Nel Golfo Persico non c’è pace: lo scontro ad intermittenza tra Stati Uniti ed Iran prosegue con fiammate di improvvisa intensità, come accaduto nelle ultime 24 ore. Il copione è sempre il solito, ormai: accuse incrociate, attacco americano e replica iraniana. L’aviazione statunitense ha colpito cinque petroliere iraniane, i Pasdaran hanno lanciato almeno venti missili balistici contro le basi statunitensi in Giordania. Nell’attacco sono stati impiegati anche missili con testata a grappolo.
Un particolare interessante, con riflessi che vanno ben oltre il conflitto in Medio Oriente: la difesa antiaerea giordana ha impiegato tra i 60 ed i 100 missili Patriot nel tentativo di respingere l’attacco iraniano (18 missili sono stati rivendicati come abbattuti). Un dato, anche a voler prendere in considerazione il numero più basso di intercettori impiegati, che la dice lunga sull’impatto che la guerra scatenata lo scorso 28 febbraio da Stati Uniti ed Israele ha avuto sul consumo di Patriot e sulle forniture all’Ucraina. A fronte di consumi elevati nel Golfo Persico, della necessità di mantenere a determinati livelli le scorte strategiche statunitensi, di ritmi produttivi bassi, ben si comprende come le forniture a Kiev si siano drasticamente ridotte. Cosa di cui i russi hanno saputo approfittare al meglio.





