Venerdì 20 giugno 2025, Milano, Ippodromo del galoppo di S. Siro: cielo grigiastro, afa terribile (il giorno dopo sarebbe arrivato un temporale), trenta gradi abbondanti ancora alle otto-nove di sera, bancarelle di cibo e souvenir con prezzi da gioielleria, adunata non proprio oceanica (20mila biglietti venduti su 34mila disponibili): elencando i dettagli, quella degli I-Days sembra essere stata una serataccia. Invece è stato un bellissimo momento, perché si è trattato del concerto dei Duran Duran: ed è stato un grande spettacolo.
Era il febbraio 1985 quando, l’anno dopo aver girato il mondo col tour (ai cui eccessi sopravvissero per miracolo: il Dio al quale il nicciano Le Bon dice di non credere li avrà protetti…) di Seven and the Ragged Tiger, la band di Birmingham portò la “duranmania” in Italia: quarant’anni dopo sono tornati nella kermesse canora italiana per reclamizzare la tranche europea del tour promozionale di Danse Macabre (uscito nell’ottobre 2023). Quindici le date, tra giugno e luglio 2025: una ciascuno per Finlandia, Danimarca, Belgio, Paesi Bassi, Germania e Spagna; due in Irlanda e altre due in Gran Bretagna; ben cinque in Italia (15 e 16 giugno a Roma, 18 giugno a Bari, 20 giugno a Milano, 12 luglio in Sardegna). Insomma: un tour (o una vacanza remunerata, dato che i nostri eroi profittano delle tappe per visitare mostre e musei) in Italia e dintorni. Non per nulla Le Bon, verso la fine del concerto meneghino, si è ripresentato sul palco sventolando con vigore un enorme tricolore, dichiarando il suo affetto per “the weather, the food, the stupid tv”.

È cambiato tutto, non è cambiato niente. I Duran Duran negli anni ’80 erano una moda planetaria, e la capitale del loro impero era Milano: nel 1987 però riempivano lo stadio di San Siro, ora vendono poco più di metà dei biglietti nel più piccolo fra i due ippodromi del medesimo quartiere. Etichettati come alfieri del male da certo culturame stando al quale i cantanti sono tollerabili soltanto quando strimpellano lagne politicamente impegnate (dalla parte giusta), nei decenni i ragazzi di Birmingham si sono affermati come una delle realtà migliori della musica pop. Dopo il successo travolgente dei primi tre album (Duran Duran, 1981; Rio, 1982; Seven and the Ragged Tiger, 1983 – si aggiunga il live Arena, 1985) erano considerati finiti: si erano in effetti rinchiusi nel ruolo che era stato loro affibbiato, pubblicando con The Wild Boys il manifesto (bruttino e fuori luogo) d’una generazione; e in luglio, al Live Aid, Simon Le Bon aveva esibito in mondovisione i suoi limiti canori, coronando un’esagitata esecuzione di A View To A Kill (il loro singolo del momento, composto per 007 – Bersaglio mobile, l’ultimo episodio di James Bond interpretato da Roger Moore) con la stecca più famosa della storia della musica rock (ormai ci scherza su, ma allora fu quasi sotterrato dagli sberleffi).
Considerati una boy band estemporanea, accostati ingenerosamente agli Spandau Ballet (loro sì una trovata commerciale usa-e-getta, priva di sostanza artistica, e che terminato il periodo favorevole non ha saputo reinventarsi), superata una crisi lunga e piuttosto dura Le Bon e sodali hanno dimostrato di non essere relitti dei tanto vituperati anni Ottanta, tanto che nel 1993 hanno piazzato due singoli di successo, dei quali uno si è addirittura rivelato una delle canzoni più importanti del decennio (Ordinary World; l’altro è Come Undone), e ancora nel 2004 hanno estratto dal cilindro un tormentone (Sunrise). Squalificati come nullità musicali, salvo poi dover prendere atto dell’affermazione di John Taylor e Nick Rhodes come maestri dei rispettivi strumenti (basso e tastiera), fermo restando che nessun’altra band pop ha fatto un album accostabile a Rio; deprecati come vuoti pneumatici culturali, senza accorgersi del fatto che Le Bon è uno dei parolieri più colti e sofisticati della musica rock. Quando David Bowie è morto, gente che non riusciva a pronunciarne il cognome ha proposto pletore di versioni della solita Heroes una più sciatta e noiosa dell’altra: loro lo hanno salutato con Five Years, roba da intenditori.
