Savannah (Georgia): Justin, giornalista locale, e la moglie Allison, incinta, cercano di ricominciare la loro vita insieme, dopo la guarigione di lui dall’alcolismo e la tragica interruzione d’una precedente gravidanza. Contrariato dal doversi allontanare dalla moglie in procinto di partorire, Justin risponde alla convocazione per una giura in un processo di omicidio. Dapprima annoiato dalla circostanza, Justin scopre alla prima udienza un’atroce coincidenza.
Si dice sia l’ultimo film di Clint Eastwood (94 anni compiuti lo scorso 31 maggio): ma è arcinoto che il grande vecchio di Hollywood non sia capace di star fermo. Riprese cominciate nel giugno 2023, subito dopo il novantatreesimo compleanno della “Piccola Quercia californiana”, e interrotte sino a novembre dal (più che legittimo) sciopero degli sceneggiatori contro la cosiddetta “intelligenza” artificiale. Rowdy’s, il bar in cui comincia la tragedia di Kendall e James (e di Justin), sembra un omaggio a Rowdy Yates, il cowboy interpretato da Clint Eastwood nel telefilm degli anni ’60 Rawhide (in Italia “Gli uomini della prateria”), omaggiato da Joni Mitchell con Billy Idol e Tom Petty nella canzone (orrenda) Dancin’ Clown.
Intensa prova del bel Nicholas Hoult, seppur troppo spesso assorto. J.K. Simmons è Harold, il giurato floricoltore un po’ troppo esperto di vicende poliziesche. Kiefer Sutherland, figlio del grande Donald che con Clint ha recitato due volte (I guerrieri, 1970, e Space Cowboys, 2000, diretto dallo stesso Eastwood) è Larry, l’avvocato e amico di Justin. La sventurata Kendall è Francesca Eastwood, settima degli otto figli di Clint. Sul cast svetta l’australiana Toni Collette, nel ruolo del procuratore Faith Killebrew.
Fotografia sfavillante (nonostante le ambientazioni tutt’altro che spettacolari) di Yves Bélanger, montaggio del fedelissimo eastwoodiano Joel Cox, musiche di Mark Mancina (già autore per Eastwood della colonna sonora di Cry Macho, 2021, ultima prova da attore e penultima da regista di Clint – sinora).
Considerato in Europa una grande icona americana, Eastwood ha con gli USA un rapporto di amore-odio sempre più basculante verso il polo negativo. Giurato Numero Due è l’ennesimo passo d’un percorso che ai tempi (1980) dello sberleffo di Bronco Billy (il tendone circense composto da bandiere a stelle e strisce cucite insieme dai pazienti d’un manicomio) era già su di una china discendente. Per l’ennesima volta, i protagonisti sono antieroi: Justin, in fondo come rivendica lui stesso un brav’uomo, per tutto il film si affanna a nascondere le sue colpe; Faith è una procuratrice intelligente, onesta e tosta, ma (forse anche perché perennemente col volto chino sullo smartphone) sempre un passo indietro rispetto ai fatti; Simon, innocente nel processo in cui è imputato, è comunque un delinquente. Intorno a Justin una giuria che è una piccola bottega degli orrori: sbirri in pensione che si improvvisano detective, una donnetta che si crede criminologa perché guarda tanti “true crime” in tv, un’altra cui importa solo di tornare presto a farsi gli affari suoi e chissenefrega se ciò succeda sulla pelle d’un innocente, un giurato che dichiara candidamente di condizionare la sentenza per odio, persino un tossico. Giurato Numero Due è un film cattivo, inelegante, prosaico, col quale un Eastwood sempre più crudo dice senza fronzoli ciò che il difensore d’ufficio, Resnick, dice all’amica e rivale Faith: il ritornello del loro professore di diritto, “la giustizia è verità in azione”, è una manfrina consolatoria. Appropriata la locandina del film, dove la Giustizia bendata incombe su Justin: non garante e protettrice, ma oscura e minacciosa.

Oscura come il logo della Warner Bros., il cui scudo prima e dopo i film di Eastwood compare in nero e grigio, e non dorato. Proprio la major di Burbank, distributrice dei film della Malpaso Productions (la società dello stesso Eastwood), ha fatto di tutto per boicottare Giurato Numero Due – a costo di rimetterci. Il nuovo film di Eastwood è stato distribuito in patria dal primo di novembre (due settimane prima dell’uscita europea): in sole 35 sale. La stessa Warner ha poi dichiarato che non avrebbe reso noto l’incasso statunitense del film (costato, grazie alla nota parsimonia del cineasta, poco più di 30 milioni di dollari), per “salvare la faccia” al regista (e così, di fatto, umiliandolo). In Gran Bretagna, Francia e Italia, dove pubblico e critica sono devoti al grande Clint, il primo fine settimana di programmazione ha invece coperto buona parte del budget.
