Abbiamo incontrato Eziz Taganov, giovane politologo turkmeno esperto nel campo della diplomazia energetica. Taganov lavora come ricercatore presso il RUDN di Mosca (Università russa dell’amicizia tra i popoli) dove si è laureato in Teoria e Storia delle Relazioni Internazionali e collabora con la testata di informazione Asia Today ed è membro del think-tank internazionale ‘Association Sovereignty’ che si occupa di geopolitica ed analisi degli eventi globali.
Cosa sta succedendo attorno allo stretto di Bab al-Mandeb, una delle principali arterie del traffico petrolifero mondiale?
Mentre l’attenzione dei mercati mondiali era focalizzata sullo scontro tra Stati Uniti e Iran attorno allo Stretto di Hormuz, un secondo fronte, molto meno evidente, si apriva al confine meridionale dell’Arabia Saudita. Il 13 luglio Riyadh ha colpito la pista dell’aeroporto internazionale di Sanaa, controllato dagli Houthi, presumibilmente per cercare di impedire l’atterraggio, poi in realtà riuscito, di un aereo iraniano. In risposta gli Houthi hanno annunciato la fine della tregua in vigore dal 2022 e lanciato missili balistici e droni contro l’aeroporto internazionale di Abha, nel sud dell’Arabia Saudita. Tutto ciò causa una ulteriore pressione del mercato petrolifero. L’apertura di un “secondo fronte” vicino allo stretto di Bab al-Mandeb e alle infrastrutture petrolifere saudite ha alimentato le aspettative di un conflitto regionale più ampio e i prezzi hanno continuato a salire il giorno in cui l’Iran ha attaccato per la seconda volta infrastrutture energetiche in Kuwait.
È possibile in questo momento fare previsioni a medio/lungo termine sulle prospettive del mercato energetico mondiale?
L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha riconosciuto in un rapporto di luglio che l’escalation potrebbe richiedere una revisione delle previsioni per la transizione del mercato petrolifero verso un surplus. A giugno l’agenzia aveva ipotizzato scenari ottimistici partendo dal presupposto che la tregua sarebbe durata ma Washington ha messo in discussione questi calcoli. La realtà è che le previsioni delle comunità specializzate mondiali sono notevolmente in ritardo rispetto al ritmo crescente dell’escalation: nel momento in cui vengono pubblicate, non sono più rilevanti.
In questo contesto di caos, chi è tra i paesi coinvolti a rimetterci maggiormente?
Il conflitto sta colpendo il Golfo in modo non uniforme. Saudi Aramco sta aumentando i profitti in un contesto di prezzi elevati e gli Emirati Arabi Uniti stanno bypassando lo Stretto di Hormuz utilizzando altri hub portuali. Ma gli Stati maggiormente dipendenti dallo Stretto di Hormuz per le esportazioni, soprattutto Qatar, Kuwait e Bahrein, si trovano in una situazione molto pesante. È significativo che si tratti degli alleati più stretti degli Stati Uniti, con Washington che dopo aver scatenato l’escalation scarica il costo economico delle sue politiche sulle spalle dei partner.





