Mosca, anni ’30 del secolo XX: uno scrittore è rinchiuso in manicomio dopo la censura della sua pièce teatrale “Pilato”: umanizzando la figura di Cristo ne avrebbe ammesso l’esistenza, perciò l’Unione Sovietica (la prima nazione ufficialmente atea della storia) lo considera reazionario. Emarginato per decreto, impazzisce riscrivendo la sua relazione con Margherita, musa prigioniera d’un matrimonio infelice, e fantastica di vendicarsi con l’aiuto del professor Woland, manifestazione terrena di Satana, giunto assieme alla sua corte infernale (Behemoth, gatto parlante grosso come un porco; Korov’ev detto Fagotto, delirante buffone scheletrico; Azazello, il braccio violento del gruppo; Hella la vampira) a punire i moscoviti.
Diretto da Michael Lockshin, russo nato negli Stati Uniti, che appena quarantenne e con un solo film alle spalle (Pattini d’argento, 2020) ha avuto a disposizione mezzi da kolossal; dal romanzo eponimo (in buona parte autobiografico) di Michail Bulgakov (nato a Kiev nel 1891 e morto per una malattia renale a Mosca nel 1940), pubblicato quasi trent’anni dopo la morte dell’autore.
In Italia il romanzo fu portato nel 1967: a marzo da Garzanti in edizione incompleta, a luglio in versione integrale da Einaudi; il successo di Il maestro e Margherita portò all’edizione italiana anche di Cuore di cane (romanzo apprezzato da Stalin perché satira della NEP, la politica economica di Lenin), poi portato al cinema da Alberto Lattuada con Max von Sydow nel ruolo del prof. Preobrazenskij. Il maestro e Margherita era già stato adattato per il grande schermo nel 1972 da una produzione italiana diretta dal serbo Aleksandar Petrovic, con musiche di Ennio Morricone e protagonisti Ugo Tognazzi (lo scrittore; dopo una pesante lite fra Ugo Pirro, già sceneggiatore di Indagine su di un cittadino al di sopra di ogni sospetto, e il protagonista designato, Gian Maria Volontè, il ruolo fu affidato a Tognazzi, ma fra costui e il regista andò anche peggio), Alain Cuny (Woland) e Mimsy Farmer (Margherita). Nel 1989 la Warner Bros rifiutò di proseguire un progetto affidato a Roman Polanski (il quale, ritenendo d’aver scritto da Bulgakov la miglior sceneggiatura della sua carriera, ancora rimpiange il film mai girato): abbattuto il Muro di Berlino, Hollywood non riteneva più attuale Il maestro e Margherita. Miserie dello showbiz.
Il (mediocre) film di Petrovic aveva il gran pregio d’essere molto più prossimo allo spirito e alle atmosfere del romanzo di Bulgakov: questo nuovo film (gravemente penalizzato dall’irricevibile prova di Evgeniy Tsyganov: una delle interpretazioni peggiori cui lo scrivente abbia mai assistito, sempre che di recitazione si possa parlare), è più hollywoodiano – volti da rivista patinata, ampio e non sempre efficace uso di CGI, tenebre ovunque giusto per gradire. Per carità, i tempi chiedono questo, e le spese di produzione vanno recuperate; considerando che il film con Tognazzi fu un sonoro fiasco quando uscì, al giorno d’oggi non sarebbe stato prudente recuperarne l’estetica lieve, agrodolce, un po’ strapaesana.

La maggior attrazione del film è il Woland del tedesco August Diehl, noto a livello internazionale per la mega-boiata Bastardi senza gloria; ma si è cimentato in ruoli più interessanti – un sedicente stregone silvestre nel telefilm Pagan Peak, l’adorabile marito fantasma di Isabelle Huppert in Viaggio in Giappone. Un confronto fra l’ottimo Diehl e l’immobile Tsyganov (un beniamino dei suoi connazionali: a guardarlo in scena ci si chiede perché) sarebbe umiliante; non molto meglio la Margherita della top model Yuliya Snigir (moglie di Tsyganov). Tra i comprimari spicca, non soltanto per la presenza da colosso, il danese Claes Bang nel dolente ruolo di Pilato. Deludente il Behemoth computerizzato.
Girato a Mosca, San Pietroburgo e Malta nell’estate 2021 (ma il progetto era cominciato tre anni prima, con un altro regista, Nikolai Lebedev), il film avrebbe dovuto uscire nelle sale russe nell’agosto 2022; ma l’americana Universal, già da mesi aveva lasciato la nazione, in seguito alla guerra con l’Ucraina; così la distribuzione, almeno in Russia, ebbe luogo soltanto a inizio 2024 (dopo il cambio del titolo, da Woland a Il maestro e Margherita), riscuotendo un gran successo, seguito dalla reazione scomposta di alcuni cineasti e giornalisti filogovernativi, che (non rendendosi conto di comportarsi come i personaggi e il sistema derisi dal romanzo e dal film) hanno accusato Lockshin d’aver messo in scena un film antipatriottico.
In Italia, alla locandina è stata apposta una fascetta piuttosto disonesta, stando alla quale il film sarebbe stato censurato in Russia: in realtà, dopo le imbarazzanti sceneggiate dei vari Keosajan, Prilepin e Solov’ev (che chiedevano di mettere sotto processo ideologico il loro collega Lockshin, come succede al protagonista del suo stesso film), la Duma ha preferito non procurarsi un ulteriore danno d’immagine (tanto più che il romanzo di Bulgakov è, in patria, un oggetto di culto) e il film è rimasto nelle sale russe, riscuotendo recensioni positive e montagne di rubli (settimo maggior incasso della storia del cinema russo, primo tra i film vietati ai minorenni).
Al di là dello slogan, a uso e consumo della stampa più dozzinale, “il film che ha infastidito Putin”, Il maestro e Margherita resta un film importante: finalmente un kolossal russo riceve una grande distribuzione in Occidente, e una grande opera letteraria raggiunge il grande pubblico con un adattamento cinematografico in grande stile.





