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Home Arte&Artisti

Il ritorno dei Radiohead: il concerto più antipatico dell’anno

di Tommaso de Brabant
27 Dicembre 2025
in Arte&Artisti
2
Il ritorno dei Radiohead: il concerto più antipatico dell’anno
       

Nota dolente: nella musica pop è tornata di moda l’esaltazione della sfiga. Ne è la riprova il culto messianico tributato, a partire dallo scorso Sanremo (terrificante la lista di nomi annunciata per il prossimo), a un Lucio Corsi qualsiasi. Addobbato come il Peter Gabriel dei Genesis, Lucio Corsi ha fatto tesoro delle sue parvenze non proprio da fotomodello: e ci mancherebbe, accettarsi e chiedere d’essere accettato è cosa sacrosanta – compiacersi è un’altra faccenda. Scheletrico come il primo Renato Zero (all’epoca accusato d’essere un plagiatore di David Bowie: come se bastassero i lustrini per imitare uno dei più grandi geni della storia della canzone), Corsi ha in comune col principe dei “sorcini” (e con David Byrne, impegnato da almeno quattro decenni in una ripetitiva “jihad” contro chi non è eccentrico, cerebrale e antipatico come lui) due temi: la propria distanza dalle persone prosaiche; l’adorazione di se stesso, poetico e coloratissimo redentore che salva dal grigiore le altre anime elette. In sottofondo, lo stesso basso continuo: che spasso essere sfigati. Ribadiamo: accettarsi, con i propri problemi, è sacrosanto; così come lo è chiedere d’essere accettati. Fare un vanto dei proprio problemi è dannoso; se poi si è seguiti ed emulati da pletore di ragazzi, diventa un crimine.

L’improvviso ed esagerato successo del cantautore di Grosseto (vincitore morale del 75° Sanremo, dove è arrivato secondo) è arrivato proprio nell’anno del ritorno in tour dei Radiohead: la band che sul compiacimento per la sfiga ha costruito un successo mondiale. Il loro leader Thom Yorke ha anticipato (il primo album, Pablo Honey, della band risale al 1993) di parecchio Corsi nel basare la propria immagine pubblica sui difetti fisici: piccolino e con un occhio bleso, sul proprio aspetto sgraziato (artatamente esagerato) ha costruito un atteggiamento e addirittura un modo d’essere, trasformandosi nell’ennesimo “freak” artistoide – ruolo che nella musica e al cinema stavano già occupando il londinese Ian Dury (ferocemente segnato dalla poliomelite), disgraziatissimo cantante dei Blockheads, e il francese Denis Lavant, ex circense e attore feticcio di Leos Carax (per il quale ha interpretato in cinque film lo stesso identico ruolo di eterno marginale). “Freak”, o meglio Creep, come la brutta canzone che ha trasformato i cinque studenti di Oxford in star internazionali: stucchevole lagna in cui il soggetto, Yorke stesso, mormora alla ragazza dei suoi sogni che vorrebbe essere come lei (“I wish I was special / You’re so fuckin’ special”, passaggio edulcorato dalle radio britanniche) per poi lanciarsi in un grido autocommiserativo che è diventato un inno (“Ma sono un mostriciattolo / Sono un tipo strano / Cosa diamine faccio qui? / Non c’entro niente”) e ululare (letteralmente) di dolore perché, spaventata dalla sua dichiarazione, la ragazza “corre fuori dalla porta, corre, corre…”. Pletore di cover firmate da alcuni fra i peggiori cantanti degli ultimi anni (Alanis Morrissette, Weezer, Olivia Rodrigo, Kelly Clarkson), una scena “cult” in uno dei tanti film imbecilli con cui i coniugi Charlotte Gainsbourg e Yvan Attal ritengono periodicamente doveroso spiattellare alla Francia intera (e già che ci siamo anche al resto d’Europa) che trombano come dannati, e migliaia di “hipster” in adorazione del culto della mestizia officiato da Yorke e soci.