Quattro decenni dopo essere stati i criticatissimi idoli dei paninari (fenomeno sciocco e innocuo della “Milano da bere”: un altro momento finalmente rivalutato, dopo anni di contumelie da parte dei soliti farisei), i Duran Duran sono ancora fighissimi; il culturame che li demonizzava invece ha trasformato Milano nel deserto intellettuale che da qualche anno è, tra paccottiglia LGBT, social network, editoria di scarsa qualità. Una volta allo stadio di San Siro suonavano i Duran Duran, e David Bowie, e Bob Dylan… ora ci si esibiscono Elodie (con i biglietti svenduti il giorno stesso dello spettacolo: alle prevendite non erano accorsi abbastanza fessi disposti a pagare cento euro per ascoltare le sue banalità) e i Pinguini Tattici Nucleari: stiamo a vedere che l’edonismo, il consumismo, il reaganismo, la spensieratezza degli “anni di fango” (Montanelli dixit) erano meglio della devastazione culturale messa a punto da chi per anni si è riempito la bocca con l’impegno, la lotta, l’egemonia e l’ortodossia, e ha finito per partecipare direttamente alla più spudorata svendita ideologica e al peggior tracollo della storia della cultura.
Si arriva all’ippodromo da piazzale Lotto, in un’atmosfera da giungla che sembra la versione meno glamour dei videoclip di Russell Mulcahy: intorno alle sette e mezza comincia il concerto dei supporter, Les Votives, tre ragazzini arrivati secondi all’ultimo X Factor; un’ora di rockettino semplice (è andata molto peggio a Roma, dove i concerti erano aperti una sera da Jack Savoretti e l’altra da Francesca Michielin: molto peggio, davvero peggio, troppo peggio). Il concerto dei DD è stato annunciato dagli organizzatori del festival I-Days per le 20:45, ma la band ha preferito ribadire le 21, dato che prima ci sarebbe troppa luce: motivo per cui lo spettacolo comincia poco dopo le nove.

Un video fatto al computer mostra i quattro DD in veste da astronauti: dopo di che loro stessi, per davvero, compaiono sul palco tra luci e fumogeni. L’inizio è roboante sul prato ma non sul palco: Le Bon (che per tutto il concerto rimanderà gli auguri a John Taylor, che in questo giorno compie 65 anni) prova ad ammansire le fan urlanti con Night Boat (una canzone del 1981 riproposta in Danse Macabre), lenta e angosciosa. Adesso si parte per davvero, con la super hit Wild Boys: non è una bella canzone, ma i Duran (accompagnati da un mostro che dal megaschermo minaccia il pubblico) sono tanto carichi da renderla trascinante. Si fa più sul serio con Hungry Like the Wolf, e stavolta è un lupo, spaventoso come Gmork di La storia infinita, a ruggire dal palco; quindi è il momento della canzone per 007, anticipata dalla “gun barrel sequence” con Roger Moore, protagonista di Bersaglio mobile, il film per il quale la band compose A View to a Kill; che è poco meglio di Wild Boys, ma dopo una Hungry Like the Wolf così travolgente non ci si bada (carini i tarocchi sullo schermo). Si prosegue con una canzone sperimentale di quattro anni fa, INVISIBLE (quasi ignorata dal pubblico, è un “cult” per i videogiocatori), seguita dal loro ultimo classico degli anni ’80, Notorius; quindi un poco interessante medley dai loro anni Duemila (Nite-Runner / All She Wants Is), ma l’entusiasmo torna con un colpo di genio da Danse Macabre: mettere in sequenza una ballata di Rio (Lonely In Your Nightmare) e la hit di Rick James Super Freak; segue una cover di Evil Woman degli Electric Light Orchestra, elegante almeno quanto l’originale.
