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Home Società&Tendenze

Il racconto/ Quell’estate del 1944 nella Toscana spezzata dalla guerra

di Eugenio Pasquinucci
20 Agosto 2025
in Società&Tendenze
1
Il racconto/ Quell’estate del 1944 nella Toscana spezzata dalla guerra
       

In una delle ultime puntate di Freedom su Rete 4, Roberto Giacobbo, il brillante artefice della trasmissione, raccontava una vicenda del 1944 in Italia, quando le truppe alleate risalivano verso la Linea Gotica, costringendo i tedeschi a ripiegare sempre più a nord.
L’avanzata inesorabile fu tutta dovuta allo spiegamento di forze alleate, in gran parte anglo-americane, anche se la vulgata antifascista fa credere ad un contributo militare delle forze partigiane, che sul piano militare fu irrilevante.
In quella puntata si è narrato di un soldato americano che riuscì ad impedire il bombardamento della città di Sansepolcro, ormai inutile perché già evacuata dalle truppe tedesche. Il militare yankee si impegnò in questa opera di persuasione, perché innamorato delle opere di Piero Della Francesca, che erano custodite in città e sarebbero andate distrutte.
Mio padre che in guerra si trovò al seguito delle truppe Usa, narra in un suo libro di memorie di un fatto simile con lui stesso come protagonista. Non so se ciò che è narrato sia veritiero, perché mai se ne vantò in vita, certamente di fatti come questi se ne verificarono diversi, e mi piace pensare che forse il racconto che vi riporto non sia del tutto inventato.