Banalità spacciate per grandi rivelazioni (il mondo contemporaneo è alienante, il consumismo è dannoso, la tecnologia ha delle insidie, i soldi sono lo sterco del demonio, la guerra è brutta, chi sta a destra è cattivo), comodissimi ribellismi (il chitarrista-corista O’Brien, non trovando campagne più intelligenti, è sostenitore della legalizzazione della cannabis, di cui è vorace consumatore) da asilo Mariuccia, testi lamentosi, riferimenti letterari scadenti (il titolo d’uno dei loro cavalli di battaglia, Paranoid Android, rimanda a un personaggio di Guida galattica per gli autostoppisti, pessimo romanzo – da cui fu tratto un film bruttissimo – dell’insostenibile Douglas Adams, cervellotica e imbecille pietra miliare della cultura “nerd”), i rumoretti elettronici del chitarrista Johnny Greenwood e soprattutto il canto lagnoso di Thom Yorke: più molesto del falsetto alla Jimmy Somerville (altro vate del vittimismo), molto meno simpatico del birignao alla Sbirulino di Sandra Mondaini. Con nove album tra il 1993 e il 2016 i Radiohead hanno conquistato sporadici appuntamento della critica (che assai fantasiosamente li ha incoronati alfieri d’un non meglio precisato “rock intellettuale”) e del pubblico intellettualoide: i Radiohead sono, per l’iperconformista generazione Erasmus e per i mesti “hipster”, quel che i Duran Duran sono stati per i tanto vituperati paninari – che per carità non sono stati chissà che bel fenomeno, ma almeno erano allegri.

I Radiohead sembrano, se non più intelligenti, almeno più furbi dei loro adoratori; non contenti d’aver rinnegato la canzone che ha regalato loro il successo, dopo nove anni dall’ultimo album e sette dall’ultimo tour insieme sono tornati in formazione. Più antipatici di prima: e non era facile.

Accantonati provvisoriamente gli screzi (ripropostisi infatti a fine tour) fra i due chitarristi, Greenwood e O’Brien, lo scorso 4 settembre il sito della band ha annunciato il tour europeo: cinque città con quattro concerti ciascuna, a novembre (Madrid, Bologna e Londra) e dicembre (Copenaghen e Berlino), in palazzetti da circa 15mila spettatori (in Italia l’arena di Casalecchio di Reno, dove giocavano a basket la Virtus e la Fortitudo). Non bastasse il preavviso non proprio abbondante, le condizioni di vendita rivelavano una sofisticheria mai vista prima per un concerto: i tanto ambiti (e costosi) biglietti sarebbero stati oggetto di una lotteria. Gli interessati avrebbero dovuto iscriversi a una newsletter, dopo di che sarebbero estratti coloro i quali, con un codice, il 12 avrebbero avuto accesso alla prevendita – e quindi alla possibilità, non alla garanzia, dell’acquisto. Un solo biglietto per un solo spettacolo per ogni spettatore, in modo da dare la possibilità a più persone possibili di accedere. Se il 4 la pubblicazione di condizioni aveva già smorzato il giubilo dei fan, l’arrivo delle molte mail che comunicavano “grazie ma non sarai ammesso alla prevendita” scatenava una reazione rabbiosa da parte del solito “popolo del web”; rabbia che si accompagnava all’astio dei ProPal, rancorosi con la band inglese (che in Israele è una delle band occidentali più apprezzate) rea di essersi esibita a Tel Aviv (nel 2017), di non aver – nonostante decenni di prese di posizione a sinistra – mai rilasciato dichiarazioni esplicite contro il genocidio di cui sono vittime i palestinesi, e per le relazioni di Johnny Greenwood, che spesso collabora col dj israeliano Dudu Tassa, e la cui moglie (israeliana) spesso si lancia, via social network, a dichiarazioni non proprio composte sulla tragedia palestinese.

I Radiohead si sono così attirati “la fitta sassaiola dell’ingiuria” da mezza Europa: sfaccendati attaccati a Twitter, ignorantoni della generazione Z che si improvvisano esperti di geopolitica, i soliti studenti bolognesi e la manovalanza sempre identica a se stessa delle proteste di piazza; e infine i soli legittimati a indignarsi, i fan sinceramente delusi perché emarginati dalla possibilità di rivedere un concerto dei loro beniamini. Il coro che invocava il boicottaggio è però rimasto inascoltato: la coda ha quasi fatto saltare il sito della prevendita, e i 56mila biglietti per le quattro serate bolognesi sono andati esauriti in quasi tre ore (qualche sito ha parlato, esagerando, di mezz’ora).