Dopo la micidiale accoppiata Careless Memories (più cattiva, tosta rispetto alla versione su disco) e Friends of Mine (accompagnata da un’antologia di scene di classici del cinema horror), Le Bon si fa serio e chiede di mandare un pensiero a chi “è meno fortunato di noi e non può partecipare a questa bella serata”: a entrambe le popolazioni devastate dalla guerra a Gaza, e alle vittime della crisi ucraina; a loro, che non hanno la gioia di vivere in un mondo banalmente sereno, dedica una Ordinary World da lucciconi.
Segue un’altra parte movimentata: Come Undone (in duetto con la corista Anna Ross), Sunrise e Planet Earth; quando comincia The Reflex l’ippodromo è infernale. La sezione del concerto si chiude con una cover di Melle Mel, White Lines. Poi un doppio classico: Girls On Film agganciata a una cover dei Talking Heads, Psycho Killer (con un simpatico cartone animato).
Al ritorno (immediato) sul palco, Le Bon chiede al pubblico di accendere le luci degli smartphone (come una volta si faceva con gli accendini) e accompagnarlo in coro per Save A Prayer; quindi arriva, finalmente, il momento di cantare, ancora insieme, gli auguri di buon compleanno a John Taylor, con tanto di torta sul palco; il gran finale può essere soltanto Rio, annunciata sul palco dal celeberrimo disegno di Patrick Nagel per la copertina dell’album. Sei minuti esatti, tiratissima, con scenografia ispirata ai videogiochi anni ’80-’90 di corse automobilistiche. Chitarra aggressiva, Rhodes che gioca con la tastiera, la voce di Le Bon che nella prima strofa cala, ma torna forte per il ritornello più allegro e trascinante degli anni ’80. L’avventura finisce qui, dopo due ore, ed è una gioia esserci stati.
Ci si rende conto di essere di fronte a una grande band, alla quale si perdona volentieri qualche pecca, da alcune canzoni non proprio bellissime (da Wild Boys a 007) alle difficoltà vocali del prode Le Bon (che, senza arrivare a replicare l’epocale “jodel” del Live Aid, sciorina comunque qualche stecca). Il concerto fila liscio, nonostante due volte gli altoparlanti si spengano per una frazione di secondo. Tre momenti stanchi (INVISIBLE, col video generato da un computer, in anticipo di quattro anni su certe aberrazioni artificiali ormai troppo di moda; l’uno-due Nite-Runner – All She Wants Is; una delle loro hit recenti più deboli, Sunrise, accompagnata dall’unica scenografia noiosa – forme geometriche con i colori dell’arcobaleno). Scaletta di qualità (il repertorio lo permette), con molti prestiti (è pur sempre il tour promozionale d’un album costruito su cover e auto-reinterpretazioni). Qualche assenza difficile da accettare: Union of the Snake, New Moon on Monday, Skin Trade, Pressure Off; altre lasciano meno rimpianti (Meet El Presidente).
Forse far defluire il pubblico con la compianta Olivia Newton-John e John Travolta che dagli altoparlanti gorgheggiano il finale di Grease non è un’idea molto brillante.
La scaletta:
Velvet Newton (intro registrata)
Night Boat (versione Danse Macabre)
The Wild Boys
Hungry Like the Wolf
The James Bond Theme (John Barry, registrazione)
A View to a Kill
INVISIBLE
Notorius
(medley) Nite-Runner / All She Wants Is
(medley) Lonely In Your Nightmare / Super Lonely Freak (cover da Super Freak di Rick James)
Evil Woman (cover dagli Electric Light Orchestra)
Friends of Mine
Careless Memories
(dedica alle popolazioni palestinese, israeliana e ucraina) Ordinary World
Come Undone
(Reach Up for the) Sunrise
Planet Earth (con presentazioni della band)
The Reflex
White Lines (Don’t Do It) (cover da Grandmaster Melle Mel)
(medley) Girls on Film / Psycho Killer (cover dai Talking Heads)
Encore:
Save A Prayer
Happy Birthday to You (in coro col pubblico)
Rio
You’re the One I Want (registrazione dal film Grease)
La formazione:
Simon Le Bon (voce, chitarra ritmica), John Taylor (basso), Roger Taylor (batteria), Nick Rhodes (tastiere); Dom Brown (chitarra ritmica e solista), Simon Willescroft (sassofono); Rachael O’Connor e Anna Ross (cori).