Giurato Numero Due è un piccolo grande film. Più breve della media eastwoodiana (sfiora le due ore: i film di Clint regista spesso superano le due ore e un quarto), per nulla spettacolare (motivo d’alcune stroncature da parte di critici americani), quasi privo d’ironia (eppure buona parte dei giurati è interpretata da comici: persino l’aggressivo, quasi crudele Marcus – Cedric Yardbrough). Non ha lo humour perfido di The Mule (dove lo spettatore era obbligato a simpatizzare per un tutt’altro che inedito Clint criminale), né il tono da grande tragedia dei film più acclamati del maestro di Carmel: Gli spietati, Mystic River, Million Dollar Baby, Gran Torino, The Mule. È una storia piccola, di gente comune (la procuratrice di Savannah in confronto agli altri sembra una superstar): un mondo persino più minuto e raccolto di quello di Richard Jewell (uno dei film più sottovalutati di Eastwood: per forza, racconta un’ingiustizia americana). Clint ha un piglio persino più documentaristico del suo solito, non lascia alcuno spazio alla fantasia, all’immaginazione: la fiaba crudele di Million Dollar Baby è lontanissima. L’America di Giurato Numero Due non ha nulla di hollywoodiano, è un piccolo paese radunato intorno a un bar che più stereotipato non si può (musica country, biliardo, bottiglie di birra spaccate, ragazzoni tatuati e ragazzacce in jeans): provincia statunitense banale e sfigata, teledipendente (anzi, peggio: smartphone-dipendente) e scansafatiche, famelica e mesta: misera come quella del celeberrimo dipinto di Grant Wood American Gothic, citato dal travestimento con cui Justin e la moglie Allison accolgono i bambini ad Halloween. Quando i candidati giurati sono sottoposti alla visione d’un filmato che li catechizza con toni trionfalistici, ci si immedesima nel loro tedio.

Il cinema USA è ormai il paese dei balocchi, palcoscenico d’una narrazione conformista e di comodo (la satira più feroce lanciata dopo il Covid a Hollywood è MaXXXine: una parodia innocua, un thriller noioso): le orde di coglioni che si sono messi in fila per lo humour qualunquista di Deadpool e che si sono dichiarate tanto gravemente illetterate da scambiare la sua autoreferenzialità per citazionismo, e il suo bassissimo livello per ingegno (non bastava l’imbecille Everything Everywhere All at Once, sterile giochino sul metaverso spacciato per colpo di genio: la logica non è filosofia, ma ne è la caricatura), hanno dimostrato fin troppo chiaramente il tracollo dell’industria dell’intrattenimento. Non si pretende che l’arte, né tantomeno lo spettacolo, cambi il mondo: se però nel cinema non c’è più spazio per l’intrattenimento sano (la stantìa reiterazione di film con supereroi digitalizzati in serie può divertire soltanto un pubblico abbastanza obnubilato da cascare nel culto effimero, vacuo e telecomandato d’una Taylor Swift qualsiasi), non se ne può trovare nemmeno per le opere serie. Lo impone il conformismo, lo impone la censura: Clint Eastwood ha girato il miglior film americano del 2018 (The Mule), ma dato che era infarcito di sfottò anche brutali alla generazione “snowflake” l’anno dopo (in un’edizione il cui conduttore, Kevin Hart, era stato rimosso per battutacce omofobe risalenti a un decennio prima) non lo si è nemmeno menzionato agli Oscar.
Clint Eastwood se ne frega. Hollywood fa estetica della violenza, lui raffigura la violenza per quel che è: il male. Hollywood impone il conformismo, lui dice quello che gli pare. Hollywood smette di fare film di qualità, lui fa grande cinema. Hollywood lo dà per finito, lui resterà una leggenda. La Warner Bros si stizzisce perché per l’ennesima volta lui dice che gli Stati Uniti sono un sistema fragile, malato e soprattutto perverso: e lui lo dice lo stesso. Lui è Clint Eastwood.