È insomma rimasto inascoltato l’appello lanciato dal movimento BDS Italia (“boicottaggio, disinvestimento, sanzioni” ai danni di Israele) e sostenuto, fra gli altri, da un artista intelligente quale Roger Waters e da un filosofo sopravvalutato come Noam Chomsky (ebreo statunitense contrario all’aggressività israeliana). L’appello era piuttosto grottesco: si partiva, con un vittimismo passivo-aggressivo, dal presupposto che i fan sarebbero accorsi comunque alla prevendita; e il boicottaggio era motivato col fatto che i Radiohead, avendo suonato in Israele, ed essendo il loro chitarrista (sposato con una donna sionista, e collaboratore d’un musicista israeliano), sarebbero complici dei massacri perpetrati da Netanyahu. Un ragionamento non proprio persuasivo, così come non è convincente la chiosa: non hanno preso posizione contro Netanyahu, perciò i Radiohead non dovrebbero fare concerti. Innanzitutto perché non schierarsi contro qualcuno non significa stare con quel qualcuno; ancor peggio, perché è fin troppo inquietante il ritorno della mentalità “se non dici quello che vogliamo noi non puoi cantare” in base alla quale si facevano processi sul palcoscenico a Francesco De Gregori e si lanciavano molotov contro Carlos Santana, Lou Reed e i Led Zeppelin.

Come però preventivato dagli stessi boicottatori, la prevendita non è stata boicottata; nel frattempo Trump ha imposto a Netanyahu una tregua (di facciata) e i Pro-Pal si sono sfogati alla stazione Centrale di Milano (prima della tregua) e nella città di Udine (dopo la tregua) mentre allo stadio si giocava la partita di calcio Italia-Israele, vinta 3-0 dagli azzurri in uno scenario un po’ inquietante e un po’ grottesco. Insomma il movimento Pro-Pal, la cui credibilità era già compromessa dalle intemerate televisive d’alcuni suoi improbabili alfieri (da Francesca Albanese a Enzo Iacchetti), in autunno si dibatteva in una profonda crisi, fra la legittima contestazione alle assurde scelte del governo riguardo la brancaleonesca disavventura della Global Sumud Flotilla e disordini in piazza scatenati a bella posta: in un insperato ritorno di sanità mentale, ci si deve essere resi conto che la priorità del movimento per i diritti dei palestinesi, una causa purtroppo con le speranze già ridotte al lumicino, non poteva essere l’ostracismo nei confronti di cinque musicisti sopravvalutati. Come diceva la buonanima di Freddie Mercury “the show must go on”: così lo spettacolo indegno della banalizzazione del movimento palestinese continuava (un insulto che pesa sulla coscienza della disastratissima sinistra italiana, per l’ennesima volta la peggior nemica di se stessa), e ai quattro spettacoli bolognesi di Yorke e soci pensavano solo i felici pochi che, passata con successo la lotteria di Ticketmaster, si sono accaparrati i biglietti. Appuntamento all’Unipol Arena, Casalecchio di Reno, per venerdì 14, sabato 15, lunedì 17 e martedì 18 novembre. Avvistati per l’occasione Leonardo Di Caprio con la top model bresciana Vittoria Ceretti, e l’ottima attrice australiana Toni Collette: avranno anche loro dovuto affrontare la trafila del “a te forse vendiamo i biglietti – a te no?”.

Da parte loro, alle critiche i Radiohead hanno risposto annunciando che dal prezzo d’ogni biglietto avrebbero trattenuto un euro per donarlo a Medici Senza Frontiere – qualcuno ha notato, con sarcasmo, che per buona parte dei biglietti non si tratta nemmeno dell’1%; altri hanno rimarcato che comunque le sole serate bolognesi hanno così comportato una donazione di 58mila euro, alla quale se ne aggiunge una versata di tasca propria dai componenti della band.

