drizzare i capelli in testa a molti ben pensanti da quando ha pubblicato un saggio dal titolo L’Islam contro la modernità, una spietata analisi storica dell’Islam dalla morte di Maometto ad oggi, cioè poco meno di 14 secoli. Il bilancio che Azihari traccia è poco lusinghiero visto che – a suo giudizio – in tutti i paesi che l’Islam ha conquistato, le culture fiorenti preesistenti hanno lasciato il posto all’oscurantismo, al caos economico, a forme di governo violente e autoritarie. Tutti presupposti di un ritardo culturale che fa sentire i suoi effetti anche oggi: secondo Azihari infatti il mondo islamico ha sempre mostrato scarso interesse per le altre culture al punto da aver trascurato nel tempo lo studio delle lingue dell’antichità classica così come delle altre religioni.
C’è poi un dato più stupefacente degli altri e cioè che all’ombra della religione che influenza la vita del 25% degli esseri umani è stato realizzato solo lo 0,1% delle scoperte scientifiche. Un dato che si accompagna, tra le altre cose, anche al fatto che in 130 anni solo l’un per cento dei premi Nobel è andato a scienziati o intellettuali islamici. Nelle 400 pagine del suo libro, ricco di statistiche, raffronti e citazioni di ogni tipo, Azihari si occupa anche di schiavismo e del suo rapporto con l’Islam e ricorda come il ben noto ed esecrato “imperialismo occidentale” abbia avuto un contraltare non meno bellicoso e duraturo nell’ “imperialismo islamico” che però, al pari della schiavitù, non trova in Occidente molti critici. Eppure, osserva ancora Azihari, è difficile separare lo schiavismo dal razzismo specie nelle società islamiche che sarebbero tra le più chiuse e ostili alle differenze. Questo anche per la mancata e netta distinzione in molti stati mediorientali tra autorità religiosa e autorità politica.
Intervistato dal mensile francese L’Incorrect, Azihari (che comunque non ha in gran simpatia nessuna religione) ha dichiarato che «i musulmani formano il gruppo più xenofobo e refrattario alla scienza, alla libertà di coscienza, al pluralismo, all’uguaglianza, alla separazione tra temporale e spirituale». Tutti fattori che aiutano a capire perché nell’Islam si fatica ancora a fare i conti anche con la storia dello schiavismo. Una “pigrizia” – diciamo così – che ha due potenti alleati: in primis, il senso di colpa occidentale che occupa ogni spazio pubblico ed evita così di esercitare una anche minima pressione psicologica o culturale che sia. In secondo luogo, c’è la incomprensibile reticenza africana a chiedere conto dei misfatti del passato anche agli eredi degli schiavisti arabi e musulmani mentre come abbiamo visto, non sembrano esserci problemi a battere i pugni sul tavolo con gli occidentali.
Ovviamente tutto quello che abbiamo detto finora ha senso solo se si accetta l’idea che, in generale, sia legittimo e logico chiedere risarcimenti per atti compiuti anche duecento o trecento anni fa da società e organizzazioni che oggi non esistono più e che appartenevano a nazioni che nel frattempo hanno cambiato, anche più volte, famiglie regnanti e forme di governo. Ma che, soprattutto, oltre un secolo e mezzo fa hanno votato leggi che hanno abolito e punito la schiavitù. Una strada che il mondo islamico ha seguito molto tempo dopo e solo in parte…
Fonte: “E’ la Storia bellezza”, la newsletter di storia e attualità di Fabio Andriola, https://storiainrete.substack.com/





