Ho recentemente avuto il piacere di intervistare Claudio Laratta, ricercatore indipendente ligure, profondo conoscitore degli eventi che hanno devastato l’Italia nelle fasi finali della seconda guerra mondiale, con particolare riferimento ai cosiddetti crimini partigiani. Ecco il risultato di questo emozionante incontro incentrato sulla figura della giovane Giuseppina Ghersi, uccisa nell’aprile 1945.
Qual era il contesto sociale della famiglia Ghersi a Savona nel 1945?
“La famiglia Ghersi, che godeva di un’ottima condizione economica, viveva nel rione operaio delle Fornaci a Savona. Giovanni Ghersi e la moglie gestivano un’avviata attività di ortofrutta con orto, magazzini e un banco stabile al Mercato Civico cittadino. Questa agiatezza economica li rendeva figure molto in vista nella comunità locale.”
Quali furono le accuse formali mosse contro la tredicenne Giuseppina per giustificare il suo prelevamento?
“La propaganda partigiana locale la dipinse come una spia precoce e una collaborazionista. La prova principale esibita contro di lei fu un tema scolastico di stampo patriottico per il quale la bambina aveva ricevuto una lettera di congratulazioni dalla Segreteria Particolare del Duce, documenti in originale che detengo personalmente.”
Come deve essere valutata, dal punto di vista storico, la storia del tema scolastico?
“Si tratta della fabbricazione di un pretesto ideologico. Durante il Ventennio fascista, faceva parte della normale attività didattica di tutti i bambini d’Italia. Elevare un compito scolastico di una tredicenne fu un’operazione forzata per disumanizzare la vittima.”
Che cosa emerge di clamoroso dalle liste d’archivio delle spie ricercate dai partigiani?
“I documenti d’epoca rivelano l’esistenza di un elenco in cui figura un’altra persona con lo stesso nome e cognome: tal “Giuseppina Ghersi” di 21 anni (maggiorenne), la quale, scrissero “mangiava in un hotel” di Savona. Questa seconda donna, il cui profilo corrispondeva a quello di una sfollata o di un’operatrice politica legata alla RSI, è deceduta per cause naturali alcuni anni fa.”
In che modo la famosa accusa della “pistola nella borsetta” si collega a questa omonimia?
“L’accusa originaria di girare armata di pistola era probabilmente diretta alla Giuseppina Ghersi ventunenne. Negli anni a venire questa accusa di essere una spia del regime (accusa utilizzata in pratica per tutte le vittime dei crimini partigiani) fu deliberatamente appiccicata alla bambina di 13 anni per legittimarne l’arresto, le violenze e l’omicidio.
Se si trattò di un errore materiale dovuto all’omonimia, perché l’azione non fu fermata una volta accertata l’età di Giuseppina?
“Nella lista una Giuseppina Ghersi era indicata come abitante in via Tallone (effettiva dimora della tredicenne Ghersi), impiegata presso la federazione fascista, cooperante con i nazifascisti, e marciante armata di rivoltella. Una seconda Ghersi che di nome faceva appunto Giuseppina ma nel documento menzionata come “signorina Ghersi” di anni 21: mangia all’hotel Piemonte, spia questura di Savona.
Molto probabilmente le due posizioni furono invertite o mescolate, ma era palese che una scolara di 13 anni non potesse essere una impiegata presso la federazione fascista (per legge) e difficilmente avrebbe potuto viaggiare armata. Comunque sia qui si innesta il movente economico e patrimoniale. I partigiani più che della loro liberazione erano interessati alle ricchezze altrui e la famiglia Ghersi, come tante altre famiglie di Savona, rappresentava un obiettivo finanziario immediato nel rione delle Fornaci. L’omonimia sulla lista delle spie offrì la copertura politica ideale per neutralizzare la famiglia, svaligiare l’abitazione di mobili ori e denari, procedere al sequestro dei loro magazzini e permettere a soggetti vicini ai comandi locali di espropriare il lucroso banco di frutta e verdura al Mercato Civico.”
Che cosa dicono i documenti ufficiali e giudiziari dello Stato sullo stato del corpo di Giuseppina?
“Il faldone processuale della Procura di Savona non contiene alcuna perizia autoptica descrittiva. Nell’anarchia del 30 aprile 1945, i corpi delle esecuzioni sommarie venivano ammassati e sepolti in condizioni di emergenza. I verbali burocratici si limitano (non sempre) a indicare come causa letale formale la morte per “colpo di arma da fuoco”, nella maggior parte dei casi omettendo qualunque descrizione delle sevizie superficiali per accelerare l’archiviazione del caso.”
Che cosa rivela invece l’esposto scritto dal padre, Giovanni Ghersi, nel 1949?
“L’esposto del padre, custodito nell’Archivio di Stato di Savona (di cui ho copia), è una denuncia drammatica che accusa esplicitamente specifici partigiani. Il padre descrive trattamenti degradanti nel campo di prigionia di Legino, percosse e violenze estreme, affermando che i genitori furono costretti ad assistere allo strazio della figlia prima dell’esecuzione.”

Esistono riscontri oculari indipendenti che confermano lo strazio del corpo descritto dal padre?
“Sì, la testimonianza visiva di Stelvio Murialdo (nella foto con l’intervistato), che frequentava la stessa scuola di Giuseppina la riconobbe in mezzo a tutti i cadaveri, Murialdo vide di persona il corpo della bambina abbandonato su un cumulo di cadaveri nei pressi del cimitero di Zinola subito dopo i fatti. Ha descritto il corpo come visibilmente devastato dai pestaggi, tumefatto e sfigurato, confermando che la violenza subita andò ben oltre la semplice esecuzione con arma da fuoco.”
Quale fu il destino dei genitori dopo la perdita della figlia?
“I coniugi Ghersi subirono una sistematica spoliazione economica e una campagna di persecuzione e intimidazioni, comprese minacce dinamitarde contro la loro incolumità. Fecero anche alcune denunce che a nulla valsero, furono costretti a fuggire da Savona e ad abbandonare il proprio appartamento alle Fornaci (probabilmente poi occupato o riassegnato), vivendo il resto dei loro giorni in un esilio forzato e nel silenzio imposto dal clima politico.”