Arriviamo così al 18 novembre, ultima delle quattro notti italiane dell’ultimo tour della band inglese, nel palasport di Casalecchio di Reno, a ridosso dell’autostrada A1, nei pressi dell’autogrill del Cantagallo, quello dove a Giorgio Almirante fu detto di cercarsi il pranzo altrove. Pochi giorni prima la stessa arena aveva ospitato il disastroso concerto di Katy Perry, popstar californiana di molta avvenenza e poca sostanza artistica: biglietti esauriti da quasi un anno, tre quarti d’ora di ritardo per un malfunzionamento della scenografia digitale, e un volo a farfalla della cantante che stava per finire in un tonfo sul pubblico. Almeno è successo qualcosa.

Nessun problema tecnico ha invece colpito i concerti felsinei della mesta band oxoniense, che non si è fatta accompagnare da supporter. Cominciata puntualmente alle 20:30, l’esibizione dei Radiohead è stata preceduta da una stupida caricatura della sequenza musicale di Incontri ravvicinati del terzo tipo: dal palcoscenico un rettangolo al neon illuminava a turni porzioni di pubblico, che rispondevano con “ooohh” – un giochino abbastanza esasperante.

I Radiohead si sono presentati in sei: oltre alla formazione tipo – Thom Yorke voce, chitarra e piano; Jonny Greenwood chitarra solista e “scatola magica”, e suo fratello Colin al basso; Philip Selway batteria; Ed O’Brien chitarra ritmica e voce – si aggiunge il turnista Chris Vatalaro, calabrese di New York, addetto alle percussioni ma rimasto inoperativo per gran parte del concerto. Una gabbia circolare avvolge il palcoscenico posto al centro del parterre: su questa gabbia, che dopo le prime canzoni sarà sollevata a mezz’aria, stanno i megaschermi che mostrano al pubblico le immagini dei Radiohead ingrandite e rielaborate; effettoni speciali che sono la parte migliore dello show.

Poco più di due ore, per uno spettacolone noiosissimo: le canzoni sembravano durare sette/otto minuti ciascuna, ma se si guardava l’orologio dopo tre brani si realizzava con sgomento che ne era passata in tutto una decina. La quarta canzone in scaletta, All I Need, è una dichiarazione d’intenti: ritmo soporifero, testo deprimente (“sono una falena che vuole un po’ della tua luce / sono solo un insetto che vuole uscire dalla luce / sto con te solo perché non c’è nessun altro”) e i guaiti di Yorke: nessuno canta come lui, ripetono con entusiasmo i devoti. Meno male…

Il concerto prosegue, sollevata la gabbia circolare, senza nessun guizzo; cambia solo la postazione sul palco di Yorke, che si dimena, ulula, gesticola verso il pubblico chiedendo di essere acclamato alla fine dei brani; dopo metà concerto si esibisce in uno dei suoi celebri “balletti”, ossia si contorce, una scena che, vista senza l’ottica adorante del fan, risulta a dir poco imbarazzante; quel che è peggio è la voce, questo birignao lamentoso, forzato, sgraziato, brutto. Il resto della band si mantiene entro il minimo sindacale, Jonny Greenwood si presta poche volte a produrre rumoretti elettronici, il gigantesco O’Brien incombe, come un giocatore della Virtus Bologna, sul palco e ogni tanto canticchia, gli altri si limitano al loro dovere.

Il concerto si rianima soltanto alla fine, col penultimo brano, Paranoid Android. Solo Yorke si degna di ringraziare e salutare il pubblico; i suoi simpaticissimi compagni, pur di evitare d’abbracciarsi un momento, non si scomodano nemmeno per un gesto, una parola verso quegli scemi che hanno pagato da cento euro in su a cranio; scendono sotto il palco prima ancora che sugli schermi scorra il testo della Dichiarazione ONU dei Diritti Umani. Un contentino lanciato distrattamente a chi li accusa di disimpegno.

