I leader politici si possono distinguere in 3 categorie: quelli che guardano un anno avanti concentrandosi sulla loro possibile vittoria alle prossime elezioni (tipico dei politici europei, in un continente che ha perso ogni vera iniziativa ed ambizione ed ha aperto le porte ad una immigrazione non vagliata e spesso criminale); quelli che guardano 50 anni avanti (tipo Trump che si vuole prendere la Groenlandia e riprendere il Canale di Panama); e quelli che guardano un secolo avanti (come i leader cinesi).
Trump spesso gioca la carta dell’uomo imprevedibile suscitando un polverone su temi ignorati dai precedenti presidenti USA. A questo seguono critiche e derisioni, ma è solo quando la polvere si deposita al suolo che si può valutare bene la situazione.
La Groenlandia è l’ultimo lembo di terra del Nord America rimasto ancora nella sfera storica del colonialismo europeo. Dal 1814 questa isola è stata una colonia danese. Nell’aprile del 1941, prima dell’entrata in guerra degli USA nel dicembre 1941, gli Stati Uniti occuparono la Groenlandia per difenderla da una possibile invasione tedesca – i tedeschi allora avevano già invaso la Danimarca.
Fino al 1940, la Groenlandia era rimasta isolata con un regime economico di stretto monopolio gestito dai danesi. Nel 1953 finì lo stato coloniale e la cittadinanza danese fu estesa alla popolazione locale. Parliamo oggi di sole 56 mila persone, per il 90% indigeni Inuit concentrati in poche zone costiere, con circa 20 mila nella capitale Nuuk. La Groenlandia è immensa ed inabitata – piu’ di 2 milioni di km2, 3 volte il Texas, 3 volte la Francia.
Gli Stati Uniti – dopo il successo dell’acquisto del territorio della Luisiana da Napoleone (più di 2 milioni di km2 acquistati nel 1803), e l’acquisto dell’Alaska dalla Russia zarista (un milione e mezzo di km2 acquistati nel 1867) – con la Groenlandia ci hanno provato nel 1946, offrendo $100 milioni alla Danimarca, senza successo. Ci riprovarono nel 1955, nel mezzo della Guerra Fredda. Durante la prima presidenza Trump, ci furono discussioni ed approcci per un acquisto, tutti rifiutati. Va notato che per la Danimarca, tenersi la Groenlandia non è buon affare, almeno al momento, visto che devono spendere circa $600 milioni all’anno in sussidi per la popolazione, anche per tenerli buoni ed evitare che si muovano troppo velocemente verso la totale indipendenza.

Chi sorride con indifferenza o stupore verso queste manovre di potere non capisce l’importanza strategica del paese, le enormi risorse minerarie che possiede, la posizione geografica critica per il futuro sviluppo e controllo delle zone polari, e le ambizioni di Russia e Cina nel controllo di queste zone e dei trasporti internazionali. Con il riscaldamento globale degli ultimi 3 secoli, ci aspettiamo presto una apertura della Rotta Artica che permetterebbe un forte risparmio nel tragitto marino delle navi portacontainer. La Groenlandia è in una zona chiave e gli interessi della popolazione e dell’intero occidente sarebbero certamente meglio garantiti da una superpotenza.
La recente offerta di Trump alla Danimarca per un acquisto della Groenlandia è stata rifiutata con un deciso “fuck off” da parte dei politici locali. Però, nello stesso tempo i politici danesi ammettono che il futuro dell’isola è solo nelle mani dei residenti che, in ogni momento, possono decidere di spingere per l’indipendenza (perdendo però i larghi sussidi pagati dalla popolazione danese). Quindi c’è qui una bella opportunità per Trump: spingere gli Induit all’indipendenza e poi in qualche modo incorporare (come territorio o stato) la Groenlandia negli USA. In tal modo non pagherebbe una lira alla Danimarca.
La tentazione per gli Inuit sarà grande. Il figlio di Trump ha già visitato la zona ed iniziato contatti diretti con i leader locali. Se ci mettessimo nei panni di questi leader sarebbe facile vedere che molti di loro capiscono i rischi legati a rimanere connessi con una Europa decadente e le opportunità di sviluppo e di crescita che gli Stati Uniti offrono. Il Primo Ministro della Groenlandia, Mute Bourup Egede, pur ribadendo le aspirazioni del suo popolo all’indipendenza, si è dichiarato aperto al dialogo con Trump. Gli Inuit sono furbi, hanno saputo mungere bene le casse della Danimarca, senza dare praticamente nulla in cambio. Negoziare con Trump sarà interessante, specie quando Trump metterà sul loro tavolo una win-win solution, una di quelle offerte che è difficile rifiutare.