“Lasciate le artiglierie lungo l’argine di un fiume, il colonnello Herzog si era appostato con gli ufficiali subalterni in una casa colonica da cui scrutava col binocolo la collina antistante.
Il colonnello Herzog aveva l’artiglieria facile. Già nella piana di Volterra aveva preso sotto tiro alcune case coloniche col sospetto che fossero presidio di soldati tedeschi: s’era divertito a vederle sbriciolare sotto i tiri ben calibrati dei suoi cannoni. Per lui la scomparsa di qualche casa colonica non era un grande danno, se ne sarebbero fatte di migliori a guerra finita. Che ora volesse cannoneggiare il paese di M., arroccato sulla collina con le sue mura medioevali, il castello del tredicesimo secolo e i palazzotti antichi dalle finestre bifore e dalle mura bugnate, era una calamità che bisognava evitare ad ogni costo. Rivestita dal verde degli ulivi, la collina mostrava le mura del paese come una architrave antica. Il campanile della chiesa, la massiccia mole del castello e tutte le case sembravano luccicare sotto la luce abbagliante del sole. Ed io guardavo come si guarda un animale morente: tutto poteva cancellarsi nel giro di pochi minuti per volontà di una persona venuta da lontano a cui queste pietre non potevano suggerire o ricordare nulla. Che ne sapeva lui del tempo, del lavoro e dei sudori che erano occorsi per mettere insieme queste mura ? Che ne sapeva della storia raccontata da queste pietre scure, testimoni foderati di muschio e attraversati da tralci di edera come da venature vive e vitali. Pietre che avevano visto tanta gente nascere e morire e anche battagliare per sopravvivere. Vedevo già le mura sbriciolarsi in una nuvola bianca di polvere e rovinando a valle devastare case e cipressi. Erano ormai uno spettacolo consueto.
Tutta l’Italia si stava riducendo ad un cumulo di macerie: non avrebbe destato sorpresa la devastazione di un piccolo paese. Ad un tratto vidi correre trafelato tra gli ulivi un ragazzino. Gli andai incontro per infondergli fiducia. “Se ne sono andati” mi fece affannato “ se ne sono andati…potete venire liberamente…non c’è pericolo..”
Raggiunsi subito il colonnello Herzog : “Colonnello, mi riferiscono che il paese è stato evacuato dai tedeschi. La popolazione non aspetta altro che lei lo faccia occupare dalle sue truppe.”
“Lei è male informato . A me risulta che i tedeschi presidino ancora il castello da cui possono spararci come vogliono. A me sono stati affidati questi ragazzi che voglio riportare sani e salvi in America. Non voglio perderne qualcuno per la falsa informazione di un ragazzo. A mezzogiorno in punto io do inizio al bombardamento. Se vuole evitarlo mi assicuri la resa dei tedeschi. Voglio qui il loro comandante in persona. Chiaro ?”
Era una pretesa assurda. Non c’era altro da fare che andare di persona a vedere, anche se sapevo in anticipo che il mio parere non avrebbe modificato la risoluzione del colonnello Herzog.
Tenendo dietro il ragazzo e zigzagando da un albero all’altro , m’inerpicai lungo la scarpata. Cercavo di evitare i sentieri, dov’era più probabile l’impianto di mine e incoraggiavo il ragazzo a seguire le orme di quand’era venuto. Finalmente arrivammo in paese. Il ragazzo mi portò nella canonica della chiesa. Qui si era radunato un piccolo consiglio di paese : il parroco, un certo Bironci che doveva essere il notabile del luogo, e la sora Assunta, una donnetta effervescente che si dava un gran da fare e sembrava la più sveglia e la più pronta di tutti. La mia entrata in canonica venne accolta con un gran sospiro di sollievo , parve significare la fine di ogni trepidazione. Fu mio compito ingrato deluderli e spiegar loro come stavano le cose : gli americani erano convinti che il paese fosse ancora presidiato dai tedeschi e stavano per iniziare il bombardamento.
“I tedeschi sono andati via un’ora fa “ disse la sora Assunta “devono aver ricevuto l’ordine di ritirarsi per radiotelefono perché sono spariti in un attimo. Pensi che il colonnello nemico m’aveva lasciato la sua uniforme da smacchiare : non ha avuto neanche il tempo di venire a riprendersela. S’è imbarcato sulla macchina e non s’è più visto!E non mi ha neppure pagata! E’ vero che mi è rimasta la sua uniforme, ma che me ne faccio ?”
“Se la metta lei per andare a messa la domenica mattina “ disse il Bironci ridendo.
“Ma via , le sembra questo il momento di scherzare?”
“Ma lei non può garantire che il paese è libero ?” mi disse il parroco costernato.
“Di me si fidano, ma non oltre un certo limite. Bisogna trovare una soluzione e bisogna far presto perché i minuti passano veloci e non possiamo perdere altro tempo.”
Così dicendo mi affacciai sulla porta della chiesa : la piazza del paese era deserta, spazzata da un leggero vento di collina che sollevava polvere a mulinello. Sulla destra vidi la mole del castello appena occultata da una fila di cipressi. Mi parve una costruzione solida, ancora in ottimo stato : svettava sulla sommità della collina con le sue mura merlate dominando una .valle di ulivi. Aveva un mastio quadrangolare al centro e una possente torre di guardia rivestita d’edera. Le mura era chiazzate di ciuffi di capperi selvatici ; la porta di ingresso ingentilita di gerani rossi. Mentre lo sguardo vagava sulle altre case prospicienti la piazza, mi venne in mente l’uniforme dimenticata dal colonnello tedesco e questo particolare mi fece nascere un’idea che inizialmente mi parve assurda, ma che poi, maturando e perfezionandosi nella mente, assunse contorni sempre più precisi. Era un’idea che poteva realizzarsi. Ritornai di corsa in canonica e chiesi al curato se c’erano tedeschi civili o disertori in paese.
“Ch’io sappia no.” rispose il curato.
“ o almeno qualcuno che abbia le sembianze di un tedesco e che parli bene il tedesco.” aggiunsi io.