Superate le date bolognesi e quelle londinesi, a metà di quelle danesi un malanno ha colpito l’ugola di Yorke, obbligando i Radiohead a posticipare il terzo e quarto concerto alla Royal Arena di Copenaghen: l’ennesima scocciatura del tour che ha fatto imbestialire mezza Europa. Tour che comunque prima di Natale si è concluso, con Yorke che, disperato per l’impossibilità di rimettere d’accordo chitarrista solista e ritmico, ha salutato il pubblico danese piangendo.

Cosa resta di quello che secondo alcuni è stato l’evento musicale dell’anno? L’arrabbiatura dei fan delusi, il sarcasmo dei detrattori, il fuoco fatuo d’un boicottaggio appena paventato.

Il movimento Pro-Pal – i babbei fracassoni che, con l’entusiasmo costernante degli utili idioti, stanno vergognosamente gettando in caciara una causa sacrosanta quale la solidarietà nei confronti dei palestinesi – è poi sceso per davvero in piazza, ma quando i Radiohead avevano già cominciato i concerti a Londra: per scatenare tafferugli in occasione della partita di basket tra Virtus Bologna e Maccabi Tel Aviv, tenutasi al PalaDozza: in centro città, una genialata (un anno prima fu Amsterdam a essere tenuta in ostaggio per una partita della stessa squadra israeliana di pallacanestro, ospite dell’Ajax). Vittoria della Virtus per 99-89 e lite a distanza, di livello infimo, tra il sindaco e il ministro dell’Interno. I quattro concerti della band inglese si sono invece svolti pacificamente, come riportato da un articolo del Corriere della Sera, il cui inviato ha intervistato ragazzi con la kefiah (che strano, a Bologna…) e altri che hanno inneggiato al disimpegno: non si deve per forza, dicono, avere un’opinione politica. Pazienza.

L’Unipol Forum è seminascosto, nella notte emiliana, tra l’autostrada e un centro commerciale che sembra un incubo alla Blade Runner, in un intrico di parcheggi e fast food, la rappresentazione plastica di ciò che i Radiohead predicano si debba rifuggire. Detestano il denaro, lo hanno urlato durante il concerto (più ridicoli di loro soltanto i Pink Floyd, col loro inno Money): però né i biglietti né il merchandising sono a buon mercato. Rolling Stone Italia, tra le solite volgarità da “hipster” (peggio di loro soltanto la studentessa che ha scritto per il sito dello Iulm obbrobri quali “i lyrics vengono cantati”: fidati dei professionisti dell’informazione, diceva uno slogan ai tempi del Covid, che garanzie offrono i nuovi specialisti della comunicazione), parla di “illuminazione” raggiunta al concerto; Internazionale (dopo aver cianciato d’una fantasmagorica “integrità artistica e politica” che la band, presupponendo l’abbia mai avuta, avrebbe smarrita) fa centro e scrive di arte che va al di là delle contraddizioni; secondo il Resto del Carlino, i Radiohead negli anni ’90 del secolo scorso hanno capito i ’20 di questo, e questo potrebbe spiegare perché sfruttano così bene le isterie di internet (l’evento “hype”, i codici QR ovunque, le “storie” che  sui social network propongono il merchandising con più insistenza di qualsiasi altra band, anche di quelle che non predicano il rifiuto del consumismo).

Dicevamo, cosa resta, infine? Due delusioni (sommate a quella propinata ai fan bidonati, piuttosto vilmente, via mail). Perché ci si deve accontentare dei Radiohead per assistere a un grande evento musicale; e per quanto è stata malridotta l’altrimenti nobile causa pro-palestinese: da solidarietà verso un popolo oppresso, a boicottaggio (soltanto paventato) d’una band, in nome della facoltà autoattribuita di stabilire chi possa suonare e chi no.

Tags: artemusicaRadiohead
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Commenti 2

  1. Francesco says:
    9 mesi fa

    Recensione meravigliosa, tanto centrata (su tutti i fronti) quanto esilarante !

    Rispondi
    • Tommaso de Brabant says:
      9 mesi fa

      Molte grazie caro Francesco, troppo buono (a differenza mia)… auguri di buone feste!

      Rispondi

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