“Ci sarebbe quel bischero del Luciani, quello è più tedesco dei tedeschi “ fece il Bironci “ è biondo, alto, allampanato. E’ nato in Norvegia ! E spiccica qualche parola di tedesco…”
“ e dov’è adesso ?”
“Al fondo , insieme agli altri. Si sono riparati nelle cave di porfido.”
“ se vole glielo riporto qui subito “ fece il ragazzino che mi aveva accompagnato e che aveva ascoltato il mio discorso.
“Vai ! Anzi vola ! Perché ce n’è bisogno urgente!”
Mentre il ragazzo correva lungo il sentiero che portava a valle, io esposi il mio piano al curato e agli altri due interlocutori: intendevo trasformare questo Luciani in comandante di reggimento tedesco e portarmelo al comando americano quale rappresentante dell’unità nemica che si arrendeva.
“La cosa potrebbe anche andare “ fece il curato “ il guaio è che lei non conosce questo Luciani…Per dirla in parole povere è un mezzo grullo… Come si fa ad affidare una missione così importante ad un grullo come lui ?” disse la sora Assunta “ Piuttosto si tratta di vedere se è grullo fino al punto di accettare…”
Intanto che aspettavamo, la sora Assunta mi raccontò la storia del Luciani.
I suoi genitori trent’anni fa si trasferirono in Norvegia per seguire un commercio di merluzzi. Dopo due anni rientrarono in Italia perché lei aspettava un figlio e voleva che nascesse nel suo paese d’origine. Ma nacque biondo chiaro, rosso di carnagione e con un po’ di lentiggini sul viso… Insomma in quel ragazzo c’era molto poco di toscano e tanto di norvegese..”
“Sono cose che succedono agli emigranti” disse il parroco” prendono le caratteristiche del posto “
“sarà , ma io credo che abbiano preso altre cose del posto, non solo le caratteristiche “ disse la donna con fare malizioso.
Una risata sguaiata del Bironci accompagnò la sortita dell’Assunta.
“I genitori “ continuò quest’ultima” sono morti tutti e due. Prima lui d’infarto, poi, qualche anno dopo , la moglie d’un brutto male… E’ rimasto questo ragazzo solo.. un po’ sbandato e senza un vero mestiere in mano. Insomma un ragazzo difficile, sballottato tra casa e campagna…”
Proprio in quel momento si spalancò la porta della canonica e comparve il Luciani in persona. Lo guardai bene : dimostrava molti più dei 26 anni che aveva, forse perché l’esser senza famiglia l’aveva attempato prima del tempo.
Venne agguantato dal Bironci che me lo mostrò con orgoglio, come si mostra un capolavoro : effettivamente il giovane aveva un aspetto decisamente teutonico. Che fosse un po’ citrullo ci volle poco a capirlo, soprattutto dall’entusiasmo con cui accettò di truccarsi da ufficiale tedesco.
Sospinto in sacrestia, venne sottoposto ad una vera e propria vestizione. Gli erano intorno in tre ; chi gli metteva addosso una cosa,chi un’altra,chi gli provava una camicia, chi una cravatta ; così doveva essere la famosa levèe di Luigi XIV.
Il Bironci gli dette i suoi stivali neri da caccia,il marito dell’Assunta si precipitò a portare un paio di pantaloni color cinerino che potevano benissimo esser scambiati per calzoni da uniforme, ma il tocco finale si ebbe quando la sora Assunta portò la giacca del colonnello tedesco. Come gliela infilarono tutti rimasero di stucco : così vestito era un vero ufficiale della Wermacht, un autentico deutsch Oberstleutnant. Il Bironci lo guardava ammirato con lo stesso amore e con lo stesso orgoglio con cui Michelangelo si contemplò il suo Mosè ma , mentre il Michelangelo si rammaricava che il suo Mosè non parlasse, qui c’era da augurarsi il contrario : che parlasse il meno possibile, altrimenti gli americani avrebbero capito il trucco. Intanto s’era fatte le undici e venti. Non c’era altro tempo da perdere. Mi presi a rimorchio il Luciani e giù di corsa verso il nostro destino. Mentre scendevamo a valle, ripercorrendo a ritroso il percorso fatto all’andata, mi accorsi che il Luciani tremava un poco. L’esultanza iniziale stava esaurendosi per far posto a un timor panico crescente : forse solo adesso il ragazzo si rendeva conto di recitare una parte troppo impegnativa. Cercai di rassicurarlo :
“ Ricordati, tu ti chiami Andreas Muller. Ripeti : Andreas Muller.”
“Tu devi dire solo : Ich kann nicht sprechen… Ripeti : Ich kann nicht sprechen.”
Saltando l’ultimo fosso che ci separava dai campi di erba medica, sentivo gli occhi addosso del colonnello Herzog. Senz’altro ci aveva già individuato con il suo binocolo: ne pregustavo la sorpresa più che temerne la reazione. Herzog era un uomo mediocre, sostenuto da una vanità sfrenata : era capace di accettare qualunque situazione purché fosse suscettibile di accrescere il suo prestigio. Ne ebbi la prova quando, davanti al Luciani travestito da colonnello tedesco, non ebbe altra preoccupazione che quella di precipitarsi al radiotelefono per annunciare la cattura di un general furher e l’imminente conquista del paese di M.
Al povero Luciani, sbigottito e frastornato, volle offrire un sigaro per dimostrare la sua generosità di vincitore. Poi mi invitò ad aprire il corteo delle truppe che si avviavano verso il paese. Prima di incamminarmi, mi voltai a guardare il ragazzo travestito : intimorito e sgomento più che mai sembrava proprio il simbolo del tedesco perdente. Gli sorrisi impercettibilmente . In quel momento cominciarono a suonare a stormo le campane.

Tratto da “il quarantatre” di Guido Pasquinucci

Tags: Seconda guerra mondialeToscana
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Commenti 1

  1. Francesco says:
    1 anno fa

    L’americano Herzog era pronto a sbriciolare. Chissà perché mi viene in mente qualcosa della cronaca di questo ultimo anno. E chissà se a San Sepolcro c’erano state delle “tedescate” o “nazistate” prima dell’arrivo dei liberatori ?

    Rispondi

